Non solo Maneskin, reunion anche Oasis e Linkin Park: bentornati, ma da dove? Le rimpatriate che non ci hanno mai convinto davvero

Dagli Oasis ai Måneskin, nessun ritorno ci è piaciuto sul serio. Forse perché non sono dei veri ritorni ma somigliano di più a riaperture d'archivio

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Mezzo milione di persone chiuse in una sala d’attesa digitale. Il cursore che gira. E il prezzo che sale mentre aspettano. Un biglietto per gli Oasis entra in coda a 148 sterline ed esce a 355: il dynamic pricing funziona esattamente così, la fila non è un intoppo ma è il sistema.

Ma il dettaglio interessante non è il rincaro. È che la coda non si è sciolta. Il prezzo è più che raddoppiato sotto gli occhi di tutti e nessuno ha chiuso la pagina con fare indignato. Poi sono arrivate l’Antitrust britannica e la Commissione Europea, i promoter hanno annullato cinquantamila biglietti comprati sul secondario, si è discusso per settimane. Intanto il conto finale diceva altro: diciassette date, un milione e quattrocentomila spettatori, oltre un miliardo di sterline di indotto, una spesa media di 766 sterline a testa.

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Non è stata di certo una truffa, intendiamoci, ma un test di elasticità. Quello sì. E il risultato, quel sistema se l’è annotato con cura: la passeggiata sul viale dei ricordi regge qualunque prezzo, perché nessuno sta comprando un concerto ma una porzione della propria biografia, e su quella non si tratta. Da qui in avanti conviene smettere di usare la parola reunion, perché quello a cui assistiamo non è un vero e proprio ritorno.

Il vero motivo dietro le reunion più recenti

Il meccanismo è banale e per questo micidiale. Il disco non produce più rendita per chi comincia: il margine si è spostato quasi per intero sul palco. Ma riempire uno stadio richiede una sedimentazione lenta, dieci o quindici anni di dischi sbagliati, di club, di pubblico che cresce insieme a te. Tempo che il mercato non concede più a nessuno, perché l’attenzione si è frammentata in cicli di sei settimane e ogni venerdì arrivano quattrocento uscite nuove.

Quindi non si costruiscono nuovi headliner: si riattivano quelli vecchi. Costo di sviluppo zero, con margine altissimo e praticamente senza rischi. Quindi non si progetta più il futuro, costa troppo, ci mettiamo ad amministrare un fondo immobiliare di ricordi, con tanto di rivalutazione periodica degli immobili.

Il modello ha raggiunto la sua forma più comprensibile con i Linkin Park. Sette anni dopo la morte di Chester Bennington, il gruppo è tornato con From Zero, una nuova cantante, un nuovo batterista, le arene piene in mezzo mondo e una scia di polemiche che non ha spostato un biglietto. E proprio ora, in cui i fondi comprano cataloghi come si comprano capannoni, i musicisti sono diventati componenti sostituibili di un asset. Il brand sopravvive all’estinzione della carica creativa che lo ha generato. Zombie, ma con un ottimo merchandising.

Chi era contrario ora incassa dalle reunion

La parte più elegante di questo meccanismo è la sua assoluta disinvoltura nel digerire perfino ciò che era nato per rifiutarlo.

I CCCP sono tornati in piazza nel 2024. Piazza Maggiore, Bologna, ottomilacinquecento biglietti a cinquanta euro, sold out. Un gruppo costruito sul rifiuto del modello occidentale, in uno spazio pubblico storicamente destinato a eventi gratuiti, con i collettivi studenteschi fuori a far notare la contraddizione. Nel frattempo, tra il 2019 e il 2024, i salari reali italiani hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto. Tradotto: l’accesso alla memoria della controcultura ha ormai un ticket d’ingresso allineato ai prezzi del mercato globale. Il capitalismo non ha sconfitto il punk, ma lo ha messo abilmente a listino.

Lo stesso vale per i No Doubt che si riprendono Coachella con il plaid anni Novanta e Olivia Rodrigo ospite sul palco, cioè con una testimonial nata dopo i fatti. O per i Bluvertigo, riesumati periodicamente come un servizio buono che si tira fuori a Natale. Non sono tributi ma sono costumi da indossare a seconda dell’occasione che si presenta. La controcultura è diventata una palette cromatica, un archivio visivo da cui attingere quando il presente non sa più che cosa dire. È visivamente ineccepibile e politicamente inerte, che è esattamente ciò che serviva.

Il caso che dovrebbe spaventarci

E arriviamo al punto che nessuno vuole guardare in faccia. Perché finora abbiamo parlato di passato riaperto. I Maneskin sono un’altra cosa: sono il futuro già impacchettato per la riapertura.

Esplosi nel 2021, tre anni di stadi, Eurovision, festival, saturazione mediatica totale. Poi la pausa a tempo indeterminato. Damiano David che debutta come pop solista, Victoria De Angelis che colleziona oltre centottanta date nei club del mondo dietro una consolle, Thomas Raggi che va a suonare con Tom Morello e Patti Smith, Ethan Torchio che si sfila verso il lavoro d’autore. La società del gruppo scende a 8,5 milioni di ricavi nel 2024. Quattro musicisti che non hanno ancora trent’anni, l’unica rockband globale emersa in un decennio, e già la macchina ragiona sul rientro: si sussurra di Sanremo 2027 e si ipotizzano stadi.

Hanno un ritorno in agenda prima di avere una discografia, archiviati prima di poter invecchiare.

Non li ha bruciati la sfortuna, né l’ego, né il classico logorio da band ma un modello che li ha spremuti finché il sistema li teneva a galla e li ha messi in freezer al primo calo fisiologico, sapendo perfettamente che il congelamento non è una perdita ma un investimento. Fra dieci anni valgono di più da assenti che da presenti.

Maneskin, Oasis, Linkin Park: la domanda che dovremmo porci

Il pubblico, in tutto questo, non è vittima ma è complice consenziente. Quelli che oggi hanno tra i trenta e i cinquant’anni sono il bacino più remunerativo mai esistito nella storia dello spettacolo dal vivo: hanno reddito, hanno rimpianti, e hanno una disponibilità quasi illimitata a pagare per due ore di se stessi a vent’anni. Il biglietto costa quello che costa perché funziona.

Ma un magazzino, per definizione, si svuota.

Se nessuno ha più il tempo di aspettare, di sbagliare tre dischi, di durare abbastanza da tracciare perlomeno un orizzonte di senso per la musica, la scorta di passato riattivabile finisce. Gli anni Novanta li stiamo già rivendendo per la terza volta. I Duemila sono in preparazione. Poi cosa.

Ecco allora la domanda che vale la pena portarsi fuori dallo stadio, mentre si controlla quanto è costato il parcheggio (non poco, lo sappiamo già): nel 2045, che cosa esattamente avremo da rimpiangere? E se la risposta fosse niente – se il vero prodotto in vendita non fosse la musica ma un’assicurazione sulla nostra memoria – la sola reunion davvero radicale rimasta sarebbe quella di un pubblico che non compra più il proprio passato.

Quanto siamo ancora disposti a pagare, per riavere indietro chi eravamo?


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