A Mahmood il Nastro D'Argento per Le cose non dette ma ora spopola in India col caso della nonna rapita. I numeri da capogiro

Tra un Nastro d'Argento conquistato a Roma e trenta milioni di click guadagnati a Mumbai, il cantautore milanese dimostra che il pop italiano, nel 2026, si può scrivere anche con l'accento giusto su due continenti diversi

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Alessandro Mahmood ha chiuso il primo semestre del 2026 vincendo un Nastro d’Argento con Gabriele Muccino e debuttando nella Top 200 indiana al fianco di Shahid Kapoor. Un successo planetario, di cui difficilmente ci spieghiamo l’origine così su due piedi, ma la cosa più sorprendente non è che ci sia riuscito, ma che lo abbia fatto senza nemmeno cambiare lingua.

Mahmood, il clamoroso successo de Le cose non dette

Si parte da Le cose non dette, uscita il 16 gennaio 2026 per Island Records / Universal Music Italia e inserita come colonna sonora dell’omonimo film di Gabriele Muccino (tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron), arrivato in sala il 29 gennaio con un cast che definire "all-star italiano" è quasi riduttivo: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini, più Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo a completare il quadro tra Roma e Tangeri.

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Mahmood non si è limitato a "prestare" il brano per i titoli di coda, operazione che il mercato italiano ha praticato per decenni con risultati spesso imbarazzanti, ma ha scritto il pezzo a stretto contatto con Marcello Grilli e con il maestro Paolo Buonvino, il quale ha curato produzione, direzione e orchestrazione dell’intera colonna sonora. Il risultato, tra silenzi cinematografici e malinconie da diseducazione sentimentale tipicamente mucciniani, è bastato al Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani per consegnargli, all’80esima edizione dei Nastri d’Argento (24 giugno 2026, Teatro Argentina), il premio per la Miglior canzone originale, battendo una concorrenza di tutto rispetto come Ditonellapiaga, Krano e il progetto Baldini-Raiz-Uras. Fin qui, tutto molto serio, tutto molto "autore italiano che fa sul serio". Ma non è finita.

Bollywood chiama, e lui risponde in italiano

Pochi mesi dopo, il 19 maggio 2026, Mahmood pubblica Mashooqa, brano portante della colonna sonora di Cocktail 2 – sequel spirituale del cult del 2012, diretto da Homi Adajania, co-scritto da Luv Ranjan, prodotto da Maddock Films e interpretato da Shahid Kapoor, Kriti Sanon e Rashmika Mandanna – uscito in sala il 19 giugno.

Qui la notizia non è tanto che un artista italiano sia riuscito a infilarsi in un’industria musicale tradizionalmente blindata e autosufficiente come quella indiana, quanto il modo in cui lo ha fatto. Mahmood ha scritto e cantato le sue strofe interamente in italiano, lasciando che la lingua si piegasse alla metrica di Pritam – vera istituzione della composizione bollywoodiana – e ai contributi vocali di Raghav Chaitanya e Ruaa Kayy, su testi di Amitabh Bhattacharya. Il pretesto narrativo, va detto, ha aiutato parecchio: Cocktail 2 racconta un triangolo amoroso ambientato in Sicilia, e a quel punto un cantautore italiano sul cast vocale non è più un capriccio ma quasi un obbligo geografico.

L’intermezzo comico, il caso della nonna rapita

Ogni buona storia di successo virale, però, ha bisogno di un piccolo scandalo che la spinga ancora più in alto, e Mashooqa l’ha trovato nel modo più surreale possibile. Su Reddit e YouTube, fior di "detective musicali" italiani e indiani hanno notato una somiglianza ritmica tra il ritornello bollywoodiano e Se so arrubate a nonna, comica canzone napoletana del 1993 del duo Bibi & Coco, dedicata – sì, esattamente quello che state pensando – al rapimento di una nonna.

Pritam ha replicato con l’ironia di chi sa benissimo che ogni polemica è pubblicità gratuita, liquidando i detrattori come il suo "team di PR non pagato". Gli esperti hanno parlato più prosaicamente di sampling ritmico, prassi tutt’altro che nuova nell’hip-hop e nel pop globale. Risultato netto: il brano è schizzato in cima alle tendenze proprio mentre il nome di Mahmood compariva, solo come testimone non indagato, in un procedimento civile newyorkese legato allo stilista Riccardo Tisci, un dettaglio di cronaca che la macchina mediatica ha ovviamente trasformato in ulteriore benzina sul fuoco.

I numeri da capogiro

Tolta la parte aneddotica, i numeri sono quelli che convincono anche lo scettico di turno. Il videoclip di Mashooqa ha superato i 30 milioni di visualizzazioni; gli ascoltatori mensili su Spotify sono passati da 2 a oltre 5,4 milioni (un balzo del 165%); il brano è entrato nella Top 200 India alla posizione 194 e si è stabilito nella playlist "New Music Hindi".

Il tutto si appoggia su un catalogo che FIMI certifica in 38 Dischi di Platino e 6 Dischi d’Oro in Italia (più 6 platini e 3 ori all’estero), che piazzano Mahmood al 61° posto tra gli artisti più certificati di sempre dal 2009 – a pari merito, per dire, con Enrique Iglesias – trainato anche dai 610 milioni di stream dell’album Nei letti degli altri (2024) e dai 360 milioni di Tuta Gold.

Anche la moda vuole la sua parte

Come se non bastasse occuparsi contemporaneamente di cinema d’autore e Bollywood, Mahmood ha trovato il tempo per fare anche il suo dovere sulle passerelle. Il 23 gennaio 2026, alla Paris Fashion Week, ha vestito i panni di un barista nello show-spettacolo Eterno di Willy Chavarria al Dojo de Paris, accanto a Julia Fox e Romeo Beckham, presentando in anteprima un inedito provvisoriamente intitolato Moët.

A giugno si è seduto in front row da Prada accanto a Troye Sivan per la collezione "Clarity" di Miuccia Prada e Raf Simons; prima ancora aveva sfilato per Yohji Yamamoto e si era seduto in prima fila da Jacquemus al fianco di Elton John. Se l’obiettivo era dimostrare che la sua identità artistica è genderless, decostruita e trasversale ai linguaggi, missione compiuta con un certo, comprensibile, compiacimento.

Tolto tutto il romanticismo del caso, quello che resta è un fatto piuttosto semplice: per decenni l’export della musica italiana ha funzionato per assimilazione. Si cantava in inglese, oppure ci si rivolgeva alle vecchie comunità di emigrati. Mahmood ha fatto l’esatto contrario: ha portato la sua italianità urban, con tutte le sue contraddizioni e la sua matrice sarda, dentro un film d’autore romano e dentro un kolossal di Bollywood, senza diluirla in nessuno dei due casi. Che poi a tenere insieme baracca e burattini ci sia anche una nonna rapita nel 1993, beh, è solo la prova che il pop, quando funziona, non guarda troppo per il sottile.


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