Il Mago del Cremlino, recensione del film al cinema: Jude Law e Paul Dano da brividi

Il regista francese traspone il romanzo di Giuliano da Empoli scattando una fotografia agghiacciante di come funzionino comunicazione e politica oggi

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Il Mago del Cremlino, Libere Recensioni: Jude Law e Paul Dano terrificanti nel gelo della Russia
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Ben trovati con il consueto appuntamento con Libere Recensioni, la rubrica di Libero Magazine dedicata al grande cinema in anteprima nazionale. La Russia è al centro della discussione politica mondiale, in particolare negli ultimi 4 anni, da quando Vladimir Putin ha ordinato l’invasione dell’Ucraina. E proprio di Putin parleremo nella recensione di oggi, ovvero de Il Mago del Cremlino. Pellicola del francese Olivier Assayas, prende spunto dal libro scritto da Giuliano Da Empoli in cui si ricostruisce la salita al potere dell’ex direttore dell’FSB, l’agenzia di intelligence russa che ha sostituito il KGB.

Con un grane lavoro narrativo, Assayas ci immerge nei meccanismi della politica russa attraverso un personaggio, quello di Vadim Baranov, la cui ascesa al potere coincide con quella di Vladimir Putin. Il primo ha il volto di uno straordinario Paul Dano, mentre il secondo quello perversamente mimetico di Jude Law. Nel cast anche Alicia Vikander e Jeffrey Wright.

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Il mago del Cremlino – La recensione del film

Di Vadim Baranov (Dano) sembra che si siano perse le tracce. Da anni, dopo aver influenzato la politica interna ed estera in Russia, si dice si sia ritirato a vita privata. Nella sua villa isolata tra i boschi e la neve arriva il giornalista Rowland (Wright), desideroso di raccogliere le sue memorie per tradurle in un libro. Ed è così che Baranov si lascia andare a un lungo racconto che parte dagli anni ’90, in una Russia in piena rivoluzione culturale e sociale dopo la caduta del Muro di Berlino. L’uomo, un giovane artista d’avanguardia, passa dal teatro alla tv, occupandosi della conduzione di alcuni reality tv. Nel mentre intesse una relazione con l’affascinante Ksenija (Vikander).

Un giorno, l’oligarca Boris Berezovskij lo ingaggia per un compito molto particolare: usare le sue doti da "regista" e da lettore dell’animo popolare per impostare la campagna politica di rielezione di Boris El’cin. Ma quando il vecchio presidente ha un infarto, al partito serve un volto nuovo da cui ripartire. Baranov e Berezovskij individuano in Vladimir Putin, direttore dell’FSB, il nome giusto. Baranov allora diventa a tutti gli effetti uno spin Doctor, finendo per forgiare la figura dello Zar.

Un’agghiacciante "reportage" sulla nascita dei totalitarismi

Il lavoro di Assayas assume ben presto i connotati dell’analisi sulla nascita e sull’evoluzione dei totalitarismi contemporanei. Baranov, la cui figura è basata su quella di Vladislav Surkov, imprenditore e politico, braccio destro di Putin dal 2013 al 2020 richiama inevitabilmente a un’altra "eminenza grigia" della storia russa: Rasputin. Il potere di Baranov però non sono superstizione e alchimia, ma qualcosa di molto più subdolo e potente: televisione e social network. Con questi mezzi, Baranov influenza informazione e opinione pubblica,

La macchina da presa di Assayas non si lascia andare a interpretazioni retoriche: ma osserva, registra e inanella gli eventi in modo quasi didattico. Lo spaccato che ne offre è da togliere il fiato, nel senso più negativo del termine. Il mago del Cremlino è un film crudo e spiazzante, trascinato da due mostri sacri della recitazione. Paul Dano ci ha ormai abituato a ruoli enigmatici e ambigui: la sua voce sempre calma e misurata ipnotizza chi lo ascolta, instillando allo stesso tempo una sorta di terrore. Divide il palco con un Jude Law che trasuda il carisma delle grandi rockstar, in una mimesi quasi inquietante del Presidente della Federazione Russa. Al fianco, e allo stesso tempo in mezzo a loro, si muove la Ksenija di Alicia Vikander, l’unica che sembra, in qualche modo, riuscire a sfuggire al controllo di Baranov.

Verboso e didascalico

Non fraintendete, non vogliamo usare questi termini in modo totalmente dispregiativo. Il mago del Cremlino si affida largamente all’uso della parola per veicolare il proprio messaggio. Assayas fa parlare (tanto) i propri personaggi, soprattutto Baranov, permettendoci di entrare letteralmente nella sua testa grazie al flusso di coscienza che permea la pellicola. Attraverso l’esplicitazione dei suoi pensieri capiamo non soltanto lui, ma anche Vladimir Putin. E capiamo, soprattutto, come abbia fatto a diventare uno Zar moderno e come funzionino la comunicazione e la politica al giorno d’oggi.

Baranov mette prima le mani su programmi tv e notiziari, su arte e stampa, poi spegne la satira. A seguire è il turno di contestatori politici e, soprattutto, dell’opinione pubblica, plasmata nel pensiero grazie alla capillare e sistematica diffusione di fake news. La Russia raccontata da Assayas diventa in tutto e per tutto una sorta di set cinematografico, con gli addetti ai lavori che si affannano per controllare la narrazione. "Hollywood è come Mosca: contano solo le relazioni di potere. Il resto è irrilevante": le parole di Ksenija a Vadim diventano a un certo punto incredibilmente esplicative. Quella di Assayas è, infine, anche una riflessione sul fascino del potere. Un potere che in Russia funziona in modo diverso, come ricordato dallo stesso Baranov, ma che ha ugualmente conseguenze devastanti.

Voto: 7/10


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