Lucca Film Festival, il sogno di pochi studenti divenuto realtà: "Con Lynch arrivò il riconoscimento internazionale, Romero persona autentica"

Il direttore Nicola Borrelli ripercorre vent'anni di sfide, grandi incontri e la scelta ideologica di mantenere l'accesso libero per formare il pubblico di domani.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Lucca Film Festival programma

Il Lucca Film Festival non nasce da un progetto istituzionale né da un finanziamento europeo: nasce nel 2005 da una cena tra amici, dall’entusiasmo di un gruppo di ventenni con pochi soldi e una passione smisurata per il cinema. Nicola Borrelli aveva ventun anni quando lo fondò, e in vent’anni ha trasformato quella scommessa in una delle manifestazioni cinematografiche più longeve e rispettate d’Italia, con ospiti come David Lynch, Peter Greenaway, George A. Romero e Abel Ferrara. Alla sua XXII edizione – in programma dal 26 settembre al 4 ottobre 2026 – dodici lungometraggi e dodici cortometraggi in anteprima italiana, due giurie d’eccezione e i Premi alla Carriera a Julian Schnabel e Liliana Cavani. Tutto con ingresso gratuito, per scelta. Lo abbiamo incontrato per capire come si costruisce e si mantiene vivo un festival fatto di passione vera.

Lucca Film festival 2026 – Intervista Esclusiva al Direttore Nicola Borrelli

Nicola, hai fondato questo festival nel 2005 da studente DAMS a Bologna. Cosa riconosci ancora di quel ragazzo nelle scelte che fai oggi? Cosa invece è cambiato radicalmente nel tuo modo di guardare il cinema?

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La passione è rimasta esattamente quella di allora. Siamo partiti come un gruppo di amici – alcuni di loro sono ancora oggi nella direzione artistica, uno è vicepresidente. Siamo mossi – per fortuna – dallo stesso interesse, dallo stesso amore per il cinema: i film che ci fanno commuovere e riflettere. Riuscire a portare al festival i grandi autori che amiamo è difficilissimo – a volte ci riesci con qualcuno, a volte con un altro – però siamo sempre mossi dal desiderio di incontrare le persone a cui vorremmo stringere la mano, un po’ da fan. La passione è ancora quella adolescenziale che ci ha fatto amare il cinema per la prima volta. Io ho cominciato a quattordici anni, con un amico che mi portava a casa i film di Kubrick. Da lì piano piano ho incontrato Peter Greenaway, Alexander Sokurov, grandi autori, e poi è nato il festival.

C’è stato un momento in cui hai capito che il Lucca Film Festival non sarebbe rimasto una manifestazione locale? Quando è scattato quel salto di qualità internazionale?

I primi anni erano molto dedicati al cinema sperimentale e underground, quello della ricerca: Kenneth Anger, Michael Snow, Jonas Mekas. Ai tempo non c’era ancora questa enorme disponibilità di contenuti online, quindi fare un festival significava davvero incontrare gli autori che amavi e condividere con gli altri cose che era difficile vedere. Nel 2010, tramite un pizzaiolo italiano che abitava sotto casa di Abel Ferrara a New York – e con cui eravamo diventati amici – portammo Abel Ferrara a Lucca. Per noi sembrava l’anno della svolta internazionale, invece fu una falsa partenza… l’anno dopo ci tagliarono dei contributi, fu un periodo difficile. La vera affermazione è arrivata nel 2013-2014: Peter Greenaway ci diede un segnale forte nel 2013, che ci consentì di accedere alle risorse per portare David Lynch nel 2014. E con David Lynch arrivò il riconoscimento internazionale.

Il concorso lungometraggi di quest’anno porta film da Giappone, Iran, Bangladesh, Singapore e molti altri paesi. Quando costruite la selezione, partite da un equilibrio geografico o semplicemente dai film più forti?

A prescindere dalla provenienza geografica, senza alcuna pregiudiziale. L’unico criterio forte, oltre ad alcune caratteristiche tecniche come l’anteprima italiana assoluta per tutti i film, è restare su registi giovani – o quantomeno su chi abbia realizzato pochi film: esordienti, seconde o terze opere. Il concorso è sempre stato per noi una vetrina per promuovere i nuovi artisti. Fuori dal concorso, invece, selezioniamo anche opere di autori o interpreti più affermati, con una storia più lunga alle spalle.

In lista ho notato diversi titoli già premiati altrove: un Orso d’Argento da Berlino, un Premio Speciale della Giuria da Rotterdam. Scegliere film già consacrati è una garanzia di qualità o rischia di togliere spazio ad altri?

Non partiamo da questo presupposto. È una conseguenza naturale: orientandoci su registi giovani, capita spesso che qualcuno – magari un festival dall’altra parte del pianeta – li abbia già intercettati prima di noi. Se il film ci piace, lo selezioniamo, indipendentemente dal contesto in cui è già stato presentato. Non vedo nessuna contraddizione nel prendere anche film passati per festival importanti, se l’obiettivo è lanciare un giovane artista.

Per la giuria dei lungometraggi vedo nomi molto diversi tra loro: la costumista Franca Squarciapino, Michele Riondino, Šarūnas Bartas. Come si costruisce una giuria che sappia mettere d’accordo prospettive così distanti?

Ci sono anche fattori personali. Nel caso di Michele, lo considero un amico: è venuto l’anno scorso al festival a rappresentare il film di Strippoli, era disponibilissimo e ci aveva promesso che sarebbe tornato. Ma questa giuria, in particolare, rispecchia l’approccio multidisciplinare che abbiamo come festival. Essendo una manifestazione che abbraccia tantissime forme – oltre 120 mostre, eventi dal vivo – mi piace l’idea di chiamare a giudicare le opere persone che vengono da discipline diverse: un attore, un regista, una costumista.

Franca Squarciapino è un’artista di cultura a tutto tondo: ha una grandissima carriera teatrale e una cinematografica, oltre all’Oscar. Tutto ciò che ruota intorno alla costruzione del cinema è cinema, e uno sguardo come il suo – da un punto di vista fondamentale nel risultato definitivo – può portare la giuria a valutare un’opera sotto aspetti che altrimenti resterebbero in ombra.

E nella giuria dei cortometraggi c’è Veronica Lucchesi, che è un’altra scelta molto fuori dagli schemi.

Certo. In parte lo dobbiamo al pensiero di Ricciotto Canudo, uno dei primi teorici della storia del cinema – il cosiddetto "barisiano di Parigi", perché era nato in Puglia e viveva a Parigi – che per primo definì il cinema come Settima Arte, intendendo con ciò la sintesi di tutte le arti precedenti. Il festival esprime esattamente quest’approccio multidisciplinare. Accanto a Veronica Lucchesi – cantante, attrice, voce e cofondatrice de La Rappresentante di Lista, presente anche nel film Gloria! – abbiamo Jaco Van Dormael come presidente di giuria, uno sguardo internazionale di alto profilo; Valia Santella, sceneggiatrice e regista italiana, tre volte David di Donatello per le sceneggiature di Il traditore, Ariaferma e L’arte della gioia; e Alex Infascelli, documentarista, anch’egli tre volte David di Donatello.

Molti film in concorso raccontano storie molto specifiche e locali. In un’epoca dominata dalle grandi piattaforme, pensi che il futuro del cinema d’autore si giochi proprio su questo tipo di storie?

Mi piace pensare che, dopo un periodo caotico di riassestamento del mercato, anche le piattaforme streaming si stiano orientando verso un equilibrio che tenga insieme la valorizzazione della sala e i servizi digitali. Guardo con interesse, per esempio, il modello di Apple, che lavora molto con finestre temporali in sala prima della distribuzione digitale: permette al film di avere una vita in entrambi i canali. Non tutti i film si prestano a questa strategia, ma la tendenza sembra quella. E questo può ampliare enormemente la visibilità di un giovane autore che parte da una storia anche molto circoscritta ma, se raccontata bene, riesce a trovare sbocchi internazionali.

Con vent’anni di selezioni alle spalle, riesci a riconoscere in anticipo quali giovani registi faranno davvero carriera?

Purtroppo è tutto molto complicato, anche per i registi. Qualcuno diceva che fare un festival è come fare un film – lo diceva anche il critico Marco Melani – e mi rendo conto che per un giovane regista presentare un’opera prima o seconda è solo l’inizio di un percorso ad ostacoli. Però devo citare un caso straordinario. C’è un regista che ha portato agli Oscar The Brutalist – con tre statuette, tra cui il Miglior Attore ad Adrien Brody -: si chiama Brady Corbet. Venne al festival nel 2008, alla terza edizione, da ragazzino. Avevamo organizzato un omaggio a Puccini per il centenario della morte, con un progetto che invitava venti giovani registi da tutto il mondo a realizzare un cortometraggio dedicato al compositore. Lui ne fece uno dei più belli, dedicato a Doria Manfredi, l’inserviente di casa Puccini che si tolse la vita. Venne a Lucca a presentarlo. L’anno scorso, prima della prima a Venezia de The Brutalist, gli scrissi e mi rispose subito: era contentissimo e mi ha detto che vuole tornare a Lucca, dove tutto è cominciato. È anche conosciuto come attore: ha recitato nella versione americana di Funny Games, il remake hollywoodiano del capolavoro di Michael Haneke.

Negli anni hai accolto Lynch, Cronenberg, George Romero e molti altri. C’è un incontro che ricordi come il più significativo, non per il prestigio del nome, ma per quello che ha dato umanamente al festival?

Il ricordo più bello, in termini di disponibilità e generosità, è sicuramente George A. Romero. Quando arrivò al cinema, non era prevista nessuna sessione di autografi. Lui entrò, vide una fila infinita di persone che lo aspettavano e cominciarono a chiedergli se poteva firmare qualcosa. Ci chiese: "Ragazzi, mi date un tavolino?" Prese il tavolino, si mise accanto alla biglietteria e firmò autografi a tutti. Senza fronzoli, senza che nessuno avesse chiesto nulla, senza accordi di nessun tipo. Una persona semplice, generosa, autenticamente grande.

Il festival ha un modello di accesso libero, gratuito fino a esaurimento posti. È una scelta ideologica sull’accessibilità alla cultura?

Un festival non si crea con uno schiocco di dita: servono fondi, energie, lavoro invisibile. La scelta è nata subito dopo il Covid: con i nostri principali sponsor istituzionali e privati decidemmo di dare un segnale di avvicinamento culturale alla sala, sperimentando l’accesso libero. La risposta del pubblico è stata così forte che i nostri sponsor hanno deciso di compensare con un contributo aggiuntivo quello che in precedenza era, in parte, il ricavato dell’incasso.

Tutto ciò porta con sé tanti aspetti positivi. Pensa che ogni anno ho gruppetti di bambini di sei, sette, otto anni che girano da una sala all’altra con il programma in mano, entrano nel cinema e poi corrono in un’altra sala. Si crea un meccanismo reale di partecipazione giovanile spontanea che vale più di qualsiasi campagna di comunicazione.

Proprio collegandoci a questo aspetti… Il festival collabora con scuole, licei, l’Accademia di Belle Arti di Carrara, l’Università di Pisa e l’Università di Firenze. Quanto conta formare un pubblico giovane?

Tantissimo, oltre ad essere pubblico potrebbe essere il protagonista del futuro. Essendo anche docente – durante l’anno insegno storia e teorie del cinema – ho sempre vissuto il festival come un progetto collettivo da fare insieme ai giovani. Sin dall’inizio abbiamo coinvolto l’università e gli stagisti: gli universitari sono fondamentali, danno una mano preziosa. Anche i ragazzi delle superiori che fanno alternanza scuola-lavoro vengono, capiscono come funziona il festival, incontrano ospiti, allestiscono spazi. Tutte le mattine ci sono almeno due attività aperte alle scuole, con approcci diversi. L’idea è che i giovanissimi di oggi diventino gli artisti o il pubblico del domani.

Su questo lavoriamo in continuità con il progetto Scrivere Cinema, un concorso di soggetti a cui tengo molto. Perché per me tutto parte dall’idea: senza idee non si va da nessuna parte, al di là della tecnica e dell’intelligenza artificiale. I ragazzi vengono a Lucca per una settimana, sviluppano un soggetto cinematografico, frequentano il festival, e alla fine una giuria legge il trattamento più promettente.

Lucca come location regge ancora il peso del festival?

In certi casi abbiamo dei sold out, è vero. Lucca ha tre cinema che si sono mantenuti, anzi sono stati ristrutturati e sono in ottima forma. La città si presta particolarmente bene – è una specie di salottino – ed è diventata un polo culturale riconoscibile. Però ci sono anche criticità strutturali: la principale è l’offerta alberghiera. Per il tipo di ospiti che portiamo, rispetto a città come Pisa o Firenze che hanno più strutture, trovare alloggi adeguati diventa complicato. A volte non riesci a portare un ospite perché a Lucca non c’è l’albergo adatto e bisogna spostarsi fino a Viareggio.

Pensando alla prossima edizione… Se potessi eliminare un solo vincolo, cosa cambieresti come prima cosa?

Lo dico non per me, ma per chi oggi, a ventun anni, pensa di poter fare un festival. Il problema enorme è quello burocratico. I costi e gli adempimenti amministrativi sono diventati enormemente superiori rispetto a quando siamo partiti vent’anni fa. Non dico che non si debbano regolamentare le cose – ci mancherebbe. Ma se penso ai ragazzi di vent’anni che oggi fondano un’associazione culturale, si trovano di fronte a dieci volte più spese e dieci volte più obblighi rispetto a noi. La fortuna aiuta sempre, certo – noi dobbiamo molto a Marcello Bertocchini, grande cinefilo che ha creduto nel progetto e ha scommesso sul festival sin dall’inizio. Ma la burocrazia, oggi, è il vero ostacolo per chiunque voglia costruire qualcosa di nuovo.


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