Luca Barbareschi senza filtri: "Il cinema? Gestito da una mafietta del quartierino. Meloni una fuoriclasse, ma in tv si parla solo di Garlasco"
L'attore e produttore attacca il sistema dei premi: "Sorrentino sa già che vince". Poi critica il conformismo culturale e sulla tv: "Se mi invitassero? Andrei, a patto che mi lascino parlare"

Cinquant’anni di carriera vissuti attraversando mondi diversi senza mai smussare gli angoli. Attore, produttore, regista, uomo di teatro, imprenditore ed ex parlamentare, Luca Barbareschi è una delle figure più controverse e difficili da incasellare nello spettacolo italiano. A pochi mesi dai settant’anni guarda al percorso compiuto senza particolare nostalgia, ma con una convinzione che rivendica da sempre: aver pagato un prezzo per la propria indipendenza.
Nel corso della nostra chiacchierata il bilancio personale lascia presto spazio a una dura critica del sistema culturale italiano. Barbareschi attacca quello che definisce il "quartierino" del cinema, denuncia premi e riconoscimenti assegnati sempre agli stessi nomi e punta il dito contro un ambiente che, a suo dire, avrebbe sostituito il merito con le appartenenze. Non risparmia nemmeno la politica e il dibattito pubblico, che giudica sempre più conformisti, e difende senza esitazioni la premier Giorgia Meloni, definendola "una fuoriclasse".
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Entra nel canale WhatsAppPoi parla di Israele, di informazione, di cancel culture e del futuro dello spettacolo. E quando gli chiediamo se oggi accetterebbe un invito in quei salotti televisivi che considera ostili alle sue idee, la risposta arriva immediata: «Andrei, a patto che mi lascino parlare».
Tra il rapporto con i grandi maestri che lo hanno formato, da Nicholas Ray a Lee Strasberg, l’amicizia con Roman Polanski e la fiducia riposta nelle nuove tecnologie, emerge il ritratto di un uomo che continua a considerarsi un outsider. Uno che ha prodotto film premiati in tutto il mondo, lavorato con alcuni dei più grandi registi internazionali ed esportato perfino un format televisivo negli Stati Uniti, ma che continua a sentirsi estraneo a certi meccanismi del potere culturale italiano. E che, nonostante tutto, dice di credere ancora «nel potere delle idee contro l’idea del potere».
Tra poco festeggerà mezzo secolo di carriera. Si sente più riconosciuto o più frainteso?
«Ho avuto tanto dalla vita e dalla carriera. Dovrei solo ringraziare ed essere felice di quello che ho ricevuto. Quello che mi dispiace è vedere come si sia impoverito il panorama culturale italiano. Quando ho iniziato ho portato in teatro autori che qui non conosceva nessuno, da Mamet a Shepard. Oggi la fotografia del teatro italiano è tragica. Questo Paese potrebbe essere un faro culturale in Europa e invece è diventato un fanalino di coda».
Lei ha attraversato mondi diversi: politica, televisione, cinema, teatro. Dove ha visto esercitare il potere nel modo più spietato?
«Nel cinema. È gestito da una piccola mafietta del quartierino. Sono sempre gli stessi. Guardi i cast, guardi i premi, guardi chi viene finanziato e chi no… È un sistema chiuso che da decenni si premia da solo».
Il riferimento è allo stesso sistema che in passato ha definito il "clan romano"?
«Sempre quello. Io ho prodotto film che hanno vinto Oscar e premi internazionali, ho lavorato con Polanski, Mamet e Woody Allen, ho comprato un teatro e sono stato tra i pochissimi italiani a esportare un format televisivo negli Stati Uniti con That’s Amore, la versione americana di C’eravamo tanto amati. Eppure ai David spesso non venivo nemmeno invitato. Adesso sento molti lamentarsi, ma per anni i premi se li sono assegnati tra loro».
Lei sostiene che nel cinema italiano il merito conti meno delle appartenenze?
«Non lo sostengo io, basta guardare quello che succede. Oggi certi risultati sembrano già scritti. Sorrentino sa già che vince, lo sa già prima. Sono gli stessi gruppi che decidono da anni chi deve andare agli Oscar e chi no».
Lei non ha mai nascosto le sue posizioni politiche. Ha pagato un prezzo per questo?
«Certo. Sono stato il primo a lavorare con Berlusconi e ricordo perfettamente gli insulti che ricevevo… Poi ci hanno lavorato tutti. La differenza è che io non ho mai fatto finta di nasconderlo. Ho fatto politica nel centrodestra e ne sono orgoglioso».
Oggi dove vede più conformismo?
«A sinistra, anche se più che conformismo vedo imbecillità».
Un giudizio netto…
«La Meloni è una fuoriclasse. È intelligente, parla le lingue, sta affrontando problemi enormi in un momento difficilissimo. Sta facendo una battaglia epocale per rimettere in piedi un Paese che arriva da anni molto complicati».
Qual è oggi l’opinione più impopolare che si possa avere?
«Essere orgogliosi di essere italiani. Eppure dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Come dovrebbe essere normale pretendere un’informazione meno ossessionata dal pettegolezzo e più attenta ai temi che contano davvero».
Lei infatti è stato molto critico verso il sistema dell’informazione.
«Passiamo settimane a parlare di cronaca nera e pochissimo di innovazione, ricerca, economia, scienza. Possibile che i telegiornali dedichino servizi su servizi a Garlasco e quasi nulla a ciò che può davvero cambiare il futuro del Paese?».
Se oggi la invitassero in uno di quei programmi che considera ostili alle sue idee, ci andrebbe?
«Andrei, a patto che mi lascino parlare. Il problema non è il confronto. Il problema è quando qualcuno pensa di avere il monopolio della verità».
Lei è anche molto legato a Israele. Come vive il clima che si è creato dopo il 7 ottobre?
«Con amarezza. Vedo tantissima ignoranza e moltissima semplificazione. Molte persone prendono posizione senza conoscere la storia e senza sapere davvero di cosa parlano».
Che cosa pensa delle mobilitazioni pro-Palestina che coinvolgono artisti e personaggi dello spettacolo?
«Ognuno è libero di dire ciò che vuole. Ma vedo troppa gente che si improvvisa esperta di geopolitica. Ci sono cantanti, influencer e personaggi pubblici che parlano di questioni enormemente complesse senza avere gli strumenti per farlo. Per non parlare della Flotilla: mi sembra soprattutto un’operazione simbolica. Oggi molte battaglie vengono trasformate in eventi mediatici. Io credo che una tragedia come quella mediorientale meriti molta più profondità e molta meno propaganda».
Sul piano culturale lei è stato molto critico verso la cancel culture e il politicamente corretto.
«Con questa logica non avremmo avuto il Rinascimento. Dovremmo cancellare Caravaggio, Michelangelo, Leonardo. L’arte non può essere giudicata con criteri ideologici. Un artista va giudicato per quello che crea».
Anche per questo continua a difendere Roman Polanski?
«Certo. Polanski è uno dei più grandi registi viventi. Il problema è che oggi viviamo nell’epoca delle etichette. A un certo punto smettono di guardare quello che fai e cominciano a guardare quello che rappresenti. È successo a lui ed è successo anche a me. Quando vieni messo in una casella, molti smettono di giudicarti per il tuo lavoro. Io continuo a credere che le opere debbano essere valutate per il loro valore, non per il clima ideologico del momento».
Guardando alla sua vita, c’è una convinzione che aveva da ragazzo e che oggi considera sbagliata?
«No. Ho avuto grandi maestri. Nicholas Ray, Lee Strasberg, Elia Kazan. Da loro ho imparato che il cuore viene prima di tutto. Ho sempre creduto nel potere delle idee contro l’idea del potere. E continuo a crederci ancora oggi».
Invece c’è un’idea sbagliata che il pubblico ha di Luca Barbareschi?
«Non credo che il pubblico abbia un’idea sbagliata di me. Credo che molti italiani mi abbiano seguito e apprezzato per decenni, altrimenti non riempirei ancora oggi i teatri. Semmai il problema è chi controlla la comunicazione e certi ambienti culturali. Ho aiutato tante persone nella mia carriera e spesso, nei momenti difficili, le ho viste sparire. Questa è forse la delusione più grande».
Come vede il mondo dello spettacolo italiano tra dieci anni?
«Siamo in una fase di entropia qualitativa. Il cinema è a pezzi, la fiction è a pezzi, il teatro soffre. Ma l’intelligenza artificiale potrebbe diventare una straordinaria opportunità. Per la prima volta possiamo superare le barriere linguistiche e raccontare l’Italia al mondo in modo nuovo. Se saremo capaci di capirlo, potrà essere una grande occasione».
