Lilli Manzini contro i Talent nel doppiaggio: "La rovina della qualità recitativa. Luca Laurenti? Mio collega se studiasse per almeno 3 anni"

Libero Magazine ha intervistato Lilli Manzini, la doppiatrice italiana che sta portando avanti una battaglia contro l'inserimento di Talent nel doppiaggio.

Stefania Meneghella

Stefania Meneghella

Giornalista

Giornalista pubblicista, scrittrice e critica d’arte, sono autrice di quattro romanzi e fondatrice di Kosmo Magazine

Dietro il microfono di una sala di doppiaggio, c’è molto più di una voce: si nasconde infatti un lavoro di studio che dura anni e una dedizione che viene spesso ignorata. Lilli Manzini – doppiatrice, attrice e direttrice di doppiaggio – questo mondo lo abita da sempre, respirando l’aria della sala fin da piccola, figlia di una tradizione familiare che è un pezzo importante del cinema italiano.

Intervista a Lilli Manzini, nota doppiatrice italiana

In questi giorni, Lilli Manzini è diventata la voce critica di un settore in trasformazione, un’artista che mette la dignità del lavoro davanti alle logiche dei numeri e del marketing. In questa intervista a Libero Magazine, ha ripercorso le tappe della sua carriera e ha difeso il suo lavoro, sostenendo come tanti talent abbiano avuto la possibilità di doppiare film internazionali del calibro dell’ultimo Toy Story.

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Sei cresciuta in una famiglia che ha letteralmente scritto la storia del doppiaggio italiano. Qual è il ricordo più vivido che hai dei "vecchi tempi" in sala, che pensi si sia perso oggi?

Oggi c’è meno tempo per poter realizzare dei progetti fatti con criterio ma soprattutto con la giusta qualità. Adesso è più tutta tecnica. Quando ho iniziato a fare doppiaggio, c’era più umanità: si stava insieme al leggio, mentre ora ci sono colonne separate. Prima c’era più attenzione nei dettagli e si guardava molto di più alla qualità.

Lo stesso cambiamento c’è stato anche nel cinema?

Certo, oggi se vuoi guardare qualcosa devi mettere pausa e tornare indietro. Gli attori si mangiano le parole. Il doppiaggio non interessa molto a nessuno, perché purtroppo anche nei telegiornali mostrano le ultime uscite e non dicono mai i nomi dei doppiatori, nemmeno quelli dei protagonisti. Eppure noi doppiatori siamo la voce dei sentimenti di chi ci ascolta.

Qual è stato il momento in cui hai capito che non avresti solo "seguito le orme", ma che avresti voluto fare di questo mestiere una missione personale, oltre che professionale?

Io ho iniziato da bambina e dentro di me ho sempre avuto questo spirito innato che mi ha permesso di dare parte della mia personalità a ciò che è più bello creare: l’arte. Io sono anche una grande cinefila e ho sempre guardato film di tutti i tipi e di tutti gli anni. Mi ha appassionato il fatto di dare voce all’arte che già parlava. Noi doppiatori abbiamo uno stile, nessuno lavora nella stessa maniera e il nostro è un lavoro che si basa sul "de gustibus". La meritocrazia purtroppo non esiste, perché ognuno si fa il suo orticello per compiacere i clienti che, il più delle volte, di questo lavoro non ci capiscono nulla. Da qui vengono fuori lavorazioni tremende.

Tra l’altro, ultimamente stai portando avanti una difesa incessante del lavoro da doppiatore…

E sono l’unica, tanto che vengo considerata una "pecora nera". Io faccio una battaglia morale – non faccio del male a nessuno – ma è nel mio diritto, da art. 21 della Costituzione Italiana, dire quello che penso. Non è giusto che si mettano davanti al leggio persone che non appartengono professionalmente al mio mestiere e che non hanno studiato per farlo. Loro non sono doppiatori professionisti perché, un conto è essere attori, un altro attori doppiatori, che è ben diverso. Sono state molto criticate le lavorazioni di molti attori italiani che hanno doppiato i film di circuito.

I talent nel doppiaggio sono la rovina della qualità recitativa: non parlo dei talenti in sé, perché tutti abbiamo il diritto di lavorare, ma della tendenza di inserire – come fanno in America – personaggi Vip al leggio per fare marketing, per vendere il prodotto. Non voglio andare al cinema, spendere i soldi del biglietto e ascoltare voci che non appartengono alla qualità recitativa di un vero professionista del doppiaggio. Se le case di produzione prendessero solo talent, la lavorazione sarebbe un disastro. Ecco perché fanno una distribuzione mista (talent e doppiatori professionisti). Non è vero che fanno doppiare i talent solo nell’animazione, ma lo fanno anche nei documentari, nei film di circuito, nelle serie tv e nei videogiochi.

Pensi che questo sistema vada a pesare anche sulla narrazione del film in sé?

Il film nasce per quello che è, ma va a pesare sulle orecchie di persone che non conoscono il doppiaggio e pensano che noi doppiamo in questo modo. Il doppiaggio è nato con gli attori di teatro che erano anche doppiatori; lo hanno inventato loro. Non si può prendere il cantante o il personaggio pubblico e metterlo davanti al leggio. Questa è una mancanza di rispetto verso l’arte. Chi fa doppiaggio non solo ha studiato per farlo, ma ci sono anche gli allievi che hanno pagato i corsi alle Accademie e che si sono diplomati. Spesso leggo commenti che parlano ad esempio di come Renato Zero sia stato bravo a doppiare. Lui non è però un doppiatore; può essere anche diretto in maniera straordinaria, ma non fa quel lavoro. Tra l’altro, esistono anche eccellenti cantanti doppiatori come gli straordinari Mino Caprio ed Emanuela Ionica. Mino Caprio riesce addirittura a doppiare cantando in tutti i dialetti italiani.

Come si educa il pubblico a riconoscere l’eccellenza in un doppiaggio?

Questo è molto soggettivo, perché il pubblico non si può educare, è standardizzato alla moda. Non si educa alla voce, il pubblico si abitua. Ecco perché va abituato solo a voci professioniste del settore.

Nei tuoi video social hai anche nominato Luca Laurenti…

Lui è un bravissimo maestro musicale e musicista. Non posso però sopportare il fatto che doppi dei film, quando in realtà non è un doppiatore professionista. Se Luca studiasse per almeno tre anni doppiaggio, allora lo reputerei un collega. Hanno messo al leggio Paolo Bonolis, Mara Maionchi, la figlia di Heather Parisi, Gianluca Gazzoli. Ci rendiamo conto!? Si sente perfettamente che non sanno fare questo lavoro. Non basta saper leggere un copione per diventare doppiatore.

Una scelta che ostacola anche le nuove generazioni?

Certo. Se, per fare marketing, tolgono i personaggi a chi ha studiato o sta studiando, fanno un danno professionale. Anche quelle due righe vengono pagate con gettone di presenza. Noi veniamo pagati a contratto nazionale, mentre i talent – secondo quanto ho saputo – vengono pagati profumatamente. L’Italia è una Repubblica basata sul lavoro e tutti hanno il diritto di lavorare. Io non ce l’ho con i talent, ma con il sistema che permette, a chi non è professionista, di fare un lavoro che non è di sua competenza. Questo è sicuramente un mio giudizio, ma sono dispiaciuta del fatto che la categoria dei doppiatori non si unirà mai per poter evitare tutto questo.

Meglio così, almeno continuerò ad essere la voce di quel popolo sovrano che detesta tutto questo. Io ci metto sempre la faccia per andare contro il potere imprenditoriale. So che tutto questo non serve a nulla, perché le cose possono cambiare solo grazie alla coscienza di chi può davvero fare qualcosa, alla politica e all’economia. Al giorno d’oggi di coscienza ce n’è talmente poca che non posso far altro che continuare a battermi moralmente per salvaguardare la bellezza e la qualità del mio lavoro. Meglio una contro tutti, che una uguale a tutti.


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