Il caso clamoroso dei video su TikTok con le voci di Checco Zalone e Gigi Proietti: la sentenza del tribunale

Ai giudici non hanno fatto ridere i video su TikTok di un magazziniere licenziato per averli realizzati sul posto di lavoro

Rosanna Ilaria Donato

Rosanna Ilaria Donato

Web Content Editor

Laureata in Linguaggi dei Media, mi dedico al mondo dell’intrattenimento da 10 anni. Ho lavorato come web content editor freelance per diverse testate.

Checco Zalone, non solo successi al cinema: i personaggi più riusciti

Su TikTok spopolano i video estemporanei registrati mentre si lavora e si "parla" con le voci dei film. Chi frequenta i social conosce bene questo genere di contenuti: brevi clip ironiche costruite su frasi cult di comici famosi, ricontestualizzate in situazioni quotidiane. Un format che funziona, fa ridere e di solito non crea problemi a nessuno. A un magazziniere bolognese, però, è costato il lavoro. Il tribunale civile di Bologna ha recentemente respinto il suo ricorso, dichiarando legittimo il licenziamento. Una sentenza che non sorprende gli addetti ai lavori, ma che racconta qualcosa di più profondo sulle regole – non scritte ma sempre più rigorose – che governano la nostra vita digitale.

Zalone e Proietti "magazzinieri" su TikTok

L’uomo, che preferisce restare anonimo, lavorava da dieci anni come addetto alla logistica in un’azienda in appalto nell’hub del gruppo Montenegro a San Lazzaro di Savena, vicino Bologna. Un impiego stabile, a tempo indeterminato, senza una lettera di richiamo in un decennio. Unica colpa: aver girato e pubblicato su TikTok una ventina di video dal posto di lavoro, usando come colonna sonora le voci di Checco Zalone e Gigi Proietti – battute estrapolate dai loro film e spettacoli – sovrapposte a situazioni del magazzino. Nessun insulto esplicito ai datori di lavoro, nessuna denuncia delle condizioni lavorative: solo clip dal tono scherzoso, nelle quali però comparivano i loghi dell’azienda e del gruppo Montenegro: una forma di "pubblicità" involontaria che all’azienda non è piaciuta, e lo ha dunque licenziato. I video sono stati successivamente cancellati, ma ormai era troppo tardi.

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Zalone non ha fatto ridere il giudice

Quando ha impugnato il licenziamento in tribunale, il giudice ha respinto il ricorso. Tra le motivazioni della sentenza c’era anche un dettaglio singolare: un riferimento allo stipendio – indicato nella sentenza come 2.300 euro mensili – che avrebbe dovuto escludere qualsiasi rivendicazione di natura sindacale. L’uomo contesta questa cifra: "Magari guadagnassi quella cifra. Prendevo 1.400 euro al mese". Per sei mesi, tra il licenziamento e il nuovo impiego, è rimasto senza reddito con due figli di 4 e 6 anni. Una situazione complicata, anche se lui preferisce non drammatizzarla: "Non sono pentito di aver fatto quei video, ma il comportamento dell’azienda mi ha amareggiato".

Oggi dice di essersi lasciato quella storia alle spalle: ha trovato un nuovo lavoro meglio pagato e molto più vicino a casa, a tre chilometri invece dei trenta di prima. Dal suo racconto, del resto, è un uomo abituato al cambiamento: prima della carriera da magazziniere ha avuto una pizzeria, ha vissuto un’esperienza in un negozio di abbigliamento, e ha persino vinto un concorso per autista di bus. Cambiare impiego non l’ha spaventato, non quanto lo spaventano le conseguenze dei social, quantomeno. Il consiglio che dà adesso è chiaro: "Postare foto o video dal lavoro è molto rischioso, anche se non offendi nessuno". I social rimangono nella sua vita, ma solo per questioni private. Le voci di Zalone e Proietti, in questo caso, non hanno fatto ridere i giudici.


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