Le libere donne, Lino Guanciale: "Io e Mario Tobino, sento un legame fortissimo. Il successo? Non me ne rendo conto"
Dopo "L'invisibile", Lino Guanciale torna protagonista in tv nella serie "Le libere donne" in cui interpreta Mario Tobino. Ecco cosa ha raccontato a Libero Magazine

Dopo il successo della serie "L’invisibile", Lino Guanciale torna protagonista in una nuova produzione televisiva, questa volta nei panni dello scrittore e psichiatra Mario Tobino. "Le libere donne", coprodotta da Rai Fiction e Endemol Shine Italy, è ispirata al romanzo Le libere donne di Magliano e andrà in onda su Raiuno dal 10 marzo. Ambientata tra Lucca e Viareggio negli anni della Seconda Guerra Mondiale, la storia segue Tobino mentre lavora nel manicomio femminile di Maggiano, cercando di opporsi a regole rigide e disumane per difendere la dignità delle pazienti. Tra le donne ricoverate c’è chi ha trovato nella follia una forma di rifugio e chi, invece, è stata internata ingiustamente per aver mostrato un carattere troppo libero per l’epoca.
Le libere donne, l’intervista a Lino Guanciale
Noi di Libero Magazine abbiamo intervistato Lino Guanciale che ci ha raccontato cosa ha significato interpretare una figura realmente esistita e complessa come Mario Tobino. Durante l’intervista l’attore ha riflettuto anche su temi centrali della storia, come la condizione femminile, il peso culturale del patriarcato e il modo in cui la salute mentale è stata a lungo considerata un tabù. Guanciale ha poi condiviso alcune considerazioni sul rapporto con la popolarità e su come gestisce l’attenzione del pubblico. Ha riflettuto anche sul momento storico che stiamo attraversando, definendolo un periodo difficile e pieno di incertezze. Infine ha anticipato i suoi prossimi progetti al cinema, tra cui il film "Scuola di seduzione", dove ha lavorato accanto a Carlo Verdone.
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Entra nel canale WhatsAppLino, in "Le libere donne" interpreti Mario Tobino. Come ti sei approcciato a questo personaggio?
Avevo letto "Per le antiche scale" quando ero molto giovane, ma per prepararmi a questo ruolo ho approfondito diverse altre sue opere e ho cercato tutto il materiale disponibile su di lui: interviste, filmati e fotografie. Solo durante le riprese, quando il lavoro di preparazione era già in uno stadio avanzato ma non ancora del tutto concluso, ho avuto l’occasione di visitare il manicomio di Lucca dove Tobino ha lavorato e dove è ambientata gran parte della vicenda. Entrare nella sua stanza e vedere i suoi oggetti personali è stato un momento davvero intenso. È un personaggio verso cui sento un legame molto forte.
Una serie che affronta tanti temi a partire da quello sulla condizione femminile. Oggi si parla ancora di patriarcato.
Per molto tempo le donne non hanno potuto disporre liberamente di sé stesse: mancavano l’autonomia sul proprio corpo, il diritto pieno alla vita, all’istruzione, al lavoro e alla possibilità di esprimersi liberamente. Anche oggi dovremmo continuare a chiederci se la nostra società possa migliorare ancora, perché il percorso verso una reale uguaglianza non è affatto concluso. È vero che, rispetto al passato, sono stati compiuti importanti progressi, soprattutto sul piano dei diritti e delle leggi. Tuttavia rimane ancora molto da fare. Dal punto di vista culturale e nella persistenza di una mentalità maschilista, bisogna ammettere che non siamo poi così distanti da quel passato che ha reso possibili certe ingiustizie.
Si parla tanto di educazione sessuo-affettiva. Quanto sarebbe importante introdurla nelle scuole?
L’educazione affettiva nelle scuole non ha nulla a che vedere con l’introduzione di una qualche forma di propaganda. L’obiettivo, piuttosto, dovrebbe essere quello di colmare un vuoto che per troppo tempo è rimasto tale, creando spazi in cui sia possibile favorire un confronto tra generazioni su temi delicati come le relazioni, il rispetto reciproco e il riconoscimento dell’altro all’interno di una coppia. Non significa entrare nelle classi per imporre modelli o fornire risposte già pronte, ma offrire occasioni di dialogo e di ascolto. La scuola può diventare il luogo in cui affrontare apertamente questi argomenti, dedicando momenti specifici alla discussione e alla condivisione.
Rimanendo in tema di attualità, dal Ddl stupri è sparita la parola consenso. Cosa ne pensi?
In questo decreto vedo soprattutto un forte arretramento, mentre avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per compiere almeno un piccolo passo avanti. Mi è capitato di sentire affermazioni del tipo: "Il patriarcato non esiste, perché a casa mia comanda mia moglie". Sono frasi che si ascoltano spesso, non solo nel dibattito pubblico ma anche nei contesti quotidiani: al bar, allo stadio, tra amici, sotto forma di battute o commenti superficiali. Ed è proprio questo tipo di atteggiamento che rischia di rallentare qualsiasi vero progresso. È vero che nel tempo sono stati fatti dei miglioramenti, ma il percorso da compiere è ancora lungo. Forse tutti noi uomini, me compreso, dovremmo imparare a guardare la realtà con maggiore consapevolezza e sensibilità, provando a "tobinizzarci" un po’.
La serie racconta la follia della Seconda Guerra Mondiale. Sei preoccupato per i venti di guerra?
Il periodo storico che stiamo attraversando è estremamente preoccupante. In tempi molto brevi siamo tornati a una situazione in cui sembra prevalere la legge del più forte. Negli ultimi tempi, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump, il principio dello stato di diritto appare sempre più come qualcosa che per anni abbiamo dato per scontato, quasi fosse una narrazione rassicurante, ma che oggi sembra appartenere sempre di più al passato. Proprio per questo ritengo sia fondamentale che l’Unione Europea assuma un ruolo più deciso e visibile sulla scena internazionale, rafforzando la propria identità politica. È arrivato il momento di superare esitazioni e ambiguità diplomatiche e di affermarsi con maggiore determinazione nello scenario globale.
Un altro tema che la serie affronta è quello della salute mentale.
Ho la sensazione che le nuove generazioni affrontino il tema della salute mentale con una consapevolezza sorprendente. Molti ragazzi, anche molto giovani, parlano di queste questioni con naturalezza e con uno sguardo razionale che appartiene alla loro epoca, molto diverso da quello con cui siamo cresciuti noi. Per loro non è più qualcosa di cui vergognarsi intraprendere un percorso su sé stessi, rivolgersi a uno specialista o prendersi cura del proprio equilibrio psicologico prima che il disagio diventi più grave. C’è ancora tanto lavoro da fare soprattutto sul piano culturale, ma anche in termini di investimenti, ricerca e diffusione di una maggiore consapevolezza.
Sei un attore amatissimo dal pubblico. Come convivi con il successo?
Quando si lavora intensamente quasi non ci si rende conto di ciò che succede intorno, e credo che questo sia anche il modo più sano di vivere il proprio lavoro. Alla fine l’unica vera differenza è che sempre più persone ti riconoscono: c’è chi ti scrive sui social oppure chi scatta una foto in metropolitana mentre ti stai facendo i fatti tuoi. Poi però sta a te decidere come gestire questa visibilità. Puoi scegliere di usarla per sostenere e valorizzare le cose a cui tieni davvero, ed è esattamente quello che cerco di fare.
Ora hai anche lavorato con Carlo Verdone in "Scuola di seduzione". Com’è stato lavorare con lui sul set?
Per me è stata un’esperienza speciale, perché significa ritrovarsi a condividere il set con una figura che rappresenta un vero punto di riferimento. Sono momenti in cui ti rendi conto di quanto il tuo percorso professionale possa regalarti occasioni preziose. Lavorando con lui ho potuto scoprire anche il suo modo di dirigere: è un regista molto generoso e estremamente attento al lavoro degli attori.
