Eleonora Daniele sfida la tv spazzatura e vince: "Le cose che non sai" ha un merito che in tv vale più di qualsiasi effetto speciale
Eleonora Daniele convince con garbo, ricerca e contenuti, senza trasformare Le cose che non sai su Rai 3 in una lezione a tutti i costi

Ci si lamenta di programmi televisivi costruiti per durare il tempo di una stagione, delle trasmissioni che sembrano nate soltanto per riempire un palinsesto, delle interviste tutte uguali e dei talk nei quali si può parlare per ore senza che, alla fine, rimanga granché. Poi arriva Le cose che non sai e, almeno per una sera, torna la voglia di invertire la domanda: forse il problema non è mettere contenuti in televisione, ma capire come raccontarli senza trasformarli in un mattone.
Il nuovo programma di Rai 3, condotto da Eleonora Daniele, parte infatti da una materia che sulla carta potrebbe sembrare già vista: i personaggi famosi e le loro famiglie. Prende questa componente, la mescola con la ricerca genealogica e storica e la porta da tutt’altra parte. Non siamo davanti alla classica intervista nella quale il vip ripercorre la propria carriera e tira fuori qualche ricordo d’infanzia. Qui il passato viene cercato, ricostruito e, soprattutto, in alcuni casi svelato per la prima volta proprio a chi lo sta raccontando. Una differenza sostanziale e anche la ragione per cui il titolo del programma non è affatto casuale.
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Entra nel canale WhatsAppGiletti e Gerini, due ospiti e due viaggi che non si assomigliano
La prima puntata mette insieme Massimo Giletti e Claudia Gerini, una scelta che si rivela utile proprio perché permette al programma di mostrare due modalità differenti di racconto. Giletti arriva con il suo bagaglio da giornalista e conduttore, con una vita professionale trascorsa a raccontare le storie degli altri. Stavolta, però, si ritrova dall’altra parte della ricerca. Un ribaltamento interessante. Il percorso dedicato a lui prende una direzione fortemente legata alla memoria familiare e alla storia italiana. Tra le scoperte emerge anche una lettera scritta dalla nonna a Rachele Mussolini. Un documento che non è soltanto una curiosità privata, ma un pezzo di memoria capace di aprire un collegamento con un periodo storico preciso. Con Claudia Gerini il percorso cambia completamente tono. Anche qui il programma va a cercare le tracce della famiglia, ma il racconto prende una strada diversa e arriva fino alla storia della prozia Anita, finita sui giornali. Questo è uno dei meriti del format: non costringere due personaggi diversi dentro lo stesso stampino.
Le interviste hanno un tenore differente perché differenti sono gli ospiti. Non viene applicato lo stesso schema emotivo a entrambi. Le loro reazioni, i loro ricordi e soprattutto ciò che emerge dalle ricerche determinano il percorso. Questo crea curiosità. Lo spettatore non sa soltanto cosa verrà raccontato: vuole scoprire che cosa verrà fuori. Il programma trova qui il suo elemento più televisivo. Il passato non è già tutto sul tavolo. Bisogna aspettare che venga fuori. Il titolo Le cose che non sai funziona proprio per questo. Non indica soltanto ciò che il pubblico ignora sui propri beniamini, ma anche quello che gli stessi protagonisti non conoscono delle proprie origini. Quindi la sorpresa non è soltanto nostra. È anche loro.
I filmati e le indagini come in un programma d’inchiesta
Qui i filmati sembrano usciti da un programma d’inchiesta, non da un talk Se c’è un elemento che rende il format tanto riconoscibile è il lavoro che sta dietro ai filmati. Il programma non si accontenta di mettere il personaggio al centro dello studio e fargli raccontare ciò che ricorda. Va a cercare le risposte fuori dallo studio. Si indaga sugli antenati, si ricostruiscono percorsi familiari, si rintracciano luoghi e testimonianze, si recuperano documenti e immagini. La telecamera diventa quasi uno strumento investigativo e il racconto procede seguendo gli indizi. In alcuni momenti sembra quasi di trovarsi davanti a un programma d’inchiesta, soltanto che l’oggetto dell’indagine non è un caso giudiziario, un fatto di cronaca o una vicenda politica, ma una famiglia. Questo rende il tutto di gran lunga più interessante. Dietro c’è una macchina di ricerca che, per forza di cose, ha lavorato a lungo prima della messa in onda. Non basta conoscere il nome di un antenato: bisogna trovare le tracce, verificarle, collegarle, andare nei luoghi e parlare con chi può aggiungere un tassello.
Musiche, immagini, riprese sul territorio e testimonianze costruiscono un’atmosfera lontana dal classico talk da prima serata. Non c’è quella sensazione da salotto televisivo nel quale tutto avviene intorno a un tavolo e il servizio esterno serve soltanto a spezzare la conversazione. Qui il servizio è parte della storia. Cambia anche il modo in cui guardiamo l’ospite. Non lo osserviamo più soltanto mentre parla di sé: lo vediamo reagire davanti a qualcosa che non conosceva, ascoltare una testimonianza, riconoscere un luogo, scoprire un documento. Questo, in televisione, ha un valore enorme. La sorpresa non viene raccontata, ma costruita davanti agli occhi del pubblico.
Il parere degli esperti: la tv che ha qualcosa da dire
A rendere ancora più solido il percorso ci sono poi gli storici e gli esperti di storia e genealogia, che aiutano a mettere ordine nelle informazioni e a collocare le vicende personali dentro un contesto più ampio. Non sono lì per fare una lezione al pubblico, ma per dare un significato alle scoperte. Rai 3 riesce quindi a fare una cosa che non è affatto scontata: prendere una materia potenzialmente "rosa" e trasformarla in divulgazione senza snaturarla. Famiglie, antenati, fotografie, segreti e personaggi conosciuti. C’è una componente molto popolare, quasi da curiosità da rivista. Ma il programma non si ferma lì. Ogni storia ha una porta laterale che conduce altrove. Verso la storia, la memoria e la conoscenza. E alla fine qualcosa resta.
Forse è questo il punto sul quale vale la pena soffermarsi. Da anni ci sentiamo ripetere che il pubblico vuole soltanto programmi leggeri, che per funzionare bisogna semplificare tutto, che la cultura in prima serata rischia di essere indigesta e che la televisione generalista deve necessariamente scegliere tra ascolti e contenuti. Le cose che non sai prova a dimostrare il contrario. Non siamo davanti a un programma che pretende di insegnare allo spettatore qualcosa dall’alto di una cattedra. Ma nemmeno a un contenitore che utilizza personaggi famosi come semplice calamita per tenere acceso il televisore. Il contenuto c’è e non è nemmeno poco.
La differenza è che viene impacchettato in una forma televisiva che prova a renderlo digeribile. Ci sono le storie personali, la curiosità per il vip, il momento emotivo, la sorpresa. Ci sono anche la ricerca, gli esperti, la documentazione e la ricostruzione storica. Non è il solito "programma culturale" nel quale dopo cinque minuti viene voglia di controllare se il telecomando funziona ancora. E questa, oggi, è già una notizia. Il servizio pubblico non dovrebbe significare televisione pesante a tutti i costi. Non dovrebbe essere sinonimo di spiegone, di linguaggio ingessato o di programmi che sembrano pensati per dimostrare quanto siano colti gli autori. Può anche voler dire prendere una storia capace di incuriosire il grande pubblico e utilizzarla per raccontare qualcosa che abbia un valore più ampio. Questo è quanto accade qui.
Il format funziona anche grazie a Eleonora Daniele
Una formula intelligente anche perché produce un doppio coinvolgimento. Il pubblico scopre qualcosa che non sapeva. L’ospite scopre qualcosa che non sapeva. In mezzo c’è Eleonora Daniele. La conduttrice, in questo passaggio dal daytime alla prima serata, si muove su un terreno che conosce bene: quello delle storie umane. Qui, però, deve fare un passo ulteriore, perché non si limita ad ascoltare. Deve accompagnare una ricerca e gestire il momento nel quale una persona si trova davanti a una parte della propria storia che non aveva mai visto. Lo fa con il suo tratto più riconoscibile: il garbo.
Daniele non ha bisogno di alzare il tono per rendere importante un racconto e non sembra voler trasformare ogni passaggio doloroso in un momento da sottolineare con il pennarello rosso. Anche quando emergono aspetti delicati o commoventi, mantiene una certa eleganza. Un approccio che non toglie spazio agli ospiti. Anzi, li mette nelle condizioni di raccontarsi. La sfida più interessante per conduttrice è questa: portare in prima serata l’esperienza maturata nel daytime senza trasformarla in una copia ingrandita di quello stesso linguaggio. La strada è quella giusta. La sensazione lasciata dalla prima puntata è quella di un prodotto che sa cosa vuole essere. Non la solita intervista ai vip, o il solito programma genealogico, oppure, l’ennesimo approfondimento storico. Nemmeno l’ennesimo talk travestito da novità. Si tratta di un programma che usa la curiosità per arrivare al contenuto. Per Rai 3, una bella scommessa. Per Eleonora Daniele, senz’altro una scommessa vinta.
