La Nueva Ola 2026, Iris Martin-Peralta lancia l'allarme: "2200 persone abbandonate dalle istituzioni, situazione preoccupante". Intervista

Da diciannove anni porta in Italia il meglio del cinema spagnolo e latinoamericano. Iris Martin-Peralta racconta visione, sfide e futuro del festival che costruisce ponti.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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C’è un cinema che continua a interrogare il presente con uno sguardo potente, a tratti politico e profondamente umano: è quello che ogni anno porta a Roma La Nueva Ola – Festival del cinema spagnolo e latinoamericano, giunto alla sua 19ª edizione. Dal 6 al 10 maggio, il Cinema Barberini diventa il cuore di un racconto che attraversa confini, lingue e identità, mettendo in dialogo nuove voci e grandi autori. Un lavoro curatoriale complesso, che non è solo selezione di film, ma costruzione di un ponte culturale vivo e necessario. Ne abbiamo parlato con Iris Martin-Peralta, per capire cosa significa oggi programmare cinema in un mondo sempre più frammentato.

La Nueva Ola è diventata un punto di riferimento in Italia

Iris, dopo 19 edizioni di festival, qual è oggi la sua identità più profonda e cosa lo distingue davvero dagli altri?

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Il festival del cinema spagnolo e latinoamericano, la Nuova Ola, è effettivamente un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda il cinema ibero-americano. Gran parte della sua forza risiede sicuramente nella sua eterogeneità. Fin dall’inizio, la nostra proposta è stata quella di aprire una finestra e offrire un panorama completo su queste cinematografie — Spagna e America Latina — seguendo una logica di varietà di generi e linguaggi. Attraverso la programmazione, cerchiamo di rispecchiare la molteplicità di voci che esistono in questo enorme territorio del mondo, attraversando molte aree geografiche, ognuna con sensibilità diverse.

Come si costruisce un equilibrio tra il cinema spagnolo e quello latinoamericano, senza cadere però, agli occhi del pubblico, in una visione magari turistica o superficiale?

Il festival si articola in due sezioni. La nostra premessa è quella di stuzzicare la curiosità delle persone e spingere alla scoperta di nuovi linguaggi, nuovi talenti e nuove realtà filmiche. In Italia, la cinematografia spagnola è molto più vicina e conosciuta; ci arrivano molte più serie, film e prodotti audiovisivi in generale. Nel cinema spagnolo le voci sono tantissime e, nel contesto europeo, proponiamo film più mainstream accanto a opere autoriali o sperimentali, offrendo una rosa di proposte molto varia.

Con l’America Latina, purtroppo, ci scontriamo con una conoscenza molto inferiore. Eppure esiste anche lì un cinema mainstream, come quello peruviano, che noi magari ignoriamo. La nostra grande ricerca consiste nel visionare tantissimi film all’anno tramite una rete di consulenti internazionali, per creare un panorama che includa sia film commerciali che autoriali. Per evitare la "visione turistica" di cui parlavi, diamo molta importanza e visibilità alle persone che, all’interno delle stesse comunità, usano il cinema per raccontare le proprie storie. Ad esempio, quest’anno abbiamo un film boliviano e uno peruviano entrambi in lingua Quechua. Non ci limitiamo allo spagnolo; la ricchezza culturale riguarda anche le lingue: in Spagna si parla catalano e basco, e in America Latina ci sono tantissime lingue indigene. Abbiamo La Hija Condor, un film boliviano quasi antropologico ambientato a 4.500 metri, e un documentario peruviano più leggero su un ragazzo che decide di doppiare Il Re Leone in Quechua. La nostra missione è smontare i luoghi comuni e mostrare che le storie che arrivano da nuovi autori o attori consacrati sono varie e non offrono mai un unico punto di vista.

Temi e narrazioni del presente

Proprio rimanendo su questo aspetto, guardando alla selezione di quest’anno, quali sono i temi che secondo te emergono con più forza e che raccontano meglio il presente o uno spaccato di quelle realtà?

Per quanto riguarda la parte spagnola, ci troviamo in un’annata di cinema spettacolare. I temi dominanti riguardano la conquista di una certa identità legata ai diritti civili e storie molto personali; quasi tutti i film sono basati su esperienze vere dei registi. C’è un forte interesse per il cinema che ha qualcosa da raccontare, ma non disdegniamo affatto il cinema industriale, la buona commedia, il thriller e nemmeno il trash, il pop o il cinema di genere. Vedo molte narrazioni di autori e autrici che cercano il proprio posto nel mondo partendo da temi che hanno vissuto in prima persona.

Molti dei film in programma affrontano identità, memoria e crisi personali. Crede che il cinema ibero-americano oggi sia più coraggioso nel raccontare la fragilità e i conflitti rispetto ad altri contesti?

Sicuramente sì. Mentre il cinema spagnolo si muove in un contesto europeo più plurale, i film latino-americani sono molto più collettivi. Spesso non hanno la pretesa di parlare ai circuiti dei festival internazionali (anche se poi ci arrivano), ma sono voci autentiche che vogliono parlare alla propria comunità. Sotto questo aspetto, il cinema indipendente e autoriale italiano somiglia molto a quello spagnolo. In quello latino-americano, invece, vedo un’urgenza del racconto da un punto di vista collettivo, un parlare ai propri simili. I temi centrali riguardano la difesa delle tradizioni e della propria cultura senza dover per forza migrare in città, rivendicando i propri linguaggi, i propri spazi e le proprie radici in un senso di comunità sempre presente.

L’esperienza in sala e il nodo dei finanziamenti

Senti, invece circa il festival, in un panorama così saturo di contenuti, perché secondo te oggi è ancora fondamentale un festival fisico, cioè in sala, come questo?

Nonostante i cali sostanziali nella distribuzione tradizionale, la differenza la fa l’esperienza collettiva, sociale e culturale. Oggi abbiamo accesso a tutto l’audiovisivo che vogliamo tramite le piattaforme, ma il successo del nostro festival risiede nel coltivare la visione condivisa in uno spazio di confronto. Come diceva Cozarinsky, al cinema sei al buio ma non sei solo, e devi guardare verso l’alto, non verso il basso. Noi offriamo anche ospiti ed esperti per dare chiavi di lettura e approfondire i film. Già solo spegnere il cellulare per due ore è un’esperienza che a casa non fai, ma questi lavori sono fatti per coinvolgerti nello spazio della sala cinematografica. L’ambiente cambia l’esperienza e il nostro impegno è quello di mantenere il festival sempre nelle sale, non solo a Roma ma anche nelle altre città in cui lo portiamo. Usiamo la finestra online solo come "seconda possibilità" per recuperare film che hanno orari difficili, ma la visione collettiva resta primaria.

Quanto è difficile intercettare e portare in Italia film che spesso non hanno ancora una distribuzione?

È abbastanza complesso. Per arrivare a una selezione di 20 film dobbiamo vederne tantissimi, anche perché cerchiamo una rappresentatività territoriale (ad esempio, non possiamo fare solo film messicani). Una finestra come la nostra genera ricadute positive, offrendo visibilità che poi porta repliche in altre sale o alla distribuzione vera e propria. La difficoltà maggiore risiede spesso negli intermediari, nei venditori che complicano le cose, più che negli autori stessi. Per quanto mi riguarda, non concepisco la competitività tra festival: se un film è già passato altrove, possiamo darlo comunque.

Secondo te, il fatto che festival come questo diventino spesso l’unico spazio per certi tipi di cinema è un segnale di ricchezza culturale o indica una mancanza del sistema distributivo italiano?

Certamente servono spazi di ricerca per l’autorialità e i prodotti "invisibili", ma c’è un problema di trascuratezza e omissione nel sostegno pubblico a questo tipo di cultura. Viviamo in una società "usa e getta", frenetica, dove tutto è per ieri. Fermarsi due ore a staccare il cellulare sembra quasi un lusso, e credo che il vero sostegno dovrebbe andare proprio lì: nel sostenere una cultura che richiede tempo per l’approfondimento. Un progetto culturale deve essere sostenibile e attrattivo, ma ritengo che coltivare queste espressioni elevate sia necessario per il benessere e la salute mentale di tutti.

A questo proposito, devo segnalare una situazione preoccupante riguardante i finanziamenti pubblici. Nel 2025, le istituzioni italiane — Ministero e Regione Lazio — hanno tagliato il 100% del contributo al nostro festival. Nonostante l’anno scorso al Barberini siano passate più di 2.200 persone in cinque giorni, siamo stati abbandonati dalle istituzioni locali, con l’unica eccezione della provincia di Bolzano. Questo condanna progetti come il nostro a una precarietà estrema. Non abbiamo contratti pluriennali e spesso scopriamo se verremo finanziati solo un anno e mezzo dopo aver fatto il festival. È faticoso e necessita di una rivendicazione collettiva. Considerate che il nostro festival è una piattaforma istituzionale che coinvolge l’Ambasciata di Spagna e tutte le ambasciate latino-americane presenti in Italia; forse un discorso diplomatico andava fatto. Per l’anno 2025 siamo a zero contributi e facciamo tutto da soli, quindi speriamo davvero che venga tanta gente.

Oggi un film viene sfruttato al massimo per una o due finestre; se vai in VOD ti vietano la sala, e se passi sulla TV a pagamento quella in chiaro non ti prenderà mai. L’unica grande eccezione recente per noi è stata Trenque Lauquen di Laura Cittarella: un film di quattro ore e mezza, apparentemente anti-commerciale, che però è riuscito a sfruttare tutte le finestre possibili, compreso il passaggio a Fuori Orario. Questo dimostra che il pubblico, specialmente i giovani dopo il Covid, sta tornando nelle sale proprio per cercare l’eccezionalità e l’unicità di un evento "one shot" che non sanno se potranno rivedere altrove.

Grandi autori e nuove scoperte

Tra gli ospiti quest’anno c’è anche Julio Medem. Quanto è importante affiancare grandi autori affermati alle nuove voci emergenti?

È fondamentale. Fin dall’inizio proponiamo classici, contribuendo anche a restaurarli e digitalizzarli, perché chi fa un’opera prima non nasce dal nulla come un fungo; le tradizioni del passato sono la base per il futuro. Medem è un grande autore ancora attivo, ma negli anni ’90 è stato uno dei registi più influenti del cinema spagnolo. Recuperare i suoi film non è solo un omaggio, ma un modo per farci illuminare dal suo corpus creativo e introspettivo così interessante.

C’è stato un film in quest’edizione che ti ha sorpreso o emozionato di più degli altri?

Non vorrei sbilanciarmi perché arriviamo a una selezione che consideriamo l’essenza stessa della qualità. Però ti citerei il classico di Narciso Ibáñez Serrador. Abbiamo una grande passione per il cinema di culto e di genere spagnolo, che ha una tradizione nata anche per passare sotto i radar della censura franchista; il censore spesso non capiva che il vampiro era solo una metafora. Film come ¿Quién puede matar a un niño? (Chi può uccidere un bambino?) sono fondamentali: hanno 50 anni ma una modernità e una potenza incredibili.

E invece tra i film che non avete selezionato? C’è un titolo che avresti voluto inserire ma è rimasto fuori, una sorta di "medaglia di legno"?

Quest’anno è stata un’annata molto interessante, specialmente per la Spagna; è come quando il raccolto dell’olio è abbondante perché ha piovuto bene. Avevamo una rosa vastissima di film di alta qualità, ma la programmazione segue logiche precise: non facciamo solo il festival del dramma o degli autori. Sull’America Latina abbiamo dovuto escludere un paio di film messicani e un documentario cileno molto carino perché avevamo già un altro titolo cileno in coproduzione con l’Italia, sono logiche che si applicano a tutti i festival. Cerchiamo di abbracciare tutto: diritti LGBTI, diritti umani, grandi temi del nostro tempo, ma non sempre in chiave drammatica. Programmare è una cosa viva.

Immagini e desideri per il futuro

Se dovessi descrivere questa edizione con una sola parola o immagine, quale sceglieresti?

Sceglierei l’immagine del festival: questa signora meravigliosa, un dipinto di un artista di Barcellona con radici nella Mancia. Reinterpreta Las Meninas di Velázquez in chiave assolutamente contemporanea, mantenendo la bellezza come base.

Che tipo di esperienza vorresti che il pubblico portasse a casa dopo i giorni di festival?

Per me la cosa più importante è tornare a casa con qualcosa: un ricordo, un’immagine, una riflessione. Vorrei che la visione di un film potesse trasportare le persone in un luogo o in una storia che non è la propria. Un’esperienza piena, magica, quasi come trovarsi in un mondo di Miyazaki.

Se qualcuno non ha mai visto il cinema spagnolo o latino-americano, da quale film di questa edizione dovrebbe iniziare?

Dipende dai gusti, ma per chi non è iniziato consiglierei il film della premiazione: Flores para Antonio. È un tuffo totale nell’espagnolità attraverso la storia di Alba Flores (che molti conoscono per La Casa di Carta). Lei appartiene allo star system spagnolo, alla famiglia Flores: cantaores, bailaoras, con la nonna che era la "faraona" del flamenco. Alba ha perso il padre a otto anni e in questo film fa un viaggio nella Spagna recente per scoprire di più su se stessa e sulla sua perdita.

Per chiudere, cosa sogni per il futuro del Festival?

Sogniamo la possibilità di essere sempre di più e di allargare la nostra proposta, facendo sì che i film "invisibili" possano avere la visibilità che meritano, perché il pubblico che li segue esiste già.


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