Il grande errore di Hollywood: come Tom Cruise ha involontariamente distrutto un franchise
L'ossessione di copiare la Marvel, una foto promozionale e la fretta di creare un franchise senza un primo film solido

Prima di parlare di quello che La Mummia del 2017 racconta davvero (disponibile in streaming su Prime Video), bisogna essere onesti su cosa quel film avrebbe dovuto essere e non è mai riuscito a diventare: la pietra fondativa di un intero universo cinematografico condiviso, il "Dark Universe" targato Universal, pensato per riunire in un’unica continuity Dracula, Frankenstein, l’Uomo Invisibile e tutti gli altri mostri classici dello studio. Tom Cruise interpreta Nick Morton, cacciatore di tesori che risveglia per errore la principessa egizia Ahmanet, interpretata da Sofia Boutella, in un film che vorrebbe essere allo stesso tempo un horror archeologico, un blockbuster action nello stile di Cruise, e – soprattutto – il primo mattone di una saga multimilionaria pensata per durare almeno un decennio.
Tom Cruise in cattedra – La Mummia fa il compitino senza capire la materia
Guardando La Mummia oggi, i veri problemi non sono tanto la qualità altalenante degli effetti speciali o la sceneggiatura zoppicante, ma il modo goffo e quasi disperato con cui il film cerca di replicare, punto per punto, la formula che aveva reso vincente il Marvel Cinematic Universe, senza capirne il meccanismo profondo. Russell Crowe interpreta il dottor Jekyll, che nel film gestisce un’organizzazione segreta chiamata Prodigium, incaricata di monitorare minacce sovrannaturali in tutto il mondo – una fotocopia quasi imbarazzante dello S.H.I.E.L.D. di Nick Fury, pensata per fare da collante tra i futuri capitoli del franchise. Il dettaglio più rivelatore dell’intero processo risulta essere il dottor Jekyll, un perssonaggio che non ha mai fatto parte della tradizione classica dei mostri Universal e che viene inserito ad hoc con la sola funzione di preparare il terreno a film che ancora non esistevano. Dal mio punto di vista è la dimostrazione più lampante di un problema strutturale: il film era stato scritto pensando prima all’architettura dell’universo condiviso, e solo dopo, en passant, alla storia che avrebbe dovuto raccontare.
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C’è un episodio, avvenuto prima ancora dell’uscita del film nelle sale, che racconta forse ancora meglio di qualunque recensione quanto fosse fuori controllo l’ambizione dietro questo progetto. Poche settimane prima della premiere, Universal pubblicò sui social una fotografia promozionale con l’intero cast del Dark Universe già riunito: Tom Cruise, Russell Crowe, Javier Bardem – annunciato come il nuovo mostro di Frankenstein – e Johnny Depp, scritturato per interpretare l’Uomo Invisibile. Un’immagine che sanciva pubblicamente l’esistenza di un franchise fatto di sette film pianificati, prima ancora che il primo capitolo avesse dimostrato sul campo di meritarsi quella fiducia.
Volendo fare un parallelismo spicciolo, è l’esatto opposto di come Marvel aveva costruito il proprio universo un decennio prima. Iron Man, nel 2008, era prima di tutto un film solido e autosufficiente su un personaggio secondario dei fumetti, e solo dopo i titoli di coda, con una scena breve e quasi timida, faceva capolino Nick Fury per accennare a qualcosa di più grande. Universal aveva saltato a piè pari l’unico passaggio davvero necessario – costruire prima una buona storia, poi eventualmente un universo attorno ad essa – convinta che bastasse il nome "Mummia" sommato al divo e "divino" Tom Cruise per garantire lo stesso risultato.
Tom Cruise nei panni sbagliati, e la vera protagonista lasciata in ombra
C’è poi un problema di scrittura più sottile che riguarda direttamente il personaggio principale. Diverse recensioni dell’epoca hanno notato come Cruise sembri quasi fuori posto in questo film, come se stesse cercando disperatamente lo spazio per il proprio consueto eroismo funanbolico dentro una storia che, semmai, avrebbe dovuto ruotare attorno a un’altra figura: Ahmanet, la principessa maledetta interpretata da Sofia Boutella, probabilmente l’unico vero punto di forza dell’intera operazione. È lei il vero motore mitologico della vicenda, è la sua tragedia – un destino di potere rubato, un patto scellerato con un dio oscuro, una punizione eterna – a contenere il nucleo drammatico più interessante del film. Ma la logica del blockbuster con divo hollywoodiano al centro ha finito per relegarla al ruolo di antagonista di passaggio, schiacciata tra le esigenze di lucidare l’immagine action di Cruise e quelle, ancora più ingombranti, di preparare il terreno a film futuri che poi non sono mai arrivati.
Le sette vittime collaterali di un fallimento annunciato
Il conto di quel fallimento si è rivelato salatissimo, e non solo in termini economici. Con l’insuccesso critico e commerciale de La Mummia, Universal ha dovuto cancellare l’intera scaletta di film già pianificati: La Moglie di Frankenstein con Javier Bardem, un nuovo capitolo dedicato all‘Uomo Invisibile con Johnny Depp, un sequel di Dracula Untold, una nuova versione di Van Helsing e diversi altri progetti mai arrivati nemmeno alla fase di sceneggiatura definitiva.
Sette film, secondo diverse ricostruzioni, spariti nel nulla nel giro di pochi mesi, vittime non tanto della qualità intrinseca dei personaggi coinvolti – Dracula, Frankenstein, l’Uomo Invisibile restano miti capaci di funzionare al cinema, come la storia ha ampiamente dimostrato in altre occasioni – quanto della fretta e dell’arroganza con cui si era scelto di costruire l’intero castello prima ancora di aver posato il primo mattone.
La lezione che, paradossalmente, ha prodotto un film migliore
C’è però un epilogo quasi consolatorio in questa vicenda. Proprio perché il Dark Universe come progetto di condivisione narrativa è morto sul nascere, Universal si è ritrovata costretta a ripensare completamente il proprio approccio ai mostri classici. Lo fa nel 2020 con la produzione de L’Uomo Invisibile con Elisabeth Moss: un film a basso budget, senza l’ambizione di universo condiviso e concentrato esclusivamente su una storia solida, contemporanea. Quel film ha ottenuto il gli applausi pressoché unanime della critica e un buon risultato commerciale, dimostrando esattamente quello che La Mummia del 2017 non aveva capito. Insomma… chi troppo vuole nulla stringe – e raramente questo proverbio ha trovato una collocazione cinematografica così perfetta come nel destino di questo film, sepolto dalle proprie stesse ambizioni ancora prima di poter davvero cominciare a raccontare qualcosa.