Edoardo Gabbriellini: "Ho raccontato Luca Varani, non il delitto. Il fatto mi rimase attaccato addosso per molto tempo" - Intervista

Tratto dal bestseller di Nicola Lagioia, La città dei vivi abbandona il voyeurismo per rimettere al centro la vita interrotta di Luca Varani.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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Luca Varani film storia vera

Presentato in Selezione Ufficiale alla Mostra di Venezia, il nuovo film di Edoardo Gabbriellini arriva nelle sale italiane il 1° ottobre. La città dei vivi, liberamente ispirato al romanzo omonimo di Nicola Lagioia, arriva dopo un bestseller da centocinquantamila copie e un podcast in sette episodi, ma sceglie deliberatamente di spostare lo sguardo – dalla cronaca del delitto alla vita interrotta della vittima. In questa intervista, il regista racconta il rapporto mai invasivo con la famiglia reale, una Roma raccontata come "una grandissima provincia", e il lungo lavoro sulla sottrazione che ha guidato ogni scelta di regia, di montaggio e di suono.

La città dei vivi, il caso Luca Varani raccontato da Edorardo Gabbriellini – Intervista esclusiva

Edoardo, la storia di Luca Varani è già diventata un romanzo bestseller e poi un podcast in sette episodi. Il tuo è il terzo racconto della stessa tragedia in soli sei anni. Cosa ti ha portato a fare questa scelta?

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Come puoi immaginare, il fatto in sé… quando accadde, mi rimase attaccato addosso per molto tempo – probabilmente per quella sensazione di prossimità all’orrore che viviamo ogni giorno, nel nostro bisogno di controllare l’incontrollabile e l’incontenibile. Dopo aver letto il racconto, l’analisi e il lavoro che ne fa Nicola Lagioia nel libro, ancora prima di ascoltare il podcast, mi è sembrato un racconto così carico di strati e di complessità che fosse quasi doveroso portare una luce diversa: prendere il filo che Nicola lasciava un po’ sotto traccia, quello della vittima – di Luca – e portarlo in primo piano. Anche perché sia il libro sia il podcast esaurivano un certo tipo di sguardo.

Uno sguardo che era rimasto dall’altra parte, quindi. E tu hai sentito il bisogno di spostarlo – dalla prospettiva di Luca, la vittima, più che dei suoi assassini.

Esatto. Spostare il punto di vista sulla vittima, sulla storia di un ragazzo, più che sulla cronaca del delitto.

Il rapporto con la famiglia di Luca

Il libro è nato anche da una corrispondenza diretta tra Lagioia e uno dei responsabili dell’omicidio, oltre che da un confronto con i genitori di Luca. Tu come ti sei comportato a riguardo?

Credo che Nicola abbia interagito con tutte le parti in questione, sia quelle istituzionali sia gli avvocati, considerando il tipo di lavoro di studio che ha fatto. Noi abbiamo fatto l’esatto contrario. Abbiamo provato a prendere contatto con i familiari, anche solo perché mi sembrava doveroso avvisarli che ci saremmo ispirati a quella vicenda per il nostro film, e che quindi saremmo entrati, in qualche modo, a guardare il loro dolore. Ma poi, in termini di messa in scena e di costruzione della sceneggiatura, non c’è stato nulla di aderente alla realtà.

Roma come corpo del racconto

Nel film un’altra cosa che mi è piaciuta particolarmente è come sei riuscito a portare quella Roma . Hai portato la pesantezza quotidiana di certe dinamiche senza cadere nei soliti cliché estetici del crime metropolitano. Che tipo di lavoro hai fatto?

Forse perché non sono romano, non lo so, ma mi è sembrato che la città stessa diventasse protagonista. Probabilmente da ragazzo di provincia – perché anche io, a un certo punto, sono andato a vivere a Roma – ho sempre guardato quella città come, prima di tutto, una grandissima provincia. È questo che mi restituisce Roma: l’idea di un luogo carico di promesse e privo di qualsiasi garanzia reale di mantenerle. Una città che accoglie e che, insieme, ti tiene continuamente ai margini. Per me è diventata, dentro questo racconto, lo spazio urbano che i personaggi vivono e che spesso cercano di modellare secondo le proprie esigenze. È venuto abbastanza naturale, guardando i personaggi. Quindi anche l’ambiente intorno riflette chi lo abita.

Sì. Il ponte, per esempio: c’erano occasioni davvero significative, penso a una scena in cui il protagonista descrive il posto in cui si trova – "Siamo qui, c’è il ponte, ti compro due lavatrici".

È la proiezione, se vuoi, della classe sociale che raccontiamo. Delle ambizioni, dei guizzi, delle proiezioni che ci facciamo, anche rispetto alla stagione della vita che stiamo raccontando: quella giovinezza lì.

Secondo me questo dovrebbe essere un film portato nelle scuole – di quelli che continuano ad avere una luce nel tempo.

Che bello, me lo auguro. Anche se non penso mai che il cinema abbia doveri pedagogici o educativi: non credo che questo film abbia la pretesa di essere un monito, né tantomeno che contenga una tesi sociologica, almeno non nelle intenzioni. Poi, se qualcosa del genere arriva comunque nell’esperienza di chi lo guarda, ben venga. La cosa bella del cinema, come della letteratura, è farti vedere le cose da un’altra angolazione, e magari farti nascere domande a cui non avevi ancora pensato.

Ma anche solo l’importanza della scuola, l’importanza di non cercare il soldo facile – anche se qui si toccano temi complicati e richiedono intelligenza per non rischiare, erroneamente, di scivolare nel giudizio verso la persona.

Io spero che il film non porti nessun giudizio, in particolare su di lui. È un’età in cui è facilissimo sbagliare. Io ho sentito una vicinanza a Luca – sono padre di un ragazzo di ventidue anni, ed ero già padre quando ho iniziato a lavorare al film un paio d’anni fa, ma mi sono avvicinato a questa storia per la vicinanza che sentivo a lui come figlio. Perché quel momento della vita è un momento in cui è facilissimo inciampare.

Non è tanto il fatto che avesse smesso di andare a scuola. È più una specie di effetto domino, un po’ come nelle sliding doors: piccoli inciampi che, in quel caso, hanno avuto un esito estremo. E poi, nella vita, ci vuole anche una grande fortuna.

A volontà, lo dico sempre.

Volti nuovi per una storia già raccontata

Un’altra cosa che mi incuriosisce: per interpretare Luca hai scelto Emanuele Maria Di Stefano, un attore che il pubblico sostanzialmente non conosce – ed è stato bravissimo, mi è piaciuto moltissimo. Quanto ha pesato la scelta di un volto privo di un passato cinematografico ingombrante, perché lo spettatore potesse guardare il film senza il filtro di ruoli precedenti?

Devo dirti che per me questo era, se non al limite dell’ideologico, comunque fondamentale. Poter togliere qualsiasi sovrapposizione – anche se Emanuele un pubblico ce l’ha già – l’idea di un volto nuovo mi avrebbe comunque aiutato nella percezione del film, nel modo di entrarci ed empatizzare con lui, e anche con lei.

È stata una lunga ricerca di script casting, presa quasi dalla strada: lei, che interpreta Marta Gaia, si è trovata davanti a una macchina da presa per la prima volta proprio quando l’abbiamo praticamente catapultata nel circo del set. In questa storia specifica, l’idea di volti il più possibile inediti, il più possibile vergini, era sicuramente un elemento d’aiuto per me. Ero anche facilitato dall’età: cercare ventenni che abbiano già un curriculum importante, nella nostra industria, non è così semplice. Quindi c’era un serbatoio molto ampio a disposizione, non è stato facile, ma c’era tanto materiale.

Anche lei è stata eccezionale…

Di una generosità enorme. Si è lasciata andare e si è trovata in sintonia sia con Emanuele sia con un attore come Valerio, in un modo per me sublime. È davvero un gioiello.

Anche secondo me. Farà molta strada. E il film mi è piaciuto anche perché, in un certo senso, mostra ma non mostra. Tante cose non le mostra, volutamente. Ci sono diverse scene che credo siano state costruite con grande cura: per esempio un momento in cui una notizia devastante arriva mentre, intorno, tutto continua a essere festoso, quasi indifferente. C’è un contrasto fortissimo tra quello che sta succedendo dentro un personaggio e quello che sta succedendo intorno a lui. Quella scelta, dal punto di vista registico, è secondo me potentissima.

Che bello. Sì, era studiata, certo. È un continuo di vita e di morte, di prossimità tra le due cose – non a caso il titolo stesso, La città dei vivi, racconta proprio questo.

Valerio Mastandrea è un uragano emotivo

Ti volevo chiedere due parole su Valerio Mastandrea, perché è un gigante del cinema italiano – un altro attore che a me piace moltissimo.

Ci conosciamo da tantissimi anni, più nella vita normale che sul lavoro. Nel 2012 ho girato con lui Padroni di casa, da lì si è ulteriormente consolidata un’idea di cinema diversa ma molto vicina tra noi – diversa anche in senso positivo, fatta di confronti accesi, di uno scambio continuo. Quando mi è capitata questa storia, ancora prima che lo dicessi io, qualcuno mi ha chiesto: "Questo ruolo è per Valerio, giusto?" Lui compare in maniera abbastanza limitata rispetto ai protagonisti, ma porta, secondo me, una temperatura emotiva, un calore empatico tale che, nell’economia del film, sembra esserci più di quanto non sia realmente presente sullo schermo.

Esatto, nei miei appunti mi ero scritto proprio questo: "riesce a portare un livello di densità emotiva altissimo".

Lo penso anch’io. Nel minutaggio reale è limitato, ma lui lo porta addosso come se fosse più presente. Buona parte del film, in fondo, è un rapporto padre-figlio, anche se si tratta di un’entità che si sente più che vedersi. È merito di Valerio.

Come avete lavorato insieme? Non mi piace la parola "diretto", perché vedo sempre il cinema come un laboratorio.

Avrei usato lo stesso termine. In più, per la confidenza reciproca che abbiamo, abbiamo letto il copione insieme, parlato di cosa volevamo dal film ancora prima che dal suo personaggio, e il resto si è sistemato da solo. In un certo senso, quella forma di intesa va avanti da anni: il gesto, quando arriva sul set, si è già sedimentato molto tempo prima.

Il cortocircuito con Ovosodo e la carriera

Volevo fare un piccolo collegamento, anche se i toni e i finali sono completamente diversi: il tuo esordio da attore, quasi trent’anni fa, è stato Ovosodo. Oggi racconti, da regista, un’altra ricerca di identità interrotta. Ti è tornato in mente Ovosodo durante le riprese? C’è stato un cortocircuito, almeno rispetto alla ricerca di identità adolescenziale?

Devo ammettere di no. Ma probabilmente, inconsapevolmente, qualcosa c’era. Le similitudini sono tante, al di là della diversità dell’ambiente in cui si svolge il nostro racconto: io stesso fui scelto con un vero e proprio beach casting, preso da uno scoglio a caso, visto che mi trovavo al mare. La mia ricerca, in fondo, non era così diversa da quella di Luca. Forse, da qualche parte, si parla proprio di un’eredità che ti resta addosso, di alcune lezioni che impari e che poi traduci, che si evolvono con l’esperienza, in un percorso che, per quanto diverso, somma elementi indiscutibilmente forti. Ma la risposta diretta è no, non consapevolmente.

Pensando invece al tuo passato, hai lavorato con tanti grandi registi. Ora che sei dall’altra parte, c’è qualcosa che hai preso in prestito da qualcuno di loro? Un aneddoto, una cosa che dici: "questa me l’ha passata lui"?

Forse non ho un aneddoto preciso. Ti direi che è un mestiere che si impara tantissimo osservando – io per primo sono un appassionato di cinema come spettatore e più film guardo, più trovo benzina per quello che cerco di fare. Sicuramente l’esperienza da attore mi ha insegnato moltissimo. Se devo indicare un momento preciso, la prima volta in cui ho affrontato un ruolo con una consapevolezza più profonda sullo sguardo della macchina, sul set, sulla costruzione di un film, è stato con Luca Guadagnino ne Io sono l’amore. È stato un set importante per me – tra l’altro uno degli ultimi in cui ho lavorato come attore.

Rispetto a Holiday, che nasceva da un soggetto originale, qui ti confronti con fatti realmente accaduti e con un romanzo di enorme successo. Cosa cambia nella tua libertà di messa in scena quando l’invenzione è imbrigliata dai contorni della realtà e da un libro dalla forte identità?

In termini di libertà espressiva, di come ho deciso di muovermi e di veicolare il mio sguardo, non cambia nulla, per fortuna. In questo caso specifico ho applicato uno sguardo diverso, perché ho sentito soprattutto il bisogno di portare una forma di rispetto: ero chiamato a trovare la giusta distanza tra me, lo sguardo e i personaggi, un po’ perché sentivo di non essere propriamente invitato a guardare dentro quelle stanze. Forse la parola giusta è pudore – un pudore maggiore, in questo caso, nel modo di posare lo sguardo sulla vicenda. Ma questo, come su ogni progetto, cambia lo sguardo: non lo definirei una libertà mancata, o una restrizione della libertà. È ovvio che, in una storia che poggia su una vicenda tragica realmente accaduta, ti fai necessariamente delle domande diverse.

La colonna sonora: Fred again.. e Brian Eno

Il film lavora molto sulla sottrazione, e il suono diventa spesso il veicolo principale della tensione. Mi è rimasta impressa in particolare la musica che accompagna il momento cruciale del film. Che lavoro avete fatto sulla colonna sonora? Secondo me siete riusciti a restituire una sensazione di soffocamento progressivo – tutto il film è permeato da questa pesantezza, da quest’aria densa, e la musica ha fatto la sua parte.

L’intenzione era esattamente quella che dici: fare un film in sottrazione, cercare l’essenzialità delle dinamiche emotive tra i personaggi. Ho sempre pensato che ci dovesse essere poca musica, usata in modo molto mirato. È stata la prima volta, nella mia breve esperienza da regista, che ho lavorato già in fase di preparazione con un’artista che sentivo particolarmente vicina al film: ho scoperto la collaborazione tra Fred again.. e Brian Eno, l’album che hanno realizzato insieme qualche anno fa, Secret Life, e mi è sembrato incarnasse perfettamente lo spirito di alcune parti centrali del racconto.

Si sente, nel senso buono, dentro il tessuto del film.

Sì. Ed è stato semplicemente appoggiare quei brani dove sentivo istintivamente che dovessero stare. In questo caso la musica è arrivata quasi per caso: ho incrociato quell’album mentre lavoravo al film, e ho sentito una familiarità immediata con quello su cui stavo lavorando.

Il confronto con chi ha già letto il libro

Il libro ha venduto tantissimo, quindi immagino che buona parte del pubblico arriverà in sala con già in mente le immagini raccontate nelle pagine di Lagioia. C’è un aspetto, una linea di lettura, che temi possa essere fraintesa da chi ha amato il libro, di fronte a una versione cinematografica più intima e ravvicinata?

Parlo da spettatore: spero che anche chi si siede in sala aspettandosi qualcosa di preciso trovi, nel cinema, la possibilità di farsi sorprendere, anche rispetto a quello che, all’inizio, può sembrare un tradimento delle aspettative. Spero che chi si aspetta una cosa abbia la capacità di spiazzarsi per un attimo, poi di entrare comunque nel film e vivere un’esperienza diversa da quella che aveva già fatto leggendo. Penso sempre, anche se può sembrare una battuta, che i film tratti da un libro più aderenti al libro stesso siano quelli che rischiano, paradossalmente, di deludere di più. Perché quando leggi un libro proietti la tua visione. Rischia di diventare un confronto sbagliato, sbiadito, stonato. Mentre quando vedi un film che parte da lì, ma che ti fa vivere un’esperienza radicalmente diversa, forse ti aiuta anche a rileggere meglio quello che avevi già letto.

Il tentativo è arricchire l’esperienza, quindi.

Esatto. E la chiave è stata proprio quella di portare un altro punto di vista, che sicuramente disattende alcune aspettative. Ne siamo consapevoli, e ce ne prendiamo la responsabilità.

La delicatezza del regista e il futuro

Prima dell’ultima domanda, vorrei dirti che ho apprezzato molto il fatto che tu non abbia mostrato nessuna scena esplicita legata al momento della tragedia. La notizia arriva allo spettatore in modo indiretto, quasi defilato, senza mai indugiare sui dettagli più duri della vicenda.

Sì, viene toccato solo in minima parte. Non c’è un indugiare su quell’aspetto tortuoso e terribile della storia.

Ultima domanda. Dopo due opere consecutive costruite intorno a dinamiche psicologiche ed emotive con connotazioni violente, senti di aver esaurito la tua indagine su questo territorio? La domanda secca è: progetti per il futuro?

Non ho ritmi troppo veloci, sono piuttosto lento, mentale, emotivo. E poi, da bravo non multitasking, ho bisogno ogni volta di chiudere un capitolo prima di riaprirne un altro.

Beh, noi siamo tutti campioni di multitasking, si sa…

Esatto, e mancandomi quell’elemento, devo prima chiudere questa cosa, poi aprire la finestra, guardare fuori, e capire.


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