La Buona Stella, Filippo Scicchitano: “I colpi di fortuna esistono, io ne sono l’esempio. L’addio a Lolita Lobosco? Non mi hanno richiamato”

Filippo Scicchitano si racconta a Libero Magazine dopo la messa in onda della prima puntata de La Buona Stella, la nuova fiction crime di Rai 1.

Stefania Meneghella

Stefania Meneghella

Giornalista

Giornalista pubblicista, scrittrice e critica d’arte, sono autrice di quattro romanzi e fondatrice di Kosmo Magazine

Filippo Scicchitano era solo un ragazzino quando ha mosso i primi passi nel mondo del cinema. Una casualità che ha rivoluzionato la sua vita. Nel 2011 ha fatto il suo esordio in Scialla!, diventando così simbolo di una generazione. Da quel momento, la carriera di Filippo non si è più fermata: prima protagonista del cinema d’autore di Ferzan Ozpetek, poi nel cast della fiction Rai Le Indagini di Lolita Lobosco, dove ha interpretato il ruolo di Danilo Martini. Scicchitano torna ora su Rai 1 con una nuova sfida, quella che lo vede nei panni di Simone nella nuova serie tv La Buona Stella.

In questa intervista a Libero Magazine, Filippo ci porta dietro le quinte della fiction, raccontandoci anche le tappe più decisive del suo percorso artistico. Ci parla soprattutto del peso che ha avuto la fortuna nella sua vita e che gli permette ancora oggi di mantenere intatta, dopo più di dieci anni di set, quella spontaneità che lo ha reso un attore autentico del panorama televisivo italiano.

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Sei il co-protagonista della nuova fiction Rai La Buona Stella. Cosa hai pensato la prima volta che hai letto la sceneggiatura e cosa ti ha convinto a dire sì?

Questo è sicuramente un progetto molto diverso rispetto a quelli che mi è capitato di girare negli anni precedenti. Una storia che mi ha preso sin da subito, soprattutto perché si tratta di un dramma e perché c’è anche un thriller di mezzo. Tutto questo ha contribuito a far sì che io decidessi di sposare questo racconto. Rivedendo la prima puntata, ho pensato che sia stata una scelta giusta accettare.

Tra l’altro, io e Miriam Dalmazio non ci conoscevamo e, alla lettura della sceneggiatura, non ci siamo nemmeno visti. I nostri sono due filoni che non si incontrano mai, quelli di Simone e Stella, se non verso la fine. In quelle poche scene che ho girato con lei, ho però sicuramente apprezzato la bravissima attrice che è, un aspetto che ho rivisto anche nella sua interpretazione durante la prima puntata.

Quanto ha influito invece recitare in territori così intensi come quelli della Calabria? I luoghi ti hanno aiutato a dare più spessore al tuo personaggio?

I luoghi contano tantissimo. Avendo origini calabresi, per me è stato un segno del destino ritrovarmi a Crotone, una città che mi ha caricato molto, seppur mi trovassi in un momento in un cui ero concentrato sul progetto. Il territorio ha restituito moltissimo, soprattutto per quella che era la nostra storia. I luoghi in cui siamo andati mi hanno quindi aiutato ad immedesimarmi nel mio personaggio.

Un luogo che lascerà qualcosa anche nel pubblico?

Credo che i posti in cui si gira siano molto importanti. La storia parte a Roma, ma il mio personaggio si trasferisce ad un certo punto a Crotone per raggiungere la sua ex. Senza svelare troppo, ci ritroviamo in un bosco, che è stato molto suggestivo e che ha restituisce alla perfezione l’idea di essere dispersi in un posto in cui nessuno può trovarci.

Ti vedresti nuovamente nei panni di Simone, magari in una seconda stagione?

Sì, anche se non so se questa serie si presta ad una seconda stagione, perché il finale è chiuso. Il mio personaggio l’ho amato, ho empatizzato molto con lui e per me è stato un ruolo diverso rispetto agli altri che avevo impersonato finora.

Le serie crime stanno spopolando in questi anni sul palinsesto Rai. Secondo te, perché il pubblico è così stregato da questo tema? Pensi che La Buona Stella possa in qualche modo differenziarsi dai prodotti televisivi trasmessi nell’ultimo periodo?

Non so se La Buona Stella si differenzi dagli altri, anche perché non guardo tantissima tv. Penso però che la nostra serie proponga dei personaggi inediti: il mio è un antieroe che, nella prima puntata, tenta il suicidio; ha fallito nella sua vita ed esce come un perdente. Dall’altra parte c’è un’ispettrice – Stella – che non è ben vista sul posto di lavoro, perché prende psicofarmaci e non ha l’affidamento del figlio. Sono quindi personaggi in cerca di riscatto e questo a me piace tantissimo, perché è un modo originale di raccontare una storia senza la necessità di mostrarci eroi.

Anche un modo per far uscire la fragilità umana…

Sì, esatto.

Tornando indietro nel tempo, il tuo successo è iniziato grazie al film Scialla!. Sei stato scoperto dal regista mentre accompagnavi un amico a un provino. Oggi, dopo 15 anni di carriera, credi ancora nel colpo di fortuna?

I colpi di fortuna esistono e io ne sono l’esempio, perché ho iniziato casualmente. Oggi mi prendo tutto quello che è successo, anche tutti gli errori che ho fatto nel corso della mia carriera. Mi ricordo come un ragazzo spensierato e legato a determinati valori, ed è questo ciò che mi piace di quel Filippo.

Cosa ti porti oggi del ragazzo che eri?

Negli anni sono cambiate tante cose, si cresce, si fanno compromessi diversi e cambiano anche i modi di vivere le emozioni. Crescendo, si fa sempre più fatica a riconoscerle, le emozioni, e anche a lasciarle andare. Mi porto la spontaneità, un aspetto che ho sempre cercato di mantenere.

Hai avuto anche la fortuna di lavorare con Ferzan Ozpetek. Cosa ti ha insegnato quel tipo di cinema? Una lezione che oggi applichi anche nelle fiction Rai?

L’incontro con Ferzan è stato importante perché avevo 19 anni e lui mi ha dato una visione diversa di questo lavoro, dell’approccio necessario per portarlo avanti, della disciplina. Siamo stati, per più di due mesi, a Lecce per girare un film e lui ci teneva che i personaggi principali restassero sul territorio per immedesimarsi nella storia. Quella è stata per me la mia prima vera esperienza lontano da casa, durante la quale ho avuto la percezione e l’importanza dell’entrare in contatto con il personaggio.

Poi è stata la volta di Lolita Lobosco. Il tuo personaggio ha fatto affezionare numerosi telespettatori. Perché sei andato via dal cast?

Si era conclusa la storia d’amore e non sono quindi poi stato richiamato. Sono molto legato a quel progetto, perché ha coinciso con un momento della vita in cui non stavo lavorando molto e aspettavo l’arrivo di un progetto giusto. Lolita mi ha rilanciato professionalmente ma anche a livello di popolarità, perché la serie è andata molto bene e mi ha restituito tanta fama. Per un attore è importante: facciamo un lavoro in cui bisogna essere anche un po’ riconoscibile.

Come immagini invece il tuo futuro nella serialità televisiva? In quale futuro progetto ti vedresti?

Mi piacerebbe esplorare generi diversi, a me piace fare un po’ tutto. Non c’è una scelta predefinita sui progetti da accettare: c’è sicuramente la volontà di portare avanti bei lavori, di recitare su qualcosa che sia ben scritto.

Una continua sfida…

Certo, anche se bisogna comunque scontrarsi con la realtà. Si devono fare compromessi e non si può scegliere qualcosa che sia sempre perfetto per te, ma il desiderio resta quello.


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