WhatsApp è morto. Il futuro della messaggistica istantanea è una cosa mai vista: la lezione di Project Hail Mary e Ryan Gosling - Prime Video

Ryan Gosling e un alieno di roccia nello spazio: Project Hail Mary è il film di fantascienza più emozionante dell'anno. La recensione senza spoiler

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Incuriosito dalla sua comparsa su Prime Video, ed avendolo perso al cinema, ho schiacciato PLAY sul telecomando e dato il via un film che già di per sé una cosa fuori dal comune: L’ultima missione – Project Hail Mary con Ryan Gosling. Partiamo dall’inizio però. Ryland Grace si sveglia su un’astronave che vaga anni luce dalla Terra senza ricordare assolutamente nulla: chi è, come ci è finito lì, perché è solo e i suoi compagni di missione sono morti nel sonno criogenico. È un incipit che sembra quasi rubato a un thriller psicologico, e invece è fantascienza pura che diventa un’avventura ricca di significati e valori. È un film che, tra alti e bassi, alla fine di obbiga ad abbracciare i sentimenti e magari a sentirli anche po’ tuoi. L’ultima missione: Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller – gli stessi di Spider-Man: Into the Spider-Verse – è uno di quei film che ti prende di sorpresa anche quando pensi di sapere già cosa aspettarti. Non è il classico film di sopravvivenza spaziale, tipo The Martian o Gravity. Questo lungometraggio parla di amicizia, di comunicazione, di quanto sia difficile – e necessario – capirsi anche quando non si condivide praticamente nulla.

L’ultima missione per salvare il sole – Project Hail Mary

Il nodo centrale del film è questo: il Sole sta morendo. Non tra miliardi di anni come ci insegnano a scuola, ma adesso, a causa di microorganismi chiamati astrofagi che si nutrono della sua energia. La Terra ha pochi anni di vita, e l’unica speranza è una missione suicida verso il sistema di Tau Ceti, l’unica stella che sembra immune al problema. Grace, professore di scienze delle medie con un dottorato in biologia molecolare, viene reclutato con l’inganno e contro la sua volontà. Questo, a carte scoperte, rende il personaggio immediatamente umano, simpatico e credibile. Non è l’eroe muscoloso che si fa avanti volontariamente per salvare il mondo. È uno che avrebbe preferito starsene tranquillamente a casa, che ha paura della morte e che si ritrova invece a fare la cosa impossibile soltanto perché a quanto pare non c’è nessun altro al mondo in grado di farla (poco credibile ma tant’è). Gosling lo incarna con una naturalezza disarmante, passando dalla comicità al dramma esistenziale senza che si avverta mai lo strappo. Probabilmente è il suo film migliore degli ultimi anni.

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WhatsApp è morto. Benvenuti nella messaggistica interstellare

Ed eccoci al punto che, almeno per me, è la trovata più bella e originale di tutto il film. A un certo punto Grace non è più solo: compare un’altra astronave dieci volte più grande della sua, e a bordo c’è qualcosa – o qualcuno – di vivo. I due non possono incontrarsi subito, non parlano la stessa lingua, non respirano la stessa aria, non hanno nemmeno la stessa struttura corporea. E allora come ci si mette in contatto? Con una capsula.

Letteralmente: Grace vede improvvisamente qualcosa orbitare verso di lui e da lì inizia quella che mi piace definire un chat interstellare. Le capsule fluttuano da un’astronave all’altra, uno scambio lento, goffo, meraviglioso- che è forse il sistema di messaggistica più romantico e assurdo mai visto al cinema. Dimenticate WhatsApp, dimenticate i messaggi vocali che nessuno ascolta mai, dimenticate le emoji mandate alle 2 di notte per capire come sta un amico. Qui la comunicazione richiede tempo, precisione, pazienza. Richiede di pensare davvero a cosa vuoi dire, di costruire un vocabolario da zero, di capire che il modo in cui l’altro percepisce il mondo è completamente diverso dal tuo. Rocky – questo il nome che Grace darà alla creatura aliena – comunica attraverso suoni simili al canto delle balene perché la sua biologia segue regole completamente diverse dalle nostre. Grace costruirà un sintetizzatore vocale capace di tradurre quei suoni in parole inglesi, e da lì nascerà qualcosa che, inutile girarci intorno, è la storia d’amicizia più bella vista al cinema nell’ultimo anno.

Rocky, l’alieno più umano di tutti

Bisogna parlare di Rocky con la stessa serietà con cui si parla di qualsiasi altro grande personaggio cinematografico, perché se c’è una cosa che questo film riesce a fare in modo straordinario è renderti complice di un legame con una creatura che non ha niente di umano – cinque zampe, corpo di roccia, nessun volto riconoscibile – eppure risulta più autentica e più toccante di molti personaggi in carne e ossa che si vedono in giro. Rocky ti avvicina subito, è curioso, ironico, ha la testa dura e un cuore generoso. I due hanno però una cosa in comune: Rocky è un ingegnere che affronta i problemi con la stessa logica metodica di Grace, ma con una prospettiva così diversa che il confronto tra i due diventa un continuo esercizio di meraviglia reciproca.

Il paragone più ovvio, e più citato, è con Arrival di Denis Villeneuve, altro film sulla comunicazione che però sceglie un registro completamente diverso – più cerebrale, più angosciante, più pesante. Project Hail Mary non ha la pretesa di essere un film che naviga in concetti filosofici e chissà quanto raffinati, ma ha qualcosa che Arrival non aveva: il calore. Qui ci si vuole davvero bene, e non in modo sdolcinato o forzato, ma in modo guadagnato, passo dopo passo, capsula dopo capsula.

Non è la solita lezione di scienza

Phil Lord e Christopher Miller vengono dall’animazione, e si vede – nel senso migliore possibile. Il film ha un ritmo che nel complesso tiene bene, sa quando rallentare e quando accelerare, sa dosare l’umorismo senza cadere in alcune delle ultime produzioni Marvel. Ma soprattutto sa usare la scienza come strumento. Grace risolve i problemi con il metodo scientifico – osserva, ipotizza, testa, sbaglia, ricomincia – e non è mai noioso seguirlo in questo processo, perché Lord e Miller hanno avuto la bravura di trasformare ogni esperimento in una piccola storia a sè. Per chi lo avesse letto, ricorda un po’ lo stesso approccio del romanzo di Andy Weir, lo stesso autore di The Martian.

Il finale del film – no spoiler – ti spacca in due

E poi si arriva al gran finale, secondo me il momento più alto all’intero film, quello che mi ha fatto alzare di parecchi punti il mio verdetto. C’è una scena, verso la fine, dove Grace e Rocky devono fare una scelta quasi impossibile, e la fanno entrambi, ciascuno dal suo lato, senza che nessuno dei due dica all’altro cosa sta per fare. È il momento in cui il film si toglie le tute spaziali e diventa qualcosa di ancora più grande. Diventa un film che porta lo spettatore sui livelli più profondi della fiducia, sulla generosità, su cosa significa conoscere davvero qualcuno al punto da capire cosa farà prima ancora che lo faccia. Non servono parole. Non serve nemmeno una capsula.

L’ultima missione: Project Hail Mary è il film di fantascienza che mancava: quello che ti ricorda perché ami il genere, quello che non ti fa sentire stupido mentre lo guardi e che ti fa pensare a come un alieno fatto di roccia con cinque zampe ti abbia spezzato il cuore.


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