L'Aura ripubblica Okumuki: "Renato Zero mi ha fatto da padrino, ero terrorizzata. La musica degli altri? Non me ne frega niente" - Intervista
Un percorso lungo oltre 20 anni che ci mette di fronte a un'artista completamente diversa: L'Aura è cresciuta e oggi, più consapevole della sua arte, ripubblica Okumuki in una versione prestigiosa e imperdibile. Cosa ci ha raccontato

Era il 2005 e un’onda di pop internazionale, intimo e cosmopolita travolgeva la musica italiana. Al centro di quel piccolo scossone artistico c’era L’Aura, una ragazza di ventun anni con una voce eterea e una scrittura schietta che l’accompagna ancora oggi. Il suo disco d’esordio era Okumuki, un album cult che oggi, a più di vent’anni dalla sua uscita, celebra un traguardo storico con la sua primissima pubblicazione in formato vinile, restaurata, rimasterizzata e impreziosita dagli arrangiamenti degli Gnu Quartet.
In quest’intervista esclusiva, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lei, davvero poco nostalgica per un passato destinato a non tornare ma proiettata verso un presente che la vede più energica che mai. L’Aura è oggi un’artista forte di una maturità tutta nuova, consapevole del valore del tempo e del proprio percorso. Con estrema sincerità, ci ha confessato che oggi non potrebbe mai più scrivere un disco così: un’ammissione che non toglie nulla al progetto, ma che anzi ne cristallizza la magia, rendendolo l’istantanea irripetibile di una necessità espressiva giovanile, pura e viscerale.
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Entra nel canale WhatsAppNon si è trattato solo di celebrare canzoni come Radio Star, Una favola o Irraggiungibile, ma di raccontare il viaggio emotivo di un’opera nata per "aiutare a uscire dal proprio guscio". L’Aura ci ha così svelato i retroscena della nascita del vinile, il legame indissolubile con i fan e l’emozione di riportare questi brani sul palco con una consapevolezza vocale e personale completamente evoluta.
Com’è stato rimettere le mani su Okumuki dopo 20 anni?
Alcune canzoni le ho portate avanti negli anni perché comunque il pubblico le amava, per cui le ho prese e portate con me. Tra l’altro erano brani già scritti in una tonalità che sarebbe andata bene anche per gli anni a venire. Invece tante altre cose le ho lasciate un po’ per strada; l’album è stato registrato che io avevo 19 anni, quindi la voce che ho adesso ovviamente non è più quella di allora. Quella che ho fatto è stata un’operazione di "auto-cover": non potevo né interpretare i brani nella tonalità originale né farli come li facevo all’epoca. Sono andata a memoria perché alla fine ricordo tutto, non scrivo nulla. Ho un archivio mentale in testa, mi serve pochissimo per recuperare accordi e melodie, è tutto lì.
In realtà è stata una bella operazione perché mi ha permesso di capire che sono pronta come musicista per affrontare cose un po’ più impegnative a livello pianistico. All’epoca non sarei mai stata in grado di fare una trasposizione di tonalità dei brani. Adesso invece posso prendere qualsiasi tipo di repertorio e suonarlo come voglio. È stato un passo indietro che allo stesso tempo mi ha dato un input positivo: è vero che non riesci più a cantare nella tonalità originale, ma riesci a fare molte altre cose che all’epoca non saresti mai riuscita a fare. C’è sempre un equilibrio.
Sembra quasi una chiusura del cerchio più che l’apertura di un nuovo capitolo. Ma secondo te quanto è importante riportare oggi quel tipo di musica? Quanto la riascoltiamo oggi?
Perdonami, ma io sono molto egocentrica per cui rimetto sempre tutto a me stessa. In realtà non mi pongo molto la domanda di quello che penserà il pubblico, non l’ho mai fatto. Onestamente non me ne frega tanto, perché la musica la faccio per me stessa. Poi mi fa molto piacere se piace agli altri, perché significa che quello che piace a me piace anche a qualcun altro. Ma sono molto sincera, schietta e diretta, lo sono sempre stata. Nella mia testa c’era l’idea di dire: ok, sono arrivata a un punto in cui il mondo è cambiato e non so bene dove andare, perché ho provato delle strade diverse che non mi hanno portato dove volevo arrivare. Quindi l‘operazione di andare indietro nel tempo è servita più che altro a me stessa, per capire cosa del passato avrei portato nel presente e nel futuro.
Sicuramente quello che porto nel presente è il legame profondo che ho con gli strumenti, con il pianoforte. Per quanto mi diverta l’idea di trafficare con le tecnologie, suonare con gli altri musicisti in presa diretta, tutti insieme, e scrivere canzoni che possano essere suonate senza necessità di pre-produzioni è un’altra cosa. Perché poi alla fine, parliamoci chiaro, oggi il lavoro del musicista è dal vivo. Dal punto di vista dello streaming non abbiamo nulla, non c’è nessun tipo di feedback né economico né di gratificazione personale. Gli unici che credo possano avere un po’ di gratificazione sono i rapper, i trapper, o i progetti molto commerciali. Ma tutti gli altri musicisti, che rappresentano l’ottanta o novanta per cento della categoria, non hanno questo tipo di gratificazione. Quindi devono suonare dal vivo.
Suonare dal vivo significa che oggi bisogna anche poter scrivere canzoni che rendano bene i live, che siano semplici e che non richiedano troppa costruzione intorno. All’epoca non avevo fatto questo percorso consapevolmente, ma era già così: ero entrata in studio con dei musicisti a registrare l’album in presa diretta mentre io suonavo il pianoforte o le tastiere. Non c’era nulla di più. Per me è molto importante portare quel modo di fare musica oggi. Poi il fatto che sia stato rieditato in vinile mi fa molto piacere ed è un’occasione per farlo conoscere ai più giovani, però in realtà a me come autrice interessa l’operazione in sé, più che la risposta del pubblico. Oggi parliamo di risposte molto vaghe, se non quelle del live dove c’è la gente che viene a vederti, ti sostiene e ti saluta. Il mondo del web è un’incognita: non so chi sia questo pubblico, se c’è o non c’è, perché poi dal vivo non lo vedi. È tutto molto aleatorio.
Quindi la musica suonata in digitale oggi, come si sposa con il live secondo te? Perché tu dici che il tuo disco è suonato in presa diretta, con strumenti veri, una cosa che oggi fanno in pochi visto che gli strumenti non si usano quasi più.
Lo fanno in pochi, infatti a maggior ragione ho deciso che prossimamente sarà tutto suonato. L’anno scorso ero uscita con un brano elettronico che mi piaceva, ma nel portarlo dal vivo e nel fare la promozione mi sono resa conto che mi ero allontanata troppo dalla mia natura e che alla fine non conveniva. Se il mio obiettivo è la dimensione live, non aveva senso. Per quanto riguarda la musica degli altri non ti so proprio dire. Vuoi la verità? Per anni ho cercato di farmi piacere le cose che c’erano in giro, ma adesso mi sono proprio stufata. Ascolto solo musica classica, non me ne frega niente di quello che c’è là fuori. Uno può fare quello che vuole, ma io non lo ascolto perché non mi interessa.
Il tuo disco è definito come un lavoro scritto da un’introversa. Secondo te oggi è più facile o più difficile uscire dal guscio? Perché tu dici che ascolti solo musica classica, quindi in un certo senso ti chiudi.
Io esco dal guscio nel momento in cui faccio i concerti, quando scrivo o quando comunico sui social, anche se la parola "social" non fa parte del mio linguaggio, sono più anti-social, per cui per me è difficile. Tutti gli introversi trovano nel digitale un modo di interagire con gli altri che permette di preservare certi lati di sé, nel senso che sui social fai vedere solo quello che vuoi tu. Nel mondo di una volta, fare promozione significava avere a che fare con tantissime persone tutto il tempo, e per me era molto difficile. Da questo lato ti dico che oggi per me è molto più facile interagire con il mondo esterno, perché il mezzo ti permette di stare tranquillo e di isolarti in casa tua, nel tuo ufficio o nel tuo studio. Quindi oggi è un mondo diverso, forse più semplice da un certo punto di vista.
Certo è che se non hai l’occasione, come me, di fare comunicazione, diventa un tema complesso. Non a caso c’è tutto questo fenomeno degli hikikomori, i ragazzi che non escono più di casa. Può essere un tema difficile per chi non si occupa di comunicazione, perché chiaramente poi quel digitale diventa un mondo parallelo.
Se tu avessi modo di parlare con la L’Aura del 2005, cosa le diresti oggi?
Niente, perché tanto non ascolterebbe. Era una testa di minchia all’epoca ed è una testa di minchia anche adesso, non ascolterebbe niente! Le diresti solo: "Vai, vai, io sono qui a guardare cosa combini".
Secondo te abbiamo ancora spazio per ascoltare o non abbiamo più tempo?
Dipende. Ci sono forse degli spazi che creiamo appositamente per ascoltare. Per esempio, per me lo spazio per l’ascolto è la palestra, la macchina o le passeggiate. Quando sono in casa difficilmente ascolto musica perché la scrivo, quindi non mi viene spontaneo. Semmai ascolto un podcast. In casa c’è tanto rumore, c’è la tv, c’è sempre qualcuno che fa qualcosa, quindi non mi viene da isolarmi con la musica. Io parlo solo per me stessa, non frequento moltissime persone quindi non so come facciano gli altri.
Di fatto, quello che ho capito è che l’attenzione che abbiamo è diminuita, questo sì. Io stessa noto che ascolto meno musica e tendo a scrivere brani molto più brevi perché non ho più la capacità di attenzione di un tempo. Siamo stati completamente disabituati a restare attenti. Io ho la massima stima per chi oggi è ragazzino, come mio figlio, perché è davvero difficile. Io ho anche un leggero disturbo dell’attenzione: facevo fatica allora, figuriamoci adesso che è un disastro.
Ma la tecnologia ci ha limitato o ci ha favorito?
Ci ha limitato l’attenzione, su questo sì sicuramente. È tutto un meccanismo fatto per catturare l’attenzione in breve tempo e per tenerla per brevissimi istanti, perché il contenuto deve essere continuamente fruito. Vedi un contenuto, ci stai sopra un attimo e poi devi passare subito al successivo. Non puoi rimanere tre ore su una cosa sola, altrimenti l’algoritmo non gira, non conviene a nessuno e non si fanno soldi.
Se non c’è spazio per tutti non si monetizza.
L’attenzione viene monopolizzata, non può funzionare diversamente. C’è un briciolo di attenzione per tutti, ma poca poca. Quindi devi concentrare tutte le tue energie su qualcosa che catturi l’occhio subito. Non è semplicissimo, però è una bella sfida.
E sui gusti musicali di tuo figlio hai qualche influenza o ascolta quello che vuole?
Lui ascolta quello che vuole. Un po’ segue quello che ascoltano i compagni, però in realtà è un rocchettaro classico. Io sono una rocchettara molto sperimentale, invece lui va sul classico: rock d’annata, Beatles, Queen, Elton John. Sulle cose nuove segue magari gli Imagine Dragons o i Coldplay, che piacciono molto anche a me, quindi siamo allineati. Anche le cose rap che ascolta sono sempre quelle un po’ più particolari, o le canzoni di Sanremo che piacciono a entrambi. Fortunatamente non abbiamo tutta questa diversità di gusti.
Sentire la tua voce cambiata dopo 22 anni ti ha fatto effetto?
Lo ammetto, non mi piace molto la voce che avevo anni fa. Detto tra noi, era una voce molto immatura. Anche se vista da oggi può sembrare una voce in grado di fare tante cose, in realtà c’era tanto istinto e pochissima tecnica. Era una voce fragile, debole, che mi ha creato un sacco di problemi e per cui sono stata operata più volte. Oggi magari non ho più quell’estensione perché non ho più quell’età, però la mia voce attuale è molto più capace. Quando risento quelle canzoni le adoro, però penso che se fossero successe oggi avrei avuto più maturità e capacità. Ma le cose capitano sempre quando non sei pronta; quando lo sei non succede niente, mentre quando non sai fare le cose ti cade tutto addosso, è sempre così.
Riascoltarle ti ha fatto venire la voglia di riscrivere dei brani del genere?
No, è impossibile, perché quel disco è figlio dei miei anni negli Stati Uniti e io non vivo più lì da vent’anni. È figlio di un rapporto sentimentale con l’uomo che era il mio partner all’epoca e che ha scritto le canzoni con me. Quel disco l’abbiamo scritto insieme: un po’ negli Stati Uniti, un po’ a casa dei miei, un po’ nella casa in cui abitavamo insieme, dove lui mi ascoltava, mi correggeva e mi aiutava. Ora lui vive e lavora in California, non sarebbe proprio possibile creare quel disco una seconda volta.
In generale non credo sia possibile creare la replica di un album. C’è chi ci riesce perché ha metodo, io probabilmente non sono così tecnica. Ho sempre funzionato molto d’istinto e non sono in grado di ripetere le cose che faccio. Posso suonarle dal vivo, ma imitare una cosa già fatta per me è praticamente impossibile.
Ma risentirlo dal vivo nei due concerti com’è stato?
Bello, bellissimo!
Sei stata al Blue Note di Milano?
Sì, è stato un grandissimo onore, una grande emozione e anche un po’ di "strizza". Però, passato tutto questo tempo, ti dici: vabbè, magari non avrò riempito gli stadi, però avere due concerti sold out fatti in questo modo, con un quartetto d’archi, con questa qualità e con certi artisti tra il pubblico (a Milano c’erano anche Le Vibrazioni e altri colleghi illustri) mi fa molto piacere. Mi sento onorata e sento che quello che ho seminato ha germogliato nel modo giusto. Poi il successo commerciale ha a che fare con dinamiche che vanno fuori dal nostro controllo. Se gli dèi vorranno, magari un giorno ci sarà, se no pazienza, ci accontenteremo del Blue Note, tra virgolette.
Senti, noi che abbiamo ascoltato il disco quando è uscito siamo tutti diventati vecchi, perché sono passati più di vent’anni per tutti.
Guarda, vecchi sono i nostri genitori! Noi siamo nel mezzo del cammino, per citare un grande artista, quindi non siamo vecchi.
E secondo te questi "quasi vecchietti" nella mezza via come hanno accolto la nuova versione?
Secondo me è piaciuta tantissimo. Gli GnuQuartet sono un gruppo con cui collaboro dal 2006, avevamo già fatto una tournée insieme su Okumuki con quella configurazione. Gli arrangiamenti oggi erano un po’ diversi perché siamo diversi noi, però chiaramente è stato un tuffo nel passato. Tanta gente mi ha detto che è stato emozionante, che li ha fatti rivivere quegli anni, ma con un altro tipo di consapevolezza: della serie "eravamo piccoli, adesso non lo siamo più, ma quella colonna sonora ha rappresentato qualcosa di importante nella nostra vita".
Io non sono particolarmente nostalgica, non ho nostalgia di quel periodo perché l’ho vissuto in modo molto complicato. Sono stata un’adolescente complessa e questa cosa me la sono trascinata dietro finché non sono diventata mamma. Lì ho smesso di essere adolescente, è decisamente finita. Prima ne ho combinate veramente di tutti i colori e ho fatto dei disastri. Per cui guardando indietro dico: vabbè dai, sono ancora viva, l’ho scampata! Ho fatto tanti errori, ma anche tante cose belle.
Secondo me un po’ tutti la pensiamo così quando ci guardiamo indietro e vediamo gli obiettivi raggiunti. Poi ce ne saranno altri che forse non raggiungeremo mai perché non siamo destinati a farlo, ma pazienza. Alla fine il punto non è l’obiettivo, è la strada, è godersi il viaggio. Alla nostra età siamo più capaci di farlo. Da piccoli siamo concentrati solo sul traguardo, ma quando ci arrivi ti rendi conto che non è quello a renderti felice. L’obiettivo era solo la carota per il cavallo, serviva solo a darti una mossa.
Quindi l’opening a San Siro per Renato Zero — scusami se insisto — per me è stata una cosa epica.
Anche per me, la amo tantissimo. Io l’ho adorato. Ero terrorizzata e ho fatto una performance agghiacciante per quello che è il mio giudizio di oggi; avevo tantissima emozione e tantissimo cuore, e sicuramente questo è arrivato, però c’erano un sacco di errori. Stiamo parlando di una ragazza che non aveva mai fatto concerti veri, non avevo gavetta se non aver suonato in piazza o in qualche jazz club a San Francisco tre o quattro volte.
Però ricordo soprattutto lui, che è stato splendido, di un’accoglienza e di una comprensione incredibili, anche perché non era ancora uscito nulla di mio. Per me quel momento sarà sempre indimenticabile, anche perché quell’anno avevo gli esami di maturità. Passavo letteralmente da una prova d’esame al concerto, tra scritti e orali. Avevo una quantità di roba da studiare pazzesca tra la scuola e la band, la testa completamente per aria, però avevo un artista pazzesco che mi sosteneva, un’agenzia e un manager che credevano in me. Ero piuttosto corazzata. Guardando indietro dico: meglio di così non poteva andare. A chi capita una fortuna del genere? Devi proprio beccarla con il binocolo.
È rimasto un rapporto con Renato oggi?
L’Aura: Oggi no, ma è rimasto per parecchi anni. Mi ha fatto da padrino nei primi tempi. Poi abbiamo perso i contatti perché è passato del tempo, lui è andato avanti con gli anni e credo non abbia più la voglia di metterersi a lanciare o gestire giovani artisti come faceva allora. Penso si sia anche un po’ stufato di certe circostanze dell’ambiente musicale.
Il suo pubblico, tra tutti quelli che ho visto, è davvero uno dei più affezionati. Amano proprio lui come persona e come artista, prima ancora delle canzoni. Qualsiasi cosa faccia, va bene. È un po’ come il pubblico di Vasco Rossi: quello di Vasco è forse un po’ più ingestibile, ma il legame e l’amore sono gli stessi. Di conseguenza, anche tutti gli artisti patrocinati da Renato sono sempre stati accolti bene dalla sua fanbase, proprio per questo rapporto di stima profonda. In altri ambienti ho visto dinamiche molto più superficiali.
Ti chiedo: la scelta del supporto in vinile è stata una tua volontà o sei proprio una nerd del supporto materiale?
No, zero, io sono l’anti-feticista per eccellenza, la peggiore fan che esista! Non ho mai avuto il senso del possesso dei dischi o del vinile. Io la musica la ascolto e vado ai concerti, mi fermo lì. Però le persone con cui collaboro oggi mi hanno detto: "Guarda, sono passati tot anni, Okumuki è un progetto bellissimo ed è un peccato che non sia mai uscito in vinile" (visto che all’epoca non se ne producevano quasi più). Ho temporeggiato il più possibile perché non ero molto convinta, proprio perché la nostalgia non è nel mio DNA, ma a un certo punto ho capito che era una forma di rispetto verso il pubblico che me lo chiedeva da anni. Ne valeva la pena e alla fine sono stata contentissima di averlo fatto.
Ci saranno altri live prossimamente o non c’è ancora nulla in progetto?
C’è un concerto unico in Sardegna il 4 agosto, ed è la prima volta che suono un live mio lì. Sarà lo stesso spettacolo fatto a Milano e Roma, sempre con gli GnuQuartet. È una data una tantum, non credo ci saranno altre cose in estate. Penso che tutto verrà traghettato in autunno, forse con una configurazione sempre classicheggiante con strumenti ad arco. E poi spero nel 2027 di far uscire della musica nuova.
Sarà molto diversa da Okumuki?
Si sarà molto diversa. Non è proprio possibile ricreare quella cosa lì né vocalmente, né a livello di band, perché non suono più con quei musicisti. Sicuramente vorrei riprendere il discorso e il lavoro fatto con gli GnuQuartet. Oggi però è difficile a livello di live portare in giro uno spettacolo con una band numerosa o con quel tipo di configurazione. Non voglio fare un album che poi non sono in grado di portare dal vivo, mi è già successo e non ho più voglia di farlo. Vorrei scrivere e suonare cose che si avvicinino il più possibile a quello che poi farò sul palco.
Ti faccio l’ultima domanda: c’è qualcosa che volevi dire e che non ti ho chiesto?
Oddio, non sono una che si fa le domande e si dà le risposte alla Marzullo! Di solito quando mi faccio delle domande le risposte sono sempre sbagliate. Rimane il fatto che farsi domande in generale è cosa buona e giusta, darsi delle risposte di solito no. Dimmi tu cosa ne pensi.
Quindi rimane un discorso aperto tra me e te?
Assolutamente sì. Anche perché se fosse chiuso metteremmo una parola fine, invece lasciamo aperto e attendiamo la musica.
In Sardegna dove suoni? Al Tanka Village il 4 agosto?
L’Aura: Esattamente sì, al Tanka Village il 4 agosto con gli GnuQuartet. Prima volta in Sardegna, che per me è una cosa stupenda. Tra l’altro so che alcuni ragazzi sardi avevano preso l’aereo per venire a vederci a Milano e a Roma; un po’ mi dispiace per loro perché non si sapeva ancora di questa data, ma è incredibile e mi fa tantissimo piacere. Vedere che ci sono ragazzi che prendono l’aereo dalla Sicilia o dalla Sardegna è bellissimo.
Spero comunque che con il nuovo giro di concerti riuscirò ad arrivare un po’ dappertutto, come feci all’epoca in cui suonavo davvero tantissimo dal vivo. Bisogna avere quell’attitudine, ti deve piacere la vita on the road perché non è per tutti. Ma d’altronde oggi o ti piace o scegli di fare altro nella vita, magari lavori nella musica ma dietro le quinte. Ambire oggi a riempire gli stadi… auguri. Alla nostra età dubito fortemente; o hai raggiunto quel livello anni fa, oppure per le generazioni dalla mia in poi oggi è difficilissimo. Il pubblico che hai è quello, puoi ampliarlo un po’, ma non passi dal nulla allo stadio, non succede più perché è una dinamica legata alle mode che oggi si rivolgono a un pubblico molto giovane.
Però c’è da dire che adesso gli stadi sono super inflazionati. Prima lo faceva Vasco, lo faceva Renato, i grandi… adesso ci vanno tutti. Forse la soluzione è tornare nel piccolo e fare cose più raccolte.
Tornare nel piccolo, certo, ma il problema è che lo devono volere anche le agenzie, e sul piccolo le agenzie hanno pochissimo margine di guadagno. Capisci che è un momento molto difficile per la musica perché, come tante altre cose, è vittima del capitalismo. Il capitalismo ha distrutto ogni cosa: l’unica cosa che ha fatto felice sono i capitalisti che hanno le multinazionali.
Tutti quelli che non fanno parte di quel sistema vengono penalizzati da un meccanismo fatto per nutrire pochissimi. Però secondo me ci sono tante cose che meritano di esistere anche se non sono per la massa. Vedremo cosa succederà, io non mi intendo molto di politica, ma quando si arriva al culmine di un percorso poi accadono dei cambiamenti. Vedremo se saranno in positivo o in negativo.
