Killers of the Flower Moon: la storia vera che ha sconvolto l'America è ancora oggi lo scheletro nell'armadio USA
Petrolio, avidità e la tragica cancellazione di un popolo: stasera su Rai 4 va in onda la storia vera che ha sconvolto l'America

Diciamolo subito, senza girarci troppo intorno e senza fare ricambi inutili: se stasera avete tre ore e mezza libere e la lucidità necessaria per affrontare un tema caldo, Killers of the Flower Moon merita quel tempo. Va in onda su Rai 4 alle 21:20, ed è uno dei pochissimi film degli ultimi anni che riesce a raccontare un capitolo a dir poco vergognoso e quasi del tutto rimosso della storia americana: lo sterminio della Nazione Osage per impossessarsi dei diritti sul petrolio scoperto sotto le loro terre.
Il film lo porta sullo schermo senza la bustina di zucchero mescolata al suo interno, senza trasformare l’episodio in una favola truccata di redenzione, senza avere paura di mostrare quanto la banalità del male possa nascondersi dietro un sorriso cordiale da vicino di casa con i mano i biscotti di benvenuto. Detto questo, non è tutto oro quel che luccica, e lo dico con la stessa franchezza: Scorsese, secondo me, ha sbagliato un elemento fondamentale nella costruzione del film, ed è un errore che vale la pena discutere prima ancora di premere play.
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Entra nel canale WhatsAppKillers of the Flower Moon, la storia vera che fa più male di qualsiasi finzione
Siamo nell’Oklahoma degli anni Venti. La Nazione Osage, dopo la scoperta di enormi giacimenti petroliferi sotto le proprie terre, diventa improvvisamente una delle comunità più ricche del mondo. E cosa succede quando un popolo indigeno, già derubato di tutto il resto, comincia ad avere più soldi dei bianchi che li circondano? Succede che quei bianchi, uno dopo l’altro, cominciano a sposarli, a manipolarli, a derubarli per vie legali attraverso tutori designati dai tribunali, e infine, quando anche questo non basta più, a ucciderli. Tutto ciò in modo sistematico, per anni, con la complicità subdola dell’intera comunità bianca locale.
E aggiungo, per chi non fosse a conoscenza dei fatti storici, che questa narrazione è una storia vera, raccontata nel libro di David Grann, talmente agghiacciante che non ha nemmeno bisogno di essere romanzata per fare più paura di un film horror: bastano i fatti, nudi e crudi.
De Niro non ha mai fatto paura così, ma la star non è lui
Partiamo dalle cose che funzionano del film, e che funzionano alla grande. Robert De Niro, nei panni del patriarca William Hale, offre una delle interpretazioni più inquietanti della sua intera carriera recente, e lo dico senza sconti. Sullo schermo non appare come il gangster carismatico e teatrale a cui ci ha abituati in decenni di collaborazioni con Scorsese, è qualcosa di molto peggiore, perché per certi aspetti risulta molto più credibile.
Nel film è un uomo che si presenta come amico e benefattore della comunità Osage, che parla la loro lingua, che partecipa ai loro riti, e che nel frattempo orchestra freddamente l’assassinio sistematico delle stesse persone che chiama amiche. La cosa che fa gelare il sangue è che non c’è nulla di spettacolare nella sua cattiveria, potremmo definirla come "amministrativa", quasi "contabile". Ed è proprio questa assenza di teatralità a renderla quasi insopportabile da guardare.
E poi c’è lei, Lily Gladstone, nei panni di Mollie Burkhart. Non ho remore a dirlo apertamente – posso definirmi un grande estimatore di De Niro sotto il profilo attoriale – la cosa migliore del film, è lei, punto. Con pochissime parole e un controllo assoluto della sua espressività, costruisce un personaggio che porta sulle spalle il dolore di un intero popolo senza mai scadere nella retorica o nel patetismo elemosinato. Ogni sguardo che rivolge a DiCaprio, sapendo – o iniziando a sospettare – che l’uomo che ama la sta lentamente avvelenando, vale più di qualsiasi monologo avrebbe potuto scrivere qualunque sceneggiatore. Se questo film verrà ricordato tra dieci anni, a parer mio, sarà soprattutto grazie a lei.
Il problema vero: di chi è, davvero, questa storia?
E arriviamo al punto che, secondo me, va espresso e non archiviato come se fosse dettaglio minore. Sappiamo dalla storia produttiva del film che la sceneggiatura originale era incentrata sull’agente FBI Tom White, e che venne riscritta perché – giustamente – non dava abbastanza spazio agli Osage e al modo in cui venivano trattati. Fin qui, un’intenzione sacrosanta e utile a riportare sul giusto binario il treno. Il problema è che, nel film che ne è uscito, quello spostamento di prospettiva resta solo parzialmente compiuto. Per gran parte delle tre ore e mezza di durata, la telecamera resta incollata a Ernest Burkhart, un uomo debole, manipolabile, moralmente vuoto, mentre osserviamo lui e suo zio orchestrare l’ennesimo omicidio. Mollie, che dovrebbe essere il cuore pulsante della storia, passa lunghi tratti del film relegata al ruolo di vittima che subisce, aspetta, sospetta, soffre – mai davvero protagonista attiva del proprio destino narrativo.
Tradotto: un film che vuole denunciare la cancellazione della prospettiva Osage dalla storia americana rischia, strutturalmente, di ripetere lo stesso meccanismo che condanna. Insomma, racconta la storia filtrando quella tragedia attraverso gli occhi degli uomini bianchi che l’hanno causata. Non è un dettaglio da poco. È, per me, il vero limite del film.
Sì, è troppo lungo. Diciamolo senza paura
E aggiungo un’altra cosa che di solito nelle recensioni si tende ad ammorbidire: le tre ore e ventisei minuti di durata si sentono tutte, e non nel senso positivo del "tempo che vola". La parte centrale, quella dell’escalation degli omicidi orchestrati da Hale, rallenta più del necessario, ripetendo più volte lo stesso schema – sospetto, omicidio, insabbiamento – senza aggiungere mai poi qualcosa di nuovo alla comprensione della vicenda. Scorsese avrebbe potuto tagliare quaranta minuti buoni senza perdere nulla di essenziale, e il film ne avrebbe guadagnato in scorrevolezza.
Detto tutto questo, e lo ripeto perché non voglio che suoni come una bocciatura: guardatelo stasera, se potete permettervelo in termini di tempo. È un film importante (con due o tre delle migliori interpretazioni dell’intero decennio), che ha il merito di raccontare un genocidio americano chiamandolo con il suo nome, senza sconti e senza happy ending consolatorio. Ma è anche un film che, nel tentativo di fare ammenda per decenni di cancellazione della storia Osage dal racconto ufficiale americano, finisce per non avere completamente il coraggio necessario. A mio avviso è un capolavoro imperfetto ma, alla fine, quando un’opera ti lascia ancora a discutere ore dopo i titoli di coda, significa che ha toccato qualcosa di vero.
