Morta a 93 anni Keiko Kishi, la star di Kwaidan, premio speciale della giuria al Festival di Cannes

Pioniera del cinema giapponese, aveva fondato assieme a due colleghe il Ninjin Club, società indipendente per conquistare maggiore libertà artistica

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Morta a 93 anni Keiko Kishi, la star di Kwaidan, premio speciale della giuria al Festival di Cannes
Profilo Instagram di Keiko Kishi

Ci ha lasciati a 93 anni Keiko Kishi, una delle ultime stelle della Golden Age del cinema giapponese: l’attrice, stando alle fonti, è morta di cause naturali legate all’avanzata età. Il decesso è avvenuto lo scorso 7 agosto ma solo nelle ultime ore è arrivato l’annuncio ufficiale, a seguito delle esequie svoltesi in forma privata alla presenza della famiglia. Kishi non è stata solo un’attrice, ma una figura che ha attraversato letteratura, giornalismo, impegno umanitario, Giappone ed Europa. Una diva che è stata tale nel vero senso del termine nonché una donna sorprendentemente moderna per l’epoca.

Morta Keiko Kishi: addio all’ultima diva del cinema giapponese

A 18 anni entrò alla Shochiku, debuttando nel 1951 in Waga ya wa tanoshi (Home Sweet Home) di Noboru Nakamura. Sognava di fare la scrittrice, ma nel giro di due anni il cinema divenne la sua vita. Tra il 1953 e il 1954 interpretò Machiko Ujiie nella trilogia Kimi no na wa (Il tuo nome) di Hideo Ōba, tratta dal popolarissimo radiodramma di Kazuo Kikuta. Il suo personaggio dettò lo stile dell’epoca: l modo in cui Machiko avvolgeva uno scialle intorno alla testa e al collo diventò il celebre "Machiko-maki", imitato da migliaia di donne. Il successo di Kimi No Na Wa la lanciò nell’Olimpo delle attrici più amate del Paese.

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Nel 1954, quando aveva solo 21 anni, insieme alle colleghe Yoshiko Kuga e Ineko Arima, Kishi fondò il Ninjin Club, società indipendente nata per garantire agli interpreti maggiore libertà artistica e autonomia nella scelta dei ruoli e dei progetti. Ciò che oggi potrebbe sembrare una normale rivendicazione sindacale, nel Giappone dell’epoca, in cui il cinema era ancora dominato dal sistema delle grandi compagnie e dai contratti di esclusiva, era una novità assoluta. Il Club divenne nel tempo anche una realtà produttiva, arrivando a legare il proprio nome ad alcuni titoli fondamentali del cinema giapponese. Tra questi, la monumentale trilogia La condizione umana di Masaki Kobayashi, realizzata tra il 1959 e il 1961, uno dei più radicali atti d’accusa contro la guerra e il militarismo prodotti dal cinema del dopoguerra.

Kwaidan, il capolavoro di Kishi che "uccise" il Ninjin Club

La pellicola per cui viene maggiormente ricordata Keiko Kishi è senza dubbio Kwaidan, diretto da sempre da Kobayashi, uno dei vertici assoluti del cinema fantastico giapponese. Tratto dai racconti soprannaturali raccolti da Lafcadio Hearn, il film è composto da quattro episodi e costruisce un Giappone irreale, pittorico, quasi astratto. A rendere il tutto ancora più onirico contribuisce la musica composta da Tōru Takemitsu. Kishi è la protagonista di Yuki-Onna, La donna della neve: apparizione bellissima e letale, fantasma bianco immerso in un paesaggio nel quale la natura ha già smesso di obbedire alle regole della realtà.

Nel 1965 Kwaidan conquistò il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes e ottenne una candidatura all’Oscar come miglior film in lingua straniera. Se però fu un trionfo artistico, dal punto di vista economico fu un disastro. La lavorazione, estremamente ambiziosa e costosa, mise ulteriormente sotto pressione le finanze del Ninjin Club e, dopo l’insoddisfacente risposta commerciale iniziale, la società cessò la propria attività nel 1965. Un flop che avrebbe perseguitato Kishi per gli anni a venire. Nel 2025 il restauro 4K realizzato da Toho è stato presentato alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venezia Classici, restituendo sul grande schermo l’abbagliante universo cromatico di Kobayashi.


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