Jovanotti ci ha illusi con la felicità a tutti i costi, pensare positivo non basta più. Cosa dice davvero di noi l'ultimo Jova Summer Party

Io Penso Positivo? Non è più così da tempo. Il paradosso del successo dei concerti di Jovanotti è sempre più evidente: ma forse non vogliamo accettarlo davvero

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Jovanotti non ci ha resi felici in oltre 35 anni di carriera. Ci ha illusi che bastasse divertirsi per esserlo. Ma la differenza tra le due cose è enorme, ed è quella tra un artista e un predicatore anche se lui, va detto, ci ha sempre creduto sul serio. Il trucco è sempre lo stesso: un comando dal palco, in migliaia che obbediscono in sincrono, e l’illusione che quel movimento sia di gioia. Funziona ancora, e benissimo. Ma un trucco, per quanto perfetto, resta un trucco. E i trucchi, prima o poi, li vede anche il pubblico più affezionato.

Il "metodo Jovanotti": trent’anni di ottimismo a comando

Da fine anni Ottanta, diciamocelo, Lorenzo Cherubini vende sostanzialmente la stessa idea, riconfezionata ogni tot anni con un suono nuovo: si può sempre reagire, basta volerlo abbastanza forte. Il talento, sia chiaro, nessuno glielo discute perché dal manifesto Penso Positivo del 1988 fino ai tormentoni sparati ogni estate dai balconi, il metodo Jovanotti ha funzionato alla perfezione per un Paese che si sentiva, o voleva convincersi di essere, in espansione: gli anni dell’euro, della new economy, delle magliette con lo slogan preso in prestito da un altro venditore professionista di speranza.

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Era uno sciamano pop quando cantava di viaggi e utopie sincretiche; oggi è un brand di intrattenimento con lo stesso pacchetto esperienziale, identico ogni stagione, tanto rodato da poter quasi andare in franchising. Il problema non è che la macchina sia invecchiata male. È che nessuno, dentro, ha mai avuto il coraggio di spegnerla e ripartire da zero. Per questo il Jova Summer Party funziona ancora malgrado tutto: forse perché non abbiamo la forza di ammettere che il manifesto del 1988 è ormai scaduto.

Perché "pensare positivo" oggi sembra un ordine

Il filosofo Byung-Chul Han – uno di quei nomi che tutti citano – ha dato un nome preciso a questo scarto generazionale: la società della stanchezza. Secondo Han, chi vive nel presente non è più oppresso da un padrone esterno, ma da se stesso: costretto a essere sempre performante, sempre motivato, sempre disponibile. Ma ordinare a qualcuno di pensare positivo, in questo momento, non lo libera. Lo sfianca due volte.

Eva Illouz ed Edgar Cabanas hanno chiamato questa deriva happycracy, la dittatura della felicità obbligatoria che trasforma un affitto insostenibile o un pianeta che si scalda in un semplice difetto di atteggiamento personale. Non ci troviamo però di fronte a una teoria da convegno: chi convive con l’ansia da precarietà e si sente dire di essere felice non si sente incoraggiato. Si sente ingannato.

Cresciuta a pane e consapevolezza sulla salute mentale, la Gen Z ha sviluppato un’insofferenza quasi fisica verso questo meccanismo. Ed è proprio qui che il repertorio di Jovanotti, costruito per un pubblico che aveva bisogno di slancio, comincia a suonare fuori sincrono: non più una colonna sonora, ma – mi si passi il termine – un compito a casa.

Jova Beach Party, quando l’ambientalismo diventa scenografia

Se serve una prova concreta di questo scollamento, basta ripercorrere la vicenda del Jova Beach Party. Concepito per unire festa, musica e – parole della produzione – "impatto zero", il tour sulle spiagge italiane si è scontrato con gru, transenne e dune spianate. Le associazioni ambientaliste hanno denunciato danni agli ecosistemi costieri; secondo diversi monitoraggi, le coppie nidificanti di fratino, un uccellino protetto che nidifica proprio dove si montano i palchi, si sarebbero ridotte drasticamente nel giro di poche estati.

Di fronte alle critiche, Cherubini ha superato le polemiche degli attivisti etichettandoli come "eco-nazisti" e ha definito il greenwashing "una parola finta". Non è stata una gaffe isolata da derubricare a stanchezza da tour: è stato un lapsus, e i lapsus, si sa, sanno dire molto. Nel frattempo l’evento è finito anche sotto la lente della magistratura, per verifiche sulla manodopera nei cantieri. E mentre il WWF nazionale firmava una partnership ufficiale per "compensare" l’impatto, le sezioni locali dell’associazione si smarcavano pubblicamente, imbarazzate: nemmeno in casa ecologista ci credevano tutti.

Dal Partito al Party, la contraddizione politica di Jovanotti

Per vent’anni Jovanotti è stato l’archetipo dell’artista progressista, prestato persino alla campagna di Walter Veltroni nel 2008 con Mi fido di te (sì, quella canzone lì). Eppure, dopo le polemiche sulle spiagge, a difenderlo pubblicamente sono stati soprattutto esponenti del centrodestra – Matteo Salvini in testa – pronti a trasformarlo in un simbolo di libertà contro il presunto estremismo ambientalista.

Non è cambiata la sua bandiera ma il modo in cui la sinistra più giovane e radicale giudica oggi l’ottimismo da palco. E se qualcuno lo trova improvvisamente "di destra", forse il problema non è che lui si sia spostato di un millimetro: è che per vent’anni il centrosinistra italiano ha preferito i simboli rassicuranti alle battaglie scomode, e Jovanotti, con quel sorriso sempre uguale, era il simbolo perfetto da esibire senza doversi mai sporcare le mani. E dunque se l’entusiasmo diventa un modello da ripetere ogni estate, allora perde automaticamente il suo significato più prezioso per diventare merce, disponibile a chiunque voglia comprarla.

Da Marracash a Blanco, chi ha preso il posto della positività

Non è un caso che la scena musicale italiana più interessante faccia l’esatto contrario. Jovanotti canterebbe che andrà tutto bene anche davanti a una catastrofe, mentre Marracash – ad esempio – ha costruito dischi interi sul crollo dell’ego e sulla fatica del successo, senza offrire una sola soluzione.

Blanco ha portato sul palco di Sanremo la propria rabbia, pagandola, ma il pubblico, invece di punirlo, lo ha premiato proprio per quello. Calcutta e tutta la scuola del cantautorato indie hanno reso mainstream un modo di cantare fatto di imperfezione, esitazione, addirittura ansia. Ma nessuno di questi artisti promette una via d’uscita, solo compagnia nel casino senza un’uscita di sicurezza.

Ci fermiamo davvero a saltare?

Jovanotti, probabilmente, non è diventato cinico: ci crede ancora, in quel divertimento, ed è proprio per questo che non si accorge di quanto sia diventato fuori tempo. La domanda vera non è se la positività faccia bene. È chi se la può ancora permettere, oggi, senza sentirsi preso in giro. E se state già pensando "ma io mi diverto da matti", allora probabilmente è vero. Chiedetevelo comunque, la prossima volta: non è un’accusa, è solo la domanda che Jovanotti, da sempre, non si è mai dovuto fare.


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