La rabbia di Jo Squillo: "Il governo? Sono decenni che non si fa niente per le donne". E a Stefano De Martino: "Ho in mente qualcosa per Sanremo"
Dalla violenza sulle donne alla musica, passando per reality, diritti LGBTQ+ e nuove generazioni: Jo Squillo si racconta a Libero Magazine e anticipa un progetto per il prossimo Sanremo

C’è una canzone nuova, Figli di Maria, nata dall’incontro tra Jo Squillo e VitaDaSuore, ma soprattutto c’è un messaggio che torna ancora una volta al centro del suo percorso: libertà, inclusione, provocazione. Un terreno che Jo Squillo conosce bene, dagli esordi punk fino all’impegno contro la violenza sulle donne e alle sue tante vite professionali. Il nuovo brano, però, è anche un’occasione per guardare al presente e interrogarsi su una società che, secondo l’artista, ha sempre più bisogno di essere scossa.
Nella conversazione con Libero Magazine, Jo parla della musica di oggi, del rapporto tra immagine e industria, dei giovani, della comunità LGBTQ+, dei reality e delle battaglie che continua a portare avanti. Senza rinunciare a quella provocazione che l’ha accompagnata fin dagli inizi.
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Entra nel canale WhatsAppIntervista a Jo Squillo: "Il mio compito è scuotere e provocare"
Figli di Maria parla di inclusione e accoglienza con ironia: oggi è ancora possibile provocare senza che qualcuno si senta offeso? E lei, che della provocazione ha fatto una cifra stilistica, sente che il pubblico è diventato più permaloso?
C’è tanto moralismo, c’è tanta chiusura mentale, poca apertura culturale, poca curiosità e noi siamo in un periodo davvero di super critica. Servono persone, artisti che sfondino questo muro di grigiore e di chiusura culturale e facciano le cose che servono a smuovere. Il senso della musica, il senso dell’arte è proprio quello di armonizzare un po’ questa società così frammentata. Io sono sempre stata un po’ in missione per conto di un messaggio positivo e oggi credo che le Blues Sisters (VitaDaSuore) siano in missione doppiamente. Ho accettato il loro invito a portare un po’ di scompiglio anche in questo ordine musicale, in cui è tutto monologato, tutto già sentito. Siamo andate un po’ fuori dalle righe, ma questo è il mio compito: scuotere, provocare pur rimanendo nella posizione della libertà, quindi dell’inclusione e dei bei valori, di quelli che in quel tempo siano un po’ passati di moda.
Lei ha cominciato con il punk, con messaggi molto forti sull’emancipazione femminile. Dopo tanti anni di battaglie, cosa la fa ancora arrabbiare quando si parla di donne?
Oggi sono più arrabbiata di ieri, perché non avevamo questa consapevolezza. Trovo veramente vergognosa l’indifferenza, una delle cose più brutte che sentiamo e percepiamo nella società. Succedono delle cose e non si può rimanere fermi, in silenzio. C’è tanta ingiustizia rispetto alle donne. Io ho un’associazione da tredici anni, Wall of Dolls, che si occupa di violenza. Sentiamo delle cose che, se uno le mette insieme… La società si deve fermare a riflettere. Sono profondamente arrabbiata per questo finto parlare di femminicidi, quando poi nella realtà non si sta facendo niente. Sono molto delusa e vedo come le donne sopravvissute, con le quali ormai sono diventata sorella, abbiano le braccia abbassate. Non si riesce più a capire cosa fare.
Secondo lei chi è alla guida del Paese sta facendo qualcosa di concreto per aiutare le donne?
Non è adesso, sono decenni che non si fa niente. Questo è il problema.
Lei insiste molto sulla necessità di entrare nelle scuole. Perché lo considera così importante?
Entriamo nelle scuole senza fare semplicemente il discorso contro la violenza sulle donne. Cerchiamo di sensibilizzare i ragazzi, di scuoterli, di educarli, di portarli alla riflessione. Il problema è proprio farli riflettere. L’educazione ha anche bisogno di essere un po’ forte, incisiva. Noi attraverso l’arte e i documentari riusciamo culturalmente a smuovere questa indifferenza. Il problema è cambiarli, fargli capire che stiamo parlando di donne, di uomini, di valori, di una società che vuole nel futuro. Stiamo parlando di che cos’è l’amore, il sesso, il rispetto. Urge assolutamente entrare nelle scuole perché l’età si sta abbassando sempre di più. Questo è l’estremo grido di aiuto: la brutalità sta prendendo il sopravvento sulla nostra quotidianità.
E la musica che ruolo può avere in tutto questo?
La musica è leggerezza, è spensieratezza, è gioia, è gioco ed è anche un modo di raccontare come vogliamo vedere il nostro futuro. Molte persone arrivano ai miei concerti e mi dicono: "Mi hai salvato la vita in quel momento di grande tristezza, di grande paura". Per me è una gioia. La musica ha questo dovere. Io ho risposto subito all’appello delle sorelle di VitaDaSuore perché mi sento sorella, ed è un gioco meraviglioso. Non a caso, forse questa canzone è estremamente pericolosa, perché è contagiosa. La senti due volte e non ti esce più dalla testa. Quindi attenzione all’uso.
Dalla moda ai reality: "Il meglio deve ancora avvenire"
Lei ha sempre avuto un rapporto molto forte tra musica, immagine e moda. Guardando le nuove generazioni, cosa le piace e cosa invece non capisce di questo rapporto?
Quando ho iniziato, erano la passione e la creatività che mi muovevano. Oggi è l’industria, sono i soldi e il business. Ci sono venti persone che ruotano intorno a un artista con aziende, brand, riunioni. Io sono sempre stata un po’ allergica a questo sistema. I rapper, ad esempio, dovrebbero rappresentare un po’ l’alternativa. In realtà la maggior parte sono guidati dal business. Quindi non è una loro idea di base, come potrebbe essere stato per me costruirmi questo tipo di immagine: loro hanno qualcuno che lo fa a tavolino per loro. E poi c’è un’altra cosa importante: se guardi i loro testi, sono basati su degli stereotipi. Sono soldi, donne, sesso. Prima era droga, adesso sono diventati un po’ più moralisti. Va bene così, però la nostra generazione è riuscita a raccontare il potere dei fiori e l’amore.
Per lei, invece, musica, immagine e moda sono sempre state un processo naturale?
Quando ho scritto la mia prima canzone, ho fatto il mio outfit e ho scritto sulla maglietta il nome. Non esistevano le magliette con il nome. Ho fatto questo. Oggi è un’industria.
C’è qualcuno oggi che le piace particolarmente per questo mix di aspetti?
Ci sono le Bambole di Pezza. Anche il loro stile mi piace molto, molto punk. Ricorda un po’ me di quarant’anni fa, forse. Ho fatto anche una canzone insieme a loro, Non sei sola, uscita tre anni fa, proprio perché ho rivisto in loro me e il mio primo gruppo di punk al femminile, le Kandeggina Gang.
Lei è considerata anche un’icona per la comunità LGBTQ+. Come è nato questo rapporto così forte con la comunità?
Ho fatto quello che mi sentivo di fare. Sono stata l’unica artista a fare un concerto per i primi malati terminali di AIDS, ancora quando morivano e nessuno voleva andare a trovarli perché era pericoloso. Non ho mai detto niente. Lo dico adesso. Sono stata una delle prime artiste a fare il Pride a Milano, quando ancora, se lo facevi, eri assolutamente criticata per questa scelta. Per me è una questione naturale. Sono sempre stata, forse perché sono gemella, per l’inclusione, per l’amore. L’educazione che mi hanno dato i miei nonni, i miei genitori è sempre stata quella della comunità, della fratellanza, delle grandi donne, dello stare insieme, di mettere insieme comunità diverse. Non sono stata mai per la divisione. Oggi credo che ci sia bisogno di essere persone buone, uomini belli, uomini giusti, donne giuste. Non mi interessa il concetto di politica oggi. Bisogna essere delle buone persone. Al di là di tutto.
Rifarebbe un reality show?
Ho fatto Pechino Express con Michelle Masullo, la mia figlia elettiva, ed è stata un’esperienza pazzesca. Anche se inizialmente ero partita non competitiva, perché io non sono una persona competitiva, mi sono trovata a dare dimostrazione di come una donna, alla mia età, può dare molto da tutti i punti di vista. Se sei bilanciata, se riesci a essere a posto, hai una grande forza. Quindi forse la mia missione è proprio quella: dimostrare alle donne di ogni età che il meglio deve ancora venire.
Quindi le piacciono i reality con prove fisiche, come Pechino Express o L’Isola dei Famosi?
Sì, la sperimentazione delle relazioni, dei rapporti, della tua forza. Sono esperienze che, secondo me, dovrebbero essere quasi obbligate per legge a tutti i ragazzi. Devi andare a vivere dove non c’è ricchezza, con il sacco a pelo e senza soldi. Devi incominciare a capire che la vita è anche quello. Non è tutto sui social, ma sono proprio radici, culture diverse, meravigliose, estreme, e la difficoltà di essere te stesso. La realtà finta che viviamo sui social ha un po’ fatto perdere la capacità di stare sui problemi. Noi non avevamo tutta questa consapevolezza, però eravamo persone che risolvevano, trovavano la strada per uscire dagli imbrogli, per trovare la direzione giusta. È stata una generazione di eroi la nostra. Il 2000 è stato uno tsunami drammatico, è stato veramente una catastrofe da un certo punto di vista. Ci ritroviamo con ragazzi tristi, infelici, che non amano più, allora qualcosa è sbagliato. È difficile essere giovani oggi.
Torniamo alla musica. Perché secondo lei non si sfornano più le hit di una volta? Perché le canzoni durano il tempo di una stagione estiva e poi le dimentichiamo?
Perché l’industria ha bisogno di questo. Il consumismo ha portato a questo, come gli elettrodomestici, i cellulari: tutto è fatto per non durare. Guai se tu fai qualcosa che dura nel tempo. "Sei matta, sei fuori dal tempo, sei obsoleta". Questo è proprio coerente con i nostri tempi, si chiama consumismo.
Anche la musica ha investito nel consumismo?
Assolutamente. Non si capisce il valore di un artista o la costruzione di un artista che ha delle cose da dire. Prendi un artista, lo spremi e poi, se funziona, bene. Tutti gli altri finiscono nel dimenticatoio. Per me, che invece sono una donna, quindi ovviamente discriminata, che ha una certa età e che produce, ho scritto 150 canzoni, tutte con una storia che non è dell’intelligenza artificiale. Sono storie. Sai quanto è difficile sopravvivere? Però sono felice di essere qua, faccio un sacco di concerti e la gente, soprattutto tantissime donne, mi ama.
Come vive questo affetto?
Sono veramente sempre così meravigliata dall’amore che mi circonda. Adesso con Pechino Express abbiamo trovato un pubblico di giovanissimi, proprio bambini, ragazzini giovani, belle, spensierate, giuste, amorevoli, che hanno capito la nostra fatica e la nostra contraddittorietà nel riuscire a fare qualcosa che supera, ad esempio, le grandi difficoltà. Michelle è stata esemplare, ha mangiato di tutto e di più.
Ci sono progetti futuri che può anticipare?
Sarò al Festival del Cinema di Venezia con la mia associazione perché abbiamo bisogno di sensibilizzare il tema. Spero che la canzone con VitaDaSuore entri nel cuore delle persone e poi continuerò a lavorare su dei progetti musicali. Ho in mente qualcosa per Sanremo. Spero che Stefano De Martino possa apprezzare.
Dopo una vita di punk, moda, televisione, musica e attivismo, se potesse dire qualcosa alla Jo Squillo degli inizi, cosa le direbbe?
Fai tutto così. È stata faticosissima, è stata sempre un surf in mezzo a cinquantamila difficoltà e soprattutto tantissimi "no". Quindi ho dovuto abbattere con la testa i muri. E poi c’è sempre qualcuno che invece fa i soldi e ci passa dentro. Ma rifarei tutto allo stesso modo. Ho una vita meravigliosa e, oggi, sono felice.