J-Ax elabora il lutto nel nuovo album, lo 'Zio' è diventato grande e adesso ce le canta. Recensione di 'Vita Morte Miracoli'

L'attesa per il nuovo album di J-Ax è finita e ci ha sorpreso: siamo di fronte a una delle prove migliori degli ultimi anni. La nostra recensione di Vita Morte Miracoli

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Con l’uscita del nuovo album, J-Ax ha deciso di fare le cose da grande. Del resto, le opzioni sul tavolo sono note: il tour celebrativo del disco che andava forte quando i tuoi fan avevano i capelli, il featuring con il ventitreenne che ti chiama "maestro" in intervista e non ti ha mai ascoltato, oppure il podcast. Alessandro Aleotti ha guardato il menu e ha ordinato fuori carta: un banjo.

La cosa sorprendente di Vita Morte Miracoli, nono capitolo solista di J-Ax, è che il banjo funziona. Non come trovata, ma come soluzione a un problema tecnico che il rap italiano over 50 non ha mai davvero risolto: dove metti la gravità? Perché a cinquantatré anni le cose di cui vuoi parlare sono il lutto, tuo padre, tua moglie e la paura di morire, e provare a farlo sopra un beat trap produce quasi sempre un effetto involontariamente comico. Sopra una chitarra resofonica, invece, proprio no.

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La svolta roots, e il piccolo problema del tempismo

Partiamo dai fatti tecnici, che qui contano. Il disco è suonato, quasi interamente, da esseri umani con degli strumenti in mano: banjo, resofoniche, acustiche, contrabbasso, fisarmonica, Hammond, archi, violini solisti, qualche ottone. Alla cabina di regia una squadra pesante – Andrea Bonomo, Renzo Stone, Pietro Posani, Luca Colombo, Alessandro Cosentino, Lorenzo Buso – più il contributo postumo di Fausto Cogliati, di cui parleremo tra poco perché è il centro su cui ruota tutta la faccenda. L’impianto armonico arriva dal country e dal folk americano, la metrica resta rap, la satira sociale non si è spostata di un millimetro dal 1996.

Aleotti rivendica la scelta come coerente con la propria età e con i propri ascolti reali, e non c’è motivo di dubitarne. C’è però un dettaglio che va evidenziato: il country sta vivendo da un paio d’anni la sua riscoperta pop più massiccia da decenni, e il mercato globale ne è pieno. Fare un disco country nel 2026 rivendicando di non seguire le mode è, statisticamente, seguire una moda. La differenza – e qui va riconosciuto il merito – è che in questo caso la scelta risponde a una necessità espressiva verificabile. Abbiamo ascoltato Vita Morte Miracoli: ecco cosa ne pensiamo.

1. Odio la gente

Il titolo è già mezzo lavoro fatto: nel 2026 odiare la gente è l’unica posizione politica su cui l’elettorato è compatto. Aleotti apre rifiutando esplicitamente il ruolo di zio rassicurante della musica italiana e spara su populismi, complottismi, fanatismi e sciatteria da timeline, con un’iperbole metrica che tiene bene sopra il tappeto acustico. Il limite è il bersaglio: così largo che è difficile mancarlo, e infatti non lo manca mai. Apertura efficace, coraggiosa nel tono, prudente nella mira.
Voto: 6,5

2. Italia Starter Pack

Quindicesimo posto nella classifica finale di Sanremo e disco d’oro, che nell’aritmetica sanremese significa aver vinto. È un catalogo di vizi nazionali costruito per accumulo, con un ritornello che riduce la sopravvivenza in Italia a una questione di fortuna, e come tale fa esattamente ciò per cui è stato progettato. Il problema della satira di costume è che ha la stessa data di scadenza dello yogurt: perfetta a febbraio, già leggermente acida a settembre.
Voto: 5

3. Vita Morte Miracoli

La title track mette in musica la tesi dell’album, ovvero che un uomo si misura dalle cadute e non dai premi. È anche la melodia più immediata del disco, con un ritornello che entra al primo ascolto senza scivolare nel consolatorio, e con una riflessione su fama e mortalità che trova la via d’uscita nella risata invece che nella predica. Il baricentro, in tutti i sensi.
Voto: 6

4. F.R.&G.N.A.

L’acronimo si legge da solo e serve a nascondere il fatto che questa è, sostanzialmente, una canzone d’amore per la moglie. Il ribaltamento del cliché romantico è simpatico e il tiro c’è tutto, ma la trovata pesa più della canzone: passata la sorpresa del titolo restano tre minuti di country-rock ben eseguito che nessuno rimetterà volontariamente.
Voto: 5

5. Pelle, Ossa & All Star

Il titolo migliore del disco e uno dei suoi vertici: uno spaghetti-western in cui il pistolero porta le Converse. Aleotti si racconta come un sopravvissuto che convive con due identità, quella dell’anagrafe e quella del palco, e per una volta l’arrangiamento scarno non è una scelta di genere ma una necessità narrativa. Qui la veste roots sembra scelta vera.

6. Hippy Ya Yo (Però anche no)

Primo posto EarOne a maggio, che è precisamente il posto in cui questa canzone doveva stare ed è precisamente ciò che sa fare. Inno al libero pensiero con ritornello costruito per un parterre da tremina persone in un piazzale, assolve questa funzione egregiamente. In cuffia, dentro un album che parla di morte e paternità, sembra entrata dalla porta sbagliata.

7. Scusami Dio

Il brano è l’ultimo dono di Fausto Cogliati dopo la sua morte, trovato per caso all’interno del suo computer e conservato in una cartella rinominata "Per Ax". Su quella base, J-Ax ha costruito una preghiera laica che chiede conto al divino del suo silenzio davanti al dolore, spostando il rito fuori dalla chiesa e dentro la canzone, e osservando che sull’orlo di un burrone finisce per pregare anche chi non crede. L’arrangiamento acustico sparisce. Il picco assoluto della discografia solista di Aleotti, e uno dei pezzi italiani dell’anno.
Voto: 8

8. Ciao Papà

Tributo alla generazione dei padri consumati dal lavoro manuale, scritto rasentando il ricatto emotivo a ogni verso e non cedendovi mai, il che nel 2026 è quasi un atto di eroismo. La coda strumentale con archi e fisarmonica è tra le cose più belle del disco.
Voto: 7

9. Tutti Ammale

Parodia grottesca dell’ossessione turistica estiva, divertente al primo ascolto e già stanca al terzo. Il vero problema però non è la canzone, è la sequenza: metterla subito dopo il dittico Scusami Dio / Ciao Papà equivale a uscire da un funerale e ordinare uno spritz senza cambiarsi d’abito. Quarantacinque secondi e la tensione accumulata è evaporata.
Voto: 6

10. Bestie

La chitarra più sporca del lotto e un incastro ritmico che riporta al J-Ax migliore, quello che l’accento lo usa come percussione. Inno all’anticonformismo che fa esattamente ciò che promette, senza sorprese e senza cali. Nella scaletta del tour finirà nei primi venti minuti, scommettiamo.
Voto: 7

11. Segreto

Ballata sull’amore coniugale che regge oltre il logorio del tempo, cantata con delicatezza e arrangiata con misura. Scrittura buona, sviluppo prevedibile: arriva esattamente dove ti aspetti che arrivi, ma ci arriva in ordine e senza sbavature. Il pezzo che i genitori del pubblico troveranno il più bello del disco.
Voto: 6

12. Alla faccia di

Il tiro folk-rock è ottimo, il tema è la resa dei conti con detrattori e invidiosi. In un album che ha appena passato quaranta minuti a fare l’inventario delle proprie cadute, dedicare tre minuti a quelli che ce l’hanno con te suona come un passo indietro di vent’anni. Suona bene, ma è la traccia meno adulta di un disco che ha fatto della maturità la sua bandiera.
Voto: 5,5

13. Niente per niente

La voce di Paola Folli apre uno spiraglio quasi gospel dentro una disamina serrata dell’attivismo di facciata, con una rima che accosta l’entusiasmo di ieri per la body positivity alla corsa odierna ai farmaci dimagranti e che vale da sola il prezzo del biglietto. Il featuring non è decorativo: cambia il colore del brano e obbliga Aleotti a stare più basso, con ottimi risultati. Il pezzo più affilato di tutta la seconda metà.
Voto: 6,5

14. Pogo

Per chiudere un disco country del 2026 rivendicando di non inseguire le mode ci vuole una faccia tosta notevole, e J-Ax lo sa benissimo, il che rende la cosa più divertente che imbarazzante. Liquida il feticismo dei pupazzi da collezione, il lessico da social e la religione del logo esibito con l’unico argomento che gli spetta di diritto: essere ancora qui. Finale giusto per un album che parla di identità dalla prima nota all’ultima.
Voto: 6

Il verdetto

Vita Morte Miracoli è un disco che riesce nell’operazione più difficile per un satirico di lungo corso ed è togliersi la maschera senza perdere i denti. Aleotti mette in piazza le proprie vulnerabilità e continua contemporaneamente a fare male quando serve, e nei passaggi in cui lascia il sarcasmo per affrontare il lutto, il tempo che passa e i legami familiari tocca una profondità che l’hip-hop italiano contemporaneo frequenta pochissimo.

I difetti sono due. Il primo è il tempismo della conversione roots, che arriva nel momento di massima esposizione commerciale del country a livello globale e che quindi costringe l’artista a difendersi da un’accusa di opportunismo che il disco, ascoltato bene, non merita del tutto. Il secondo è il montaggio: l’alternanza tra vette emotive ed episodi satirici scanzonati produce sbalzi tonali che smorzano ripetutamente il nucleo drammatico dell’opera, e una scaletta diversa avrebbe alzato il voto finale di mezzo punto senza cambiare una nota.

Rimane un lavoro importante nel percorso di J-Ax, e una dimostrazione pratica che si può invecchiare dentro l’urban senza restare ostaggio della propria caricatura né appaltare la propria identità a una macchina. Celebrando i propri errori, salutando gli amici che non ci sono più e rifiutando l’omologazione con la stessa ostinazione di trent’anni fa, Aleotti firma il bilancio più trasparente della sua carriera.

Voto finale: 6,5/10


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