Iris Peynado: "Abatantuono aveva un accento insopportabile, ma vincente. Con Benigni e Troisi abbiamo unito l'Italia, mi hanno dato tanto"

Libero Magazine ha incontrato Iris Peynado, giurata del Premio Cinearti La Chioma di Berenice, che si terrà a Roma il 13 luglio 2026

Stefania Meneghella

Stefania Meneghella

Giornalista

Giornalista pubblicista, scrittrice e critica d’arte, sono autrice di quattro romanzi e fondatrice di Kosmo Magazine

Dagli esordi iconici che hanno segnato la storia della commedia italiana fino alle intense interpretazioni d’autore più recenti. Iris Peynado ha costruito una carriera in continua evoluzione e la accogliamo oggi in una veste speciale, quella di giurata per la XXVII edizione del Premio Cinearti La Chioma di Berenice, che si terrà il 13 luglio presso la Casa del Cinema di Roma. Un riconoscimento che celebra la maestria artigianale dietro la magia del grande schermo.

Intervista a Iris Peynado, impegnata nella giuria del Premio Cinearti La Chioma di Berenice

In questa intervista a Libero Magazine, l’attrice si è raccontata senza filtri, svelando aneddoti e retroscena curiosi sulla sua carriera pluriennale e sull’iconico ruolo della maga Columbia nel cult Attila Flagello di Dio, che ha influenzato intere generazioni. E su Massimo Troisi e Roberto Benigni, con cui ha lavorato negli anni dei suoi esordi, dice: "Hanno unito l’Italia, abbattuto le differenze nel nostro Paese".

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Cosa significa, per un’attrice di lunga esperienza, far parte della giuria del Premio La Chioma di Berenice?

Per me è meraviglioso partecipare come giuria, proprio perché ho dedicato tutta la mia vita all’arte e alla recitazione, e credo di avere un occhio molto attento verso questo ambito. In più sono sempre molto felice quando vengono dati alle donne ruoli importanti, cosa che è successo in vari film premiati in questo Festival. Per me è una rinascita, ultimamente sono stata nella giuria di festival importanti, che mi hanno permesso di entrare realmente nel mondo del cinema. Ho conosciuto personaggi internazionali che non avrei mai incontrato nella vita e sono molto felice di questo.

A proposito del ruolo della donna nel cinema, quanto pensi sia cambiato nel corso degli anni?

Per fortuna è cambiato molto, anche se c’è un aspetto su cui ancora bisogna lavorarci. Non è facile parlarne, perché il cinema si è evoluto tantissimo: le grandi protagoniste sono sempre esistite e sono state sempre considerate le più brave e con più possibilità. In Italia, il ruolo della donna – per quel gruppo di attrici che lavora – va molto bene, per il resto non lo so. Per attrici italiane come me, che hanno un look internazionale, le possibilità sono invece quasi inesistenti. Posso dire che il ruolo della donna si è evoluto, le storie sono sempre interessanti e abbiamo delle attrici molto valide, ma penso che ci vogliano anche donne che siano posizionate al vertice delle produzioni o dei casting. Il problema è la decisione: in una rete televisiva non c’è una donna italiana di origine straniera.

Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice - Intervista a Iris Peynado

Premio Internazionale Cinearti La Chioma di Berenice – Intervista a Iris Peynado

Gli scrittori e sceneggiatori non pensano a inserirle. Per la cultura italiana io sono straniera pur vivendo da cinquant’anni in Italia e non mi immaginano culturalmente come direttrice di una scuola, di un ente pubblico o come una primaria. Sicuramente ogni tanto può nascere un film ma è una goccia in un oceano: nella cultura italiana c’è l’abitudine di vedere una persona che non sia italiana protagonista di una storia che parla prettamente di quel Paese straniero. Speriamo che le nuove generazioni lo capiscano.

Nella tua esperienza come giurata, noti una differenza nel modo in cui le nuove generazioni di artigiani del cinema stanno affrontando le sfide della tecnologia rispetto ai maestri che hanno fatto la storia del cinema italiano?

Sicuramente diverse cose non si potrebbero fare se non grazie a queste tecnologie pazzesche. L’altro giorno parlavo con un mio amico del fatto che forse, nel mondo del cinema e dell’animazione, possa nascere la possibilità di utilizzare solo l’intelligenza artificiale in un film. Chiaramente questo non può essere paragonato a un film realizzato con metodi tradizionali, e per me è molto giusto fare una differenza tra le due cose. In realtà è impossibile chiudere le porte all’innovazione, non si possono fermare le grandi scoperte che stiamo facendo ma si possono fare delle categorie.

Nel corso della tua carriera hai lavorato con icone come Massimo Troisi e Roberto Benigni. Cosa ti hanno insegnato sulla magia del cinema?

Ero all’inizio della mia carriera e ho avuto la fortuna di lavorare con persone di questo livello; tutta la mia vita è stata condizionata da quello. Ognuno di loro mi ha dato tanto. Con Troisi e Benigni ho avuto la gioia di vivere in un mondo fatto di creatività insieme a due comici e due personaggi che sono stati tra i più grandi. Per me è stata un’esperienza meravigliosa: ricordo la loro umiltà e il loro senso di unione. Io ho sempre detto che Massimo e Roberto hanno unito l’Italia: tra un fiorentino e un napoletano c’era ben poco in comune ma, unendosi loro, hanno abbattuto le differenze culturali nel nostro Paese. Il cinema e la tv devono servire a quello: a creare unità lì dove non c’è, a migliorare la propria gente e la propria cultura. Ho avuto una fortuna unica a lavorare con loro.

Come è cambiato, secondo te, il modo di recitare in Italia da quando hai iniziato ad oggi?

In realtà la vera differenza c’è tra i set italiani e quelli stranieri. Negli anni in cui ho iniziato io, c’era l’immagine del regista che decideva tutto. Ora sento invece più il ruolo della produzione, una macchina funzionante da cui parte il lavoro da set. In realtà, credo che tutto dipenda dalle persone con cui lavori; io ho avuto – tanti anni fa – un’esperienza non tanto gradevole con una produzione, che non ha messo quella cura che invece avrei voluto. Non importa, perché non tutti possono essere meravigliosi.

Il tuo nome è associato anche al film Attila Flagello di Dio. Che ricordo hai di quel set?

Ricordo le tante risate, ero questa Maga che appariva su questo baldacchino e con animali feroci. Mentre giravamo una scena, l’animale è ad un certo punto scappato: ricordo ancora il panico generale che c’è stato. Quello è stato uno dei miei primi film, girato con Diego Abatantuono, che ancora non conoscevo. Non mi piaceva il suo accento milanese, non lo capivo; ora lo adoro ed è un bravissimo attore. All’epoca ero però molto giovane, arrivata in Italia da pochi anni e lui parlava con questo accento insopportabile.

Quello è stato il film che la gente ha visto di più e i giovani ancora lo adorano; è diventato un cult. Dopo Non ci resta che piangere, quello è il film che più ho assolutamente amato. Abatantuono aveva un personaggio vincente, che io non capivo ma che era compreso dagli italiani. Quella sua comicità non apparteneva alla mia cultura, così come non ho compreso tante altre situazioni europee e italiane. Io sono cresciuta con il cinema americano, spagnolo e messicano; ho visto Mary Poppins il giorno dopo della sua uscita al cinema. Se fatto con una tecnologia importante, non sarebbe diventato il film che è stato. Ogni film ha sicuramente una sua epoca.

Lo stesso si può dire a livello di sceneggiatura…

Quando rifanno dei film storici in questa epoca moderna, con la tecnologia di oggi e con attori pazzeschi, sono molto diversi. Ieri ho provato a vedere uno di questi, con una grande produzione, e ad un certo punto ho preferito cambiare. Era più legato al passato e questa modernità potrebbe non aver giovato alla storia in sé. La storia sembra più "finta", c’è qualcosa che manca. Le sceneggiature, le scenografie, la modernità degli attori ti confondono, ma un po’ è così.

Se dovessi scegliere una storia, un personaggio o un tema che non hai ancora avuto modo di esplorare ma che vorresti vedere trasformato in un film oggi, su cosa ti orienteresti?

Voglio interpretare da una vita una suora; ultimamente ho fatto due provini ma non mi hanno preso. Ero profondamente traumatizzata (ride n.d.r.). Io voglio continuare a lavorare, lo farò fino all’ultimo respiro. Ora mi sono lanciata in una produzione di un film che abbiamo scritto io e mia figlia, che è invece una sceneggiatrice e regista. Sarà sicuramente un’esperienza molto interessante. Lì interpreterò un medico, e sarà bello esserlo per la prima volta. Ho fatto tante maghe o streghe; per una volta sto interpretando una persona estremamente concreta.

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