Fausto Russo Alesi, la rinascita oltre le macerie: "Sono legatissimo a Falcone e Cossiga. La bolla delle acque matte un inno alla comunità"

L’attore si cala nei panni di un sindaco dove la cucina multietnica, il silenzio di Castelluccio diventano strumenti di lotta contro l’abbandono

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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C’è chi il mestiere dell’attore lo ha imparato sul palco, nel silenzio che precede la battuta e nell’adrenalina di un pubblico in sala. Fausto Russo Alesi è uno di loro. Formatosi tra il teatro di prosa e le tavole del palcoscenico — dove ha lavorato con i più importanti registi della scena italiana (da Luca Ronconi a Eimuntas Nekrosius e Peter Stein), ha portato nel cinema quella stessa capacità di abitare i personaggi dall’interno, senza orpelli, con una presenza che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Lo ritroviamo oggi nei panni di Lorenzo, il sindaco visionario di La bolla delle acque matte di Anna Di Francisca: un uomo che sceglie di restare, di costruire, di credere nel sogno di una comunità che rinasce tra le macerie del terremoto. Lo abbiamo incontrato per parlare del film, del suo metodo, e di quel legame lungo vent’anni con Marco Bellocchio che è diventato uno dei sodalizi più fecondi del cinema italiano contemporaneo.

La bolla delle acque matte: intervista a Fausto Russo Alesi

Nel film La bolla delle acque matte interpreti Lorenzo, un sindaco che non si arrende alla polvere del terremoto né a quella della burocrazia. Leggendo la sceneggiatura, cosa ti ha spinto ad accettare questo ruolo?

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Ho trovato subito che il personaggio di Lorenzo fosse molto appassionante; mi sono riconosciuto immediatamente in lui, nei suoi obiettivi e nelle tematiche del film, che ho sposato appieno. Essere parte di questo progetto mi è sembrato un vero regalo, perché credo che le tematiche trattate siano importanti e necessarie da affrontare. Attraverso l’arte possiamo farci veicolo di questi messaggi e sostenere tutte quelle persone che si battono quotidianamente in luoghi difficili per rendere visibile ciò che solitamente non lo è.

Quando parli di tematiche, ti riferisci all’abbandono dei territori o anche alla dimensione della comunità, al fatto che il film racconta persone arrivate da ogni parte del mondo?

Mi riferisco innanzitutto al fatto che esistono luoghi che, per varie ragioni, hanno bisogno di fiorire, di rinascere: luoghi interrotti nella loro vita, bloccati, o che non riescono a sbocciare per via di pregiudizi, di un tessuto sociale che non c’è più, di una politica che non tutela i diritti di determinate persone. Il luogo del film è sì il paese dell’Umbria devastato dal terremoto, con tutte le difficoltà di far rinascere ciò che si è perso. Ma si può rinascere solo lavorando sulla collaborazione, sull’inclusione, sullo sviluppo dei talenti nel territorio, investendo realmente sulle persone che lì vivono. Questo luogo, però, per me diventa qualcosa di universale: è una bolla, quasi un luogo dell’anima, in cui possiamo incontrare noi stessi e i nostri desideri solo se guardiamo negli occhi l’altro, solo se abitiamo il luogo del dialogo. Questo racconta il film, e mi piace molto come Anna Di Francisca si muova tra una zona misteriosa e magica e una più concreta e reale. Lorenzo vive proprio tra questi due mondi.

Anna Di Francisca, nell’intervista che le ho fatto, ha dichiarato che per lei sarebbe stato molto più semplice fare un film con due protagonisti, mentre invece ha sottolineato la sua attitudine a realizzare film corali. Dal tuo punto di vista, com’è stato inserirsi in un film collettivo con così tante personalità, senza perdere l’identità emotiva del tuo personaggio?

È proprio la bellezza di questo personaggio. Lorenzo è un leader che non vuole lasciare indietro nessuno e che capisce, in modo del tutto naturale, che non può ricostruire nulla da solo. È tornato nel luogo che ama e vuole che le cose rinascano lì, non altrove. Il suo sogno – aprire un ristorante multietnico – non nasce da un’ambizione personale, ma dalla visione di fare qualcosa che sia per tutti, che nasca dall’ascolto delle vite di ciascuno e da ciò che ognuno può dare alla comunità. Capisce che può realizzarlo soltanto attraverso le storie e i talenti degli altri. Questa è la forza del personaggio: mettersi al servizio della sua comunità. Lo vediamo spesso immerso nelle questioni quotidiane più che nel suo ruolo istituzionale, e questa è la differenza.

Qualsiasi comunità – piccola o grande – non è facile da tenere insieme. L’uomo è complicato, non è facile capirsi né accettare le differenze. Ma di questo parla il film: del valore di quel passo che ognuno può fare verso l’altro, di qualcosa che nasce dalla relazione ma va al di là di essa, diventando prezioso per tutti. In questo caso il filo conduttore è la cucina, che si presta benissimo: è un elemento che unisce, la tavola è un momento conviviale in cui ci si parla davvero. Siamo abituati a stare a tavola con la televisione accesa o il cellulare in mano: lì invece non c’è tempo da perdere, bisogna darsi da fare, nessuno ti serve niente sul piatto d’argento. La cucina diventa così un luogo d’incontro leggero ma autentico.

La cucina è creatività, è cultura. Come Edoardo in Natale in casa Cupiello non vuole che nessuno tocchi il presepe, così spesso vogliamo che le cose rimangano sempre uguali. Invece quella cucina, quella bolla, quel ristorante diventano un simbolo: una metafora del possibile incontro e del possibile cambiamento.

Avete girato a 1.450 metri di altitudine, a Castelluccio. In che modo il contatto con quel silenzio e quella natura ha influenzato la tua recitazione?

Ha influito tantissimo sull’aspetto creativo, a partire dalla drammaticità del luogo: ogni volta che ci ritrovavamo tra le macerie, la realtà di quello che era successo era lì, intatta. Quel posto è rimasto esattamente com’era dopo il terremoto. Ci sono le coperture provvisorie, i container – per fortuna c’erano –, e poi c’è un meraviglioso ristorante dove eravamo tutti molto contenti di ritrovarci. Ma soprattutto c’è una natura non solo spettacolare: è misteriosa, ha una forza incredibile. Tutta la dimensione magica del film viene da lì, dalle leggende di quella zona – è un territorio di Sibille, di divinazione –, un luogo dove percepisci di essere ai limiti del mondo. Il paesaggio cambia in continuazione: c’è questa piana immensa in cui improvvisamente non sai più dove sei, non sei più in Umbria, potresti essere ovunque. Il monte di fronte ha una potenza straordinaria. E poi gli animali, quel cielo che da limpidissimo diventa in pochi minuti un paesaggio lunare. È pazzesco.

Per come me lo stai raccontando, anche tu hai sofferto un po’ di "mal di Castelluccio" a fine riprese?

Sì. È stato molto bello, ci siamo uniti come cast nel raccontare questa storia con semplicità – e questa è la bellezza del progetto: spesso le cose potrebbero essere più semplici di come appaiono, è nella semplicità che si trova la forza di far nascere qualcosa. Il clima che ha creato Anna Di Francisca è quello di una regista che sa costruire un’armonia delicata ed emozionata. Non posso dimenticare i suoi occhi il primo giorno sul set: vedeva prendere forma tutto ciò che aveva immaginato dalla scrittura in poi. In quel luogo il tempo si è sospeso, è passato velocemente. Perché quando sei in un posto potente, quando ti occupi di cose che hanno un senso, quando c’è armonia intorno, non puoi che stare bene. Ho cercato di calarmi totalmente in quel luogo anche dal punto di vista della lingua, cercando le radici del personaggio, il legame col passato, con la tradizione, con qualcosa di ancestrale. È stata una sospensione bellissima, un sentimento che mi è rimasto.

A proposito della recitazione: Anna Di Francisca ha sottolineato l’importanza della tua presenza scenica, dicendo che un grande attore può comunicare anche restando fermo su una sedia. C’è stato un lavoro di sottrazione?

A me piace sempre lavorare in sottrazione. Bisogna metabolizzare il personaggio, portarlo dentro di sé, farlo abitare e vivere senza spingerlo troppo. La sottrazione è qualcosa che mi piace raggiungere – o meglio, provare a raggiungere, perché non si finisce mai di poter sottrarre. Allo stesso tempo, questo non significa che lì dove c’è bisogno di esplorare sentimenti più grandi, anche più espressivi, non lo si faccia: non ho molti pudori in questo senso. Lorenzo è però soprattutto un personaggio con una forte dimensione interiore ed esistenziale, che si muove tra mondi diversi e su più livelli. Per farlo bisogna lavorare in punta di piedi, con una certa delicatezza. Quello che mi piace è andare nelle zone nascoste – ed è lì che si lavora davvero.

C’è una frase che è rimasta particolarmente impressa, nata da una storia vera: «40 facce simili alla tua, 40 amici che devi ancora scoprire». Cosa rappresenta per te questa battuta?

È la battuta che più ci ricorda che dobbiamo essere aperti, che dobbiamo davvero ascoltare l’altro. Se pensiamo che qualcuno debba sempre stare su un piedistallo rispetto all’altro, se pensiamo che qualcuno debba sempre vincere sull’altro, questo non potrà mai avvenire. Houston, abbiamo un problema. La frase è molto chiara nella sua semplicità. È la speranza che l’empatia possa essere contagiosa, e io voglio crederci, perché i tempi che stiamo vivendo sono tempi difficili. Se non proviamo a considerarci davvero alla pari, ad avere la voglia di costruire qualcosa che sia per tutti, non si va da nessuna parte.

Il tuo legame con Marco Bellocchio è uno dei più solidi del cinema italiano contemporaneo. È cominciato a Bobbio con un cortometraggio e si è consolidato nel tempo con numerosi film. Come è nato questo sodalizio artistico e qual è il suo segreto?

È nato ormai molti anni fa, intorno al 2006, ed è stato un meraviglioso procedere di progetto in progetto. Attraverso il lavoro ci siamo conosciuti sempre di più, eppure per me è sempre come se fosse la prima volta quando ci ritroviamo. È sempre un grande onore. Ho affrontato con lui dei grandi viaggi: storie complesse, personaggi complessi. Il segreto, penso, sta nel riuscire a dialogare bene e nel lavorare bene per quello che si sta raccontando, con dedizione totale. Quando si ha la possibilità di approfondire progetto dopo progetto, la durata diventa un grande valore. Nel frattempo si costruiscono legami professionali e ci si conosce come persone, e questo dipende da quanta curiosità c’è nell’incontrare sempre di più l’altro. Da parte mia c’è sempre curiosità totale. E il sapere che nel momento in cui ci si sceglie per fare qualcosa, è giusto che sia così: bisogna essere dedicati e sinceri con quello che si sta facendo. Quando lui pensa a me sono felice e onorato di poter far parte di quel progetto, di questa grande visione.

Tra tutti i ruoli che hai interpretato, qual è quello che ti ha cambiato di più come uomo, prima ancora che come interprete?

Avendo lavorato tanto con Marco Bellocchio su cose molto importanti per me, ogni viaggio è diverso e sono legato a quei progetti per ragioni molto differenti. A volte è un legame profondo col personaggio, come è stato con Falcone. Oppure con una situazione, con un periodo storico: penso all’interpretare Cossiga, all’abitare quei cinquantacinque giorni di Esterno Notte. Abitarli è stato abbastanza un incubo, ma mi ha coinvolto ed emozionato moltissimo, anche per il modo in cui Momolo Mortara affronta la grande tragedia del rapimento del figlio: con una pazienza e una fiducia – persino nella legge – che ci insegna molto e che mi commuove. Alla fine si lascia morire quando viene abbandonato a sé stesso. Ogni viaggio è stato un viaggio di approfondimento totale: Falcone, Cossiga, Momolo Mortara sono quelli più densi, quelli che porto con me per ragioni diverse. E poi ci sono i due cortometraggi con Bellocchio, Se posso permettermi – un altro mondo che ho attraversato con lui. Probabilmente non è un capitolo chiuso: abbiamo fatto il primo, il secondo si vedrà.

Torniamo a La bolla delle acque matte per la domanda finale. Il film si chiude con un’idea di rinascita, nonostante tutto. Cosa speri che lo spettatore porti con sé uscendo dalla sala?

Spero che si emozioni. Penso che l’emozione possa agire profondamente in noi, se ci lasciamo toccare da una storia, dall’esperienza di qualcun altro. Spero che si emozioni nel vedere questo luogo e che riconosca il valore di questa piccola comunità, e dell’obiettivo del suo sindaco: voler cambiare le cose. Perché è vero che questa è una storia ricca di poesia, è una storia umana e sociale – ma è altrettanto, e in ugual misura, una storia politica. Ed è la politica che può davvero aiutare le persone a stare meglio.


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