Mare Fuori 6, Giovanna Sannino: "Lasciare la serie? Vorrei un degno finale per Carmela. Matrimonio con Gaetano? Siamo concentrati su altro"

Dal ruolo di Carmela nella serie Mare Fuori al rapporto con la popolarità: ecco cosa ha raccontato Giovanna Sannino a Libero Magazine

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Redazione

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L’attesa sta per terminare: il 22 aprile torneranno su Raidue i protagonisti di Mare Fuori, pronti a catturare nuovamente le nostre emozioni. Tra i personaggi che ritroveremo c’è quello di Carmela interpretata dalla bravissima Giovanna Sannino. Nella sesta stagione il suo personaggio è travolto dalla rabbia, agendo spesso senza rendersi conto delle ripercussioni delle sue scelte e delle conseguenze delle sue azioni, mostrando un lato più oscuro e complesso della donna che interpreta.

Mare Fuori 6, intervista esclusiva a Giovanna Sannino

Noi di Libero Magazine abbiamo intervistato Giovanna Sannino. L’attrice ha raccontato l’evoluzione di Carmela nella sesta stagione, segnato dalla fine dell’amicizia con Rosa Ricci e dal complicato legame con Simone, svelando anche le emozioni provate durante l’addio sul set dei personaggi storici e riflettendo se stessa abbia mai pensato di lasciare il proprio ruolo. Inoltre, ha parlato della sua vita privata, del rapporto con Gaetano Migliaccio e del matrimonio, spiegando che per ora può tranquillamente aspettare.

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Giovanna, cosa succederà a Carmela nella nuova stagione?

Carmela nella sesta stagione è agguerrita più che mai. Tutto il lato emotivo e fragile del personaggio viene messo in secondo piano, e si perde un po’ quella fragilità e umanità che la caratterizzavano. Arriva al punto di mettere i piedi dove non dovrebbe, perdendo completamente la bussola. Questo la porta a trovarsi davanti a verità spiattellate in faccia. Se prima il personaggio si reggeva proprio sulla sua fragilità e sulla sua umanità, qui invece è quella stessa fragilità a condannarla. L’ha rinnegata per così tanto tempo, nel corso degli episodi, che quando riemerge è come se crollasse tutta l’armatura che si era costruita per apparire fredda e gelida, cosa che in realtà non è.

Parliamo comunque di una ragazza giovane: è vero che ha vissuto esperienze difficili, ma resta una persona giovane. Per questo, dimenticare completamente le emozioni non può essere una soluzione sostenibile a lungo termine. Questo è quindi l’arco narrativo in cui si muove il personaggio, con colpi di scena anche per me inaspettati. Rappresenta anche un tentativo di mettere una pietra sul passato e chiudere definitivamente con il mondo precedente di Carmela, per aprire un nuovo capitolo: sicuramente più oscuro, ma comunque nuovo.

Tra i risvolti inaspettati c’è anche quello che riguarda il rapporto tra Carmela e Rosa. Sembrava esserci un legame di amicizia molto forte, in cui entrambe facevano affidamento l’una sull’altra, ma nel corso della stagione qualcosa cambia.

Secondo me è la fine di un’amicizia. Rosa, ancora più di Carmela, appartiene fin dall’inizio a un sistema criminale, ma nascere in un contesto malato non è una colpa. Queste due ragazze partono entrambe come anime pure, ma compiono lo stesso percorso in direzioni opposte. Rosa nasce come un’anima "nera" che si purifica lentamente, anche perché conosce molto prima e più a fondo di Carmela ciò che la criminalità può riservare. Lo sperimenta in una fase della vita in cui si è più ricettivi, come una spugna.

Carmela, invece, è già una donna più adulta, una madre, segnata da sofferenze molto forti. Non che Rosa non ne abbia — qui quasi si fa a gara — ma i lutti che attraversa Rosa sono, paradossalmente, liberatori: è come se strappassero via tutte le radici marce che la legavano alla criminalità. Alla fine le resta solo la madre, che è anche la persona che la salva. Per Carmela accade l’opposto: i lutti che subisce, anche quelli "etici" legati al padre e a Rosa, la spingono verso un mondo di vendetta, non verso una maggiore consapevolezza come avviene per Rosa. È questo, in fondo, il motivo per cui le loro strade si dividono: Carmela diventa ciò che Rosa era, e quindi non possono più incontrarsi.

Dopo Edoardo, il cuore di Carmela torna a battere per Simone.

Secondo me è un mix di fattori. C’è una passione molto forte, alimentata anche dal gusto del potere che affascina il personaggio. Simone è più giovane, appare inesperto, quasi un ragazzino — un po’ come Mimmo nel rapporto con Donna Wanda. Certo, qui la differenza d’età è meno marcata, ma la dinamica è simile. All’inizio, infatti, ho interpretato il loro rapporto come una forma di servilismo di Simone nei confronti di Carmela. Un’impressione che poi si rivela in parte fraintesa, anche perché nel corso delle stagioni vediamo che Carmela non è sempre così lucida nel leggere gli uomini. Entra in gioco anche la fragilità: sono due anime molto simili, entrambe orfane, non necessariamente in senso letterale, ma affettivo. Sono due persone che vagano e che, nella loro solitudine, finiscono per riconoscersi l’una nell’altra. Proprio per questo il loro è un rapporto controverso, destinato inevitabilmente a sfociare in un finale violento. Come direbbe Shakespeare, "le gioie violente hanno violente fini": ed è esattamente quello che accade qui.

Carmela è uno dei personaggi che è più evoluto nella serie, come è stato vivere questo percorso assieme e a quale versione di lei ti senti oggi più legata?

Dal punto di vista artistico, interpretare una Carmela più oscura nella quinta stagione è stato molto divertente: mi sono divertita a portare in scena una versione ancora più "cattiva" del personaggio. Però, a livello personale, mi sento più legata alla Carmela della terza stagione. Lì vedo una ragazzina che non ha ancora gli strumenti per affrontare da sola la vita e le difficoltà che le vengono messe davanti: troppo giovane per sostenere responsabilità così grandi.

Per molti ormai Giovanna e Carmela sono la stessa persona: ti pesa?

Sì, mi pesa sicuramente, anche perché nel frattempo porto avanti altri progetti e mi farebbe piacere che avessero lo stesso successo di Mare Fuori. Però sono consapevole che si tratta di un caso raro, uno su mille, quindi lo capisco assolutamente. Dall’altro lato, però, è anche bello: significa che il mio personaggio, in qualche modo, è diventato iconico. Io magari non me ne rendo conto fino in fondo, ma evidentemente, visto da fuori, è così. Quindi è un po’ una croce e delizia.

Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto?

Mi ha dato sicuramente la possibilità di iniziare a lavorare e di farlo in un certo modo, permettendomi di capire fin da subito sia le difficoltà sia gli aspetti più belli di questo mestiere. Non si tratta, infatti, di un film che finisce dopo un paio di mesi: una serie dura a lungo, e questa è andata avanti per anni. Mi ha dato davvero modo di approfondire il settore. È un lavoro che richiede studio, certo: si studia a casa, si studia nelle scuole. Ma la verità è che lo impari davvero facendolo. Un po’ come un medico che non può dirsi davvero capace di operare finché non entra in sala operatoria e opera davvero.

Dire che mi ha "tolto la gavetta" forse non è corretto. Il mio personaggio è cresciuto gradualmente e, anche quando è esploso, è rimasto comunque in una posizione intermedia: non è mai stato né completamente centrale né relegato in secondo piano, ma sempre dentro l’equilibrio del racconto. Certo, partire con un progetto che ha avuto un successo così grande genera anche molta ansia. Viene spontaneo desiderare che tutto vada sempre allo stesso modo, che si aprano tutte le porte, anche a livello internazionale. Questo crea inevitabilmente grandi aspettative per il futuro.

Spesso mi ripeto che, se è successo una volta, prima o poi potrà succedere di nuovo. Ma non è semplice, anche perché gli addetti ai lavori spesso non ti conoscono come qualcuno che ha fatto "un prodotto", ma come qualcuno che ha fatto quel prodotto. E a volte questa cosa può togliere più di quanto dia. Se lavorassimo solo per la fama, le foto o i riconoscimenti, sarebbe il lavoro più triste del mondo. Questo mestiere lo si fa anche per interpretare personaggi diversi, per la varietà, per la possibilità di trasformarsi. Ed è proprio questo che, allo stesso tempo, lo rende più complesso e più difficile.

Abbiamo assistito all’addio di personaggi storici in questa stagione. Hai pensato anche tu di abbandonare la serie?

In realtà non ci ho mai pensato davvero, se farlo o non farlo, anche perché non mi piace chiudere le porte in modo definitivo. È un progetto a cui tengo molto e proprio per questo vorrei che avesse un finale vero, un finale che sia tale. Non necessariamente una scomparsa drastica: non per forza una morte, ma anche semplicemente un andare via, prendere un aereo, chiudere tutto e voltare pagina. Credo sia una questione di rispetto per il percorso che è stato fatto: questo personaggio deve avere una conclusione.

Devo dire che mi mette anche un po’ di malinconia, perché già alcuni personaggi hanno iniziato ad andare via, quasi prima ancora che ce ne rendessimo conto. E anche se la serie può continuare ancora per diverse stagioni, si percepisce comunque l’avvicinarsi di un capolinea. Queste uscite lasciano il segno: penso a Doberman, Cucciolo e Milos, che hanno iniziato questo percorso con me, facevano parte del mio clan, e oggi non ci sono più. Con loro si è perso anche un pezzo di racconto, un filone che non è stato più sviluppato come prima. Ed è una cosa che, inevitabilmente, mi lascia un po’ di malinconia.

Mare Fuori è stata rinnovata per una settima e ottava stagione. Non pensi che si possa spolpare un prodotto che magari ha avuto così tanto successo con il rischio che possa diventare ripetitivo?

Ho imparato a farmi il minor numero possibile di domande, perché questo mi permette di svolgere il mio lavoro — che è un lavoro di interpretazione — nella maniera più libera possibile. Se fossi un produttore, probabilmente farei scelte diverse, ma semplicemente perché sono una persona diversa. Proprio per questo cerco di non mettermi nei panni di chi ha altri ruoli.

Certo, noi attori immaginiamo le storie, i possibili sviluppi, i filoni narrativi: è anche un modo per costruire i personaggi. Però non sempre le cose vanno come ce le aspettiamo. Alla fine, siamo anche esecutori di decisioni che altri prendono a monte, a volte persino senza che noi ne siamo pienamente consapevoli. Per questo ho capito che è meglio farsi meno domande possibile, concentrarsi sul proprio lavoro e farlo nel miglior modo che si può, lasciando poi a ciascuno il proprio ruolo.

Che rapporto hai avuto e hai oggi con il successo che è arrivato all’improvviso?

È una croce e delizia. Sono molto felice che le persone mi vogliano bene, che mi seguano e che siano interessate a ciò che faccio. Poi, ovviamente, il mondo è vario: ci sono anche persone che ti trattano come se fossi un fenomeno, quasi un cartonato, e in quei momenti non è facile. La parte più difficile è non poter rispondere allo stesso modo, non poter essere scortese quanto loro. A volte verrebbe voglia di fare da specchio, di restituire esattamente quello che si riceve, ma non si può — e quindi si lascia andare. La cosa più bella, però, resta incontrare persone, soprattutto bambine, con gli occhi che brillano quando ti vedono: è qualcosa di impagabile. E poi ci sono momenti tenerissimi, come quando mia nipote mi vuole ancora più bene da quando mi ha visto in televisione, perché per lei sono "la sua famosa". È una sensazione bellissima.

L’anno scorso c’era stata la proposta di matrimonio da parte di Gaetano. Come vanno i preparativi? Avete fissato la data?

Non c’è ancora una data, e al momento non ne stiamo parlando. Stiamo seguendo altre priorità e abbiamo deciso di concentrarci su altri aspetti della vita piuttosto che su una casa o su un matrimonio. Del resto, la festa sarà mia, Gaetano deve solo presentarsi. Ho scelto di avere la serenità di potermi dedicare anima e corpo a questa fase della nostra vita. Quest’anno, senza nemmeno rendercene conto, abbiamo investito molto di più in altre cose, e va bene così: non c’è fretta.


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