Grazia Schiavo, Innamorarsi e altre pessime idee: "Con Andrea Delogu ci sono rimasta male. Lino Guanciale? Non lo conoscevo" - Intervista

Grazia Schiavo ci ha parlato a cuore aperto di come la follia sia per lei erotismo e libertà: "Ho amato tantissimo Il silenzio degli innocenti"

Andrea Aurora

Andrea Aurora

SEO Specialist – Copywriter

SEO Specialist appassionato di cinema, tecnologia, collezionismo e cultura Pop. Amo unire analisi e creatività per raccontare storie digitali uniche.

Esce al cinema il 28 giugno Innamorarsi e altre pessime idee, commedia corale che sa far ridere ma anche riflettere su amore, legami e scelte coraggiose. Tra i protagonisti, insieme a Lino Guanciale, Ilena Pastorelli, Andrea Delogu, Claudio Colica e Davide Devenuto, c’è Grazia Schiavo: attrice dalla presenza intensa e misurata, capace di innescare l’intera trama con una sola decisione. L’abbiamo incontrata per parlare del film, del suo metodo e di tutto ciò che, dentro e fuori dalla finzione, l’amore ci costringe ad affrontare.

Il tuo personaggio è il motore della trama: è Grazia che scatena tutto, eppure il film ruota attorno alle conseguenze delle sue scelte, senza che lei ne sia sempre pienamente consapevole. Come si costruisce una presenza scenica forte in un personaggio che, per buona parte della storia, viene manovrato dagli altri?

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Si costruisce credendo sempre di essere a servizio del personaggio, di una storia. Non è una questione di quanto ci sei o quanto appari — anche se noi attori siamo felici di esserci pienamente, chiaramente. Devi saper mettere al centro il racconto. Io lo faccio col cuore, cercando di abitare davvero quel personaggio.

In una commedia corale come questa — con tanti attori in campo — il rischio è che il personaggio che innesca l’azione diventi un semplice pretesto narrativo. Io ho visto il film, e la tua presenza, pur non essendo la più lunga in termini di minutaggio, è estremamente forte. Qual è stata la chiave per fare in modo che Grazia restasse protagonista e non una mera funzione della trama?

Me lo sono chiesta anch’io quando ho letto la sceneggiatura. Ho pensato che Grazia è forte come personaggio perché fa una scelta forte: dire al proprio compagno che è attratta da un’altra persona non è una cosa facile. Ma la verità è che quando approccio un personaggio non penso mai a come essere più protagonista. La mia preoccupazione è come renderlo il più reale possibile, come stare davvero dentro a quello che sto raccontando — anche se è una commedia. Poi mi fa piacere se arriva, ovviamente.

E arriva, credimi. È vero, è una commedia, ma tocca temi molto profondi — e dipende poi come la vuoi leggere.

Esatto. È molto doloroso rompere un legame. Per me, come Grazia, la cosa più difficile era condividere quella scelta con il mio compagno, il padre di mia figlia. Ci sono stati snodi davvero complicati — quando lui stesso mi accompagna dal nuovo partner, ad esempio. Io come Grazia probabilmente non avrei avuto tutto quel coraggio, nella vita reale.

Il fatto che Grazia sia una terapeuta, una psicologa, non è da sottovalutare: è una persona che ha lavorato molto su sé stessa. E tu l’hai portata con una grande delicatezza — è proprio quella la cosa che mi è arrivata di più.

Grazie. Hai ragione: il fatto che il tema venga trattato in commedia, con leggerezza, non significa che i personaggi non abbiano vissuto momenti di disagio reale.

Un’altra cosa che mi ha colpito è la reazione del personaggio di Lino Guanciale: il marito non fa una scenata, non si dispera. Pensa, ragiona, si convince di poterla riportare a sé. Anche la sua è una reazione incredibilmente graziosa.

Sì, ed energica allo stesso tempo. Ed è questo che porta alla domanda più grande che il film pone, perché il film gioca con lo schema del tentativo di riconquista — in amore e in guerra tutto è lecito. Ma il vero messaggio che sembra voler portare sullo schermo è che l’amore non si può controllare come se fosse una strategia legale.

Mi piace molto questa lettura. I sentimenti sono la cosa più spiazzante e devastante che esista. L’amore ti spacca, ti apre, ti toglie tutta la razionalità che pensavi di avere. Ti sorprende.

E ti fa fare anche cose sbagliate ogni tanto.

Anche cose sbagliatissime. Perché ogni volta che ci innamoriamo stiamo cercando una parte di noi nell’altro — cerchiamo di capirci attraverso l’altro. È lì che qualcosa ci viene tradotto, qualcosa che non abbiamo ancora capito di noi stessi. L’altra persona attiva qualcosa che abbiamo già dentro, ma che normalmente non riusciamo ad esprimere. È come se ci scoprissimo.

A volte ci piace qualcosa dell’altro perché è già in noi, e l’altro va ad accenderlo.

Esattamente. E nell’amore si impara sempre, anche quando si soffre. È una lezione meravigliosa. Si cresce.

Ci sono stati momenti, sul set, in cui ti sei chiesta se Grazia amasse ancora il suo compagno? Anche nel finale — senza fare spoiler — si sentono quelle contraddizioni di chi ha scelto di andarsene ma non vorrebbe perdere del tutto quella persona.

Sì, me lo sono chiesta. Quelle contraddizioni esistono davvero: hai fatto una scelta, eppure non vorresti perdere quella persona — la vorresti tenere, in una forma diversa. Le storie d’amore non si esauriscono tutte allo stesso modo: alcune sì, ma altre no. Ci sarà sempre un legame, è inevitabile.

Soprattutto quando ci sono altri fili di mezzo. Staccarsi completamente vorrebbe dire perdere anche un pezzettino di noi. Tutti quegli anni condivisi con quella persona sono una parte di te che, in qualche modo, va a morire.

Nel film c’è un altro aspetto che mi ha colpito molto: Andrea Delogu è la tua antagonista, eppure tra voi non c’è mai uno scontro diretto. Una domanda un po’ provocatoria: possiamo affermare che le donne possono scegliere di non fare la guerra per un uomo?

Andrea Delogu è la prima volta che mi si presenta come antagonista — e ci sono rimasta un po’ male, perché insieme avevamo fatto Divorzio a Las Vegas, eravamo amiche per la pelle, complici su tutto. Io ero addirittura il suo avvocato! Ma la risposta alla tua domanda è: assolutamente sì. Non c’è mai stato un accanimento dell’una contro l’altra, e questo è un messaggio importante — soprattutto a fronte di tutta la violenza di genere che vediamo ogni giorno. Il film dice che le cose si possono risolvere molto meglio di quanto si immagini, senza identificarsi come la tradita, senza innescare dinamiche di competizione. E poi, te lo voglio dire: ma quanti uomini ci stanno su questa terra?

Siamo in sette miliardi…

Esatto! Perché questo accanimento? Se quella persona ha fatto una scelta, lasciala andare. E poi c’è quella battuta di Andrea nel film in cui dice: non è giusto quello che stiamo facendo, non è giusto cercare di trattenere qualcuno che non ti desidera più. È uno dei messaggi più belli del film: saper lasciare andare, nel rispetto di quello che è stato.

Come counselor, immagino che ti capiti spesso di lavorare con persone che non ci riescono…

Tantissimo. Molte persone fanno terapia proprio per questo: non riescono a staccarsi, a rinunciare a quell’altra persona — anche quando la porta viene chiusa in faccia in modo molto deciso. Anzi, a volte sembra che proprio la dinamica del rifiuto inneschi una voglia ancora più forte di rilanciare. Per amore si può e si deve anche lottare, ma quando questa lotta diventa un’ossessione, lì bisogna fermarsi e lavorare sulla propria autostima, sulla capacità di tornare a sé stessi, alla fonte. Se dall’altra parte non c’è volontà, continuare diventa elemosinare amore e attenzione. E noi siamo esseri meravigliosi: non dobbiamo elemosinare nulla. Siamo tutti degni del massimo dell’amore.

Eppure viviamo in un’epoca in cui le relazioni vengono vissute in modo sempre più veloce e superficiale.

Sì, Bauman la chiama amore liquido.

Esatto. Siamo nel consumismo emotivo, nell’era del dating algoritmico.

I social hanno peggiorato molto le cose: c’è questo bisogno continuo di validazione — quanto sei bello, performante, di successo. Un amore laccato, di superficie.

Ed è per questo che il finale del film richiede una mente davvero aperta. Quell’apertura, quella condivisione – ci vuole una mentalità moderna.

Sì, e io ho una parte un po’ antica con cui ho dovuto fare i conti — fatta di retaggi familiari, credenze radicate, cose che mi porto dietro da tanto tempo. Ho sofferto quella parte del film. Mi sono resa conto, mentre giravo, che dovevo dialogare con quella parte di me, perché non ero pacificata. Avevo raggiunto l’obiettivo del personaggio, ma dentro non era ancora tutto risolto. Ma il messaggio è positivo, sicuramente. Rispetto a tutta la violenza a cui assistiamo ogni giorno – dove spesso un uomo non riesce nemmeno a concepire di vedere la donna con il nuovo compagno – questa storia mostra che si può fare diversamente. Il film può essere letto in un senso bellissimo: le persone che hanno il coraggio di non voler controllare tutto, di non rimanere schiave di un’idea del possesso, che si aprono davvero – quando ti apri, accade l’inaspettato. L’universo ti dona qualcosa che volevi, ma che non sapevi di voler così, perché eri convinto che la tua felicità fosse solo nella storia che ti eri raccontato. E invece no.

Collegandoci proprio a questo: Grazia sceglie di seguire un’emozione contro ogni razionalità, in un’epoca in cui si tende a psicologizzare ogni sentimento e controllare tutto. Cedere all’innamoramento senza calcolare nulla è ancora un atto rivoluzionario?

Secondo me sì. Questa è un’epoca in cui si vogliono certezze — ma l’amore non è mai una certezza. È sempre una scommessa su un precipizio. Ti muovi con l’altro, e a volte si cresce in maniera diversa, ci si cambia anche nel giro di un anno. Però nel momento in cui hai fatto quella scelta ci credevi — ed è questo che conta. Qualcuno potrà dire: ma come ti è venuto, con una figlia, con un marito così bravo? Quella voce coscienziosa me l’ha ripetuta in continuazione, ed è stato difficilissimo. Ma credo che il finale della storia giustifichi quella scelta, perché apre la felicità inaspettata di altre persone – come una mossa a scacchi che riapre la partita e sorprende. Dovremmo darci più questa possibilità nella vita, invece di andare con i paraocchi cercando di proteggere tutto. Spesso siamo in modalità difensiva perché ci portiamo dietro paure ancestrali, strutturate fin dall’infanzia, che intervengono in tutte le aree della nostra vita e possono diventare zavorre, sabotaggi. La paura del rifiuto, la paura di perdere diventano una porta che si chiude invece di aprirsi. Ben venga, allora, una decisione che dice: mi sento di fare così. Ogni tanto bisogna fare la follia – per fortuna ho fatto quella follia. Non significa che la follia debba essere la scelta per la vita, ma può liberarti, farti vivere qualcosa che non avresti mai vissuto, conoscere qualcuno che non avresti mai incontrato. L’amore fa questo.

Il regista Simone Aleandri porta nel film un’attenzione alle fragilità emotive dei personaggi che va oltre il meccanismo delle gag. Che tipo di regista è sul set e come lavora con gli attori nel trovare l’equilibrio tra la leggerezza della commedia e le verità che vuole trasmettere?

A me ha colpito molto. Il primo giorno abbiamo girato la mia scena più drammatica – quella in cui dico "mi piace un altro uomo". Era venuta troppo intensa, è stata poi alleggerita. Ma lui era concentratissimo, e mi ha detto che era giusto che quella scena fosse drammatica, perché è il motore di tutto ciò che accade dopo. Ho apprezzato tantissimo la sua serietà, quell’ascolto, il prendere sul serio un momento emotivo nonostante stessimo girando una commedia. Perché la vita è fatta di momenti comici e momenti tragici – non c’è niente da fare.

La vita è una tragica commedia…

Assolutamente – e per questo adoro la tragica commedia che purtroppo non si fa più come negli anni Sessanta. Quel misto era davvero potente. Ho apprezzato molto il suo modo di stare con gli attori: l’ho sentito in ascolto, presente, rispettoso. Quando senti che il regista è davvero con te rispetto a quello che stai provando, cambia tutto.

E con Lino Guanciale com’è stato, sul set?

È una delle cose più belle che mi porto a casa di questo film. Il primo giorno è stato bellissimo: ho sentito l’ascolto sia del regista che di Lino – non ci conoscevamo, ci siamo incontrati per la prima volta su quel set. Mi ha accolta con affetto e quando porti sul set un tuo vissuto e lo presti al personaggio, se l’altro è in ascolto lo percepisce. L’ho sentito sempre molto presente. E tornando al regista: auguro a Simone di portare ancora tanto progetti perché non si ferma alla superficie della commedia, cerca anche gli altri strati. La scrittura fa moltissimo in questo senso – ci sono snodi di sceneggiatura che un attore fa fatica ad accogliere perché non li sente organici, e credo si debba sempre lavorare di più su questo.

Hai lavorato con registi molto diversi tra loro: Francesco Patierno, Ivano De Matteo, Max Croci, Umberto Carteni. C’è un filo rosso nella tua carriera, o ogni scelta è stata un salto nel buio?

Ho sempre guardato la possibilità di avere un arco nel personaggio: partire in un modo, finire in un altro, raccontare qualcosa. Mi piacerebbe sempre avere personaggi più complessi. Il filo rosso, se c’è, è che in ogni scelta mi sono sentita coinvolta, divertita, commossa, mi sono ritrovata – oppure il personaggio era lontanissimo da me, ma ho sempre trovato un motivo per cui ne valesse la pena. Magari scopro qualcosa, mi sono detta. E spesso era così – non era così lontano come sembrava. O viceversa, ciò che sembrava vicino mi sorprendeva con scelte che io non avevo avuto il coraggio di fare.

Hai fatto televisione, cinema, teatro. Quale di questi tre mondi senti più vicino alla tua natura di attrice e quale ti ha insegnato di più?

Io credo che la recitazione sia una sola. Il teatro, però, ti apre in modo potente — perché ci sono le prove, riprovi, ti sperimenti in continuazione. È la palestra dell’attore, come diceva Stanislavski. E poi c’è una cosa che adoro: quando faccio teatro mi cambia la voce, si abbassa di due toni. E amo quella voce. Quindi sì, il teatro mi ha insegnato di più – anche perché lì ho mosso i miei primi passi. Ma non smetto mai di imparare, senza mai arrivare a dire: adesso so. Quando posso faccio stage, lavoro con coach, mi ritrovo in aula con persone che hanno trent’anni meno di me – e mi piace, perché è un modo di rimanere vivi, di tenersi le domande aperte. Ho notato che con gli anni cresce in noi una parte che tende a chiudere finestre e porte. Bisogna tenerle aperte. Con l’allenamento, con le giuste domande, anche entrando in crisi – perché un attore deve potersi permettere di accogliere la propria crisi. Devi rimanere aperto, con lo strumento aperto. E questo richiede umiltà.

Ultima domanda. Se potessi scegliere il prossimo ruolo senza nessun vincolo, cosa vorresti interpretare che ancora non hai avuto l’occasione di fare?

Sicuramente ruoli pericolosi, danger – una persona che fa cose cattive. Una folle. L’ombra mi affascina tantissimo. La follia è come l’erotismo: creativa, generativa. Ho amato tantissimo Il silenzio degli innocenti, per come viene raccontata la follia criminale. Quella dimensione mi affascina profondamente.


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