Francesco Lagi porta al cinema 'Il Dio dell’amore': "Per i registi oggi il cinema è diventato occasionale, ogni film diventa quello decisivo"
Il regista de Il Dio dell'amore si confessa: il legame con Ovidio, il lavoro sul set e perché oggi fare cinema in Italia è diventato una sfida per pochi coraggiosi.

In occasione dell’uscita del suo ultimo film, abbiamo incontrato Francesco Lagi per parlare de Il Dio dell’amore. Il regista ci ha accompagnato in un viaggio attraverso la sua visione del cinema, partendo dalle radici mitologiche di Ovidio per arrivare alla cruda e meravigliosa realtà dei sentimenti umani. Tra riflessioni sul mestiere del regista e un’analisi lucida del panorama cinematografico italiano, Lagi ci svela cosa significa oggi raccontare l’amore e la fragilità umana.
L’intervista a Francesco Lagi, regista del film Il Dio dell’amore
Il titolo Il Dio dell’amore richiama qualcosa di quasi mitologico. Nel film, però, l’amore risulta molto più terreno e imperfetto. Come hai lavorato per evitare la retorica e restare sulla dimensione umana dei personaggi?
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Entra nel canale WhatsAppIl film si muove effettivamente su due piani. Cerca di raccontare l’amore da un punto di vista eterno, quasi mitologico appunto, intendendolo come una forza senza tempo che ci riguarda tutti dall’inizio dei tempi fino a oggi. Allo stesso tempo, lo racconta come passione momentanea, come sentimento dell’attimo che ti spinge a prendere decisioni nell’immediato e trasforma l’impulso. Non parlerei di principi, perché l’amore non vi risponde, ma della sua capacità di unire gli esseri umani e renderli tali. L’idea del mito l’ho attinta dalle Metamorfosi di Ovidio, il più grande raccontatore di miti e d’amore della storia, che inanella le storie come fossero un unico grande racconto.
Nei tuoi film i personaggi sembrano spesso in bilico tra desiderio e paura. Nel caso de Il Dio dell’amore, qual è la contraddizione più forte che volevi raccontare?
La sfida era proprio mettere i personaggi di fronte all’amore, che è desiderio e paura per eccellenza. L’amore ti spinge in avanti e contemporaneamente ti impaurisce; ti chiama continuamente a scegliere, a chiederti chi sei e dove vuoi andare. Ti mette davanti a te stesso ogni minuto. Questa è la contraddizione fondamentale: un impulso vitale che però genera timore.
C’è una scena che ha rappresentato una sfida particolare dal punto di vista registico?
Il film contiene diverse scene difficili, circa quattro o cinque momenti narrativamente articolati e lunghi, dove i personaggi devono esprimere sentimenti complessi. Raccontando diverse storie di coppie, il film racchiude ben sei "finali". Solitamente un film ne ha uno solo, qui invece ogni storia doveva avere la sua conclusione, e i finali sono sempre i punti più difficili da gestire in un racconto.
Se dovessi riassumere Il Dio dell’amore non con una trama ma con una domanda, quale sarebbe?
La domanda potrebbe essere: "Ma l’amore ha un senso?".
Che tipo di rapporto cerchi di instaurare con gli attori sul set? Ti piace lasciare spazio all’improvvisazione o preferisci un lavoro più controllato?
Parto sempre dal testo e dal senso che la scena deve avere all’interno del disegno complessivo. Una volta che questi elementi sono chiari tra me e l’attore, il mio obiettivo è che l’attore sia felice di interpretare quella scena.
Ti è mai capitato che un attore cambiasse completamente il modo in cui avevi immaginato un personaggio?
Prima di girare può succedere. Durante le riprese, invece, è più facile che un attore cambi il senso di una singola scena piuttosto che l’intero personaggio, anche perché bisognerebbe poi rimettere insieme i pezzi del lavoro di vari giorni. Ma cambiare il senso di una scena sì, è assolutamente possibile.
Quanto è importante per te il lavoro con il direttore della fotografia nel definire il tono emotivo di un film?
È fondamentale. Con ogni collaboratore — che sia l’attore, il direttore della fotografia o lo scenografo — cerco di instaurare un linguaggio comune. Parlo con ognuno in modo diverso perché ci occupiamo di aspetti differenti, ma trovare una lingua condivisa è vitale. Bisogna però rispettare il "mistero" di quello che si sta facendo: i film non si possono spiegare troppo, a un certo punto bisogna fermarsi e iniziare a farli seguendo flussi emotivi e inconsci.
Guardando al tuo percorso da regista, senti che ogni film rappresenta una tappa diversa o c’è un filo tematico che li attraversa tutti?
Non credo molto nei "film tematici". Quello che ho scritto o diretto rappresenta ciò che ero nel momento in cui l’ho fatto. Non so se ci sia una coerenza e onestamente non lo trovo neanche interessante. La personalità o il "marchio di fabbrica" sono cose che appartengono allo sguardo esterno. Ognuno di noi ha interessi diversi che dividono stili e approcci in modo istintivo. Non potrei mai ragionare a tavolino su cosa si aspetti la gente da me.
C’è un momento preciso in cui hai capito che la regia sarebbe stata la tua strada?
Sì, fin da ragazzino volevo fare il regista. Guardavo i film, mi piacevano e piano piano ho capito cosa facesse quella figura professionale. È stata una sorta di vocazione. In quel periodo di scoperta, la magia di autori capaci di creare mondi unici ha sicuramente contribuito a formare il mio sguardo.
Cosa hai imparato negli anni lavorando con attori e troupe che oggi consideri fondamentale nel tuo modo di dirigere? C’è qualcosa che oggi fai in modo completamente diverso?
Dagli attori ho imparato praticamente tutto quello che applico nella regia. La lezione più importante è stata l’ascolto: dare a ognuno lo spazio e la fiducia per lavorare al meglio. Oggi sono forse un po’ più consapevole e svelto, ma non troppo (ride). In questo mestiere non si impara mai veramente tutto; si può migliorare nella sveltezza, ma la qualità è un’altra cosa.
Se potessi far vedere Il Dio dell’amore a un grande regista del passato per sapere cosa ne pensa, chi sceglieresti?
Sceglierei François Truffaut oppure Ettore Scola. Dipende da chi sarebbe disponibile in quel momento!
Esiste un film o una scena d’amore nella storia del cinema che avresti voluto girare tu?
Direi la scena di Woody Allen con Diane Keaton in cui parlano e compaiono i sottotitoli. È una scena di corteggiamento meravigliosa, una scena d’amore fatta bene.
Se una persona uscisse dalla sala dopo aver visto Il Dio dell’amore e dovesse portarsi via una sola intuizione sull’amore, quale speri che sia?
Spero che capisca che è meglio rimanere vivi, in allerta, e coltivare se stessi e le persone che abbiamo accanto. Avere attenzione per chi amiamo ci rende più felici.
Il cinema italiano oggi sembra oscillare tra produzioni autoriali e commerciali. Dove pensi che si stia muovendo il nostro cinema?
Con Il Dio dell’amore ho cercato di fare un film che stesse nel mezzo. In generale, credo sia sempre più difficile per un regista trovare la propria voce perché oggi il cinema è diventato "occasionale". Si fanno pochi film nella vita e manca la continuità necessaria per affinare il proprio stile. Ogni film sembra decisivo per poter fare quello successivo, e questo crea paura e spezza la voce degli autori.
C’è qualcosa che senti mancare nel panorama contemporaneo?
Più che mancanze di talenti — perché ci sono molte persone preparate e intelligenti — vedo più un sistema po’ "agonizzante", tendente al chiuso. È difficile produrre e distribuire film che non abbia anche una vena commerciale; se un film non ha un presupposto di commerciabilità immediata, non si riesce a montare il progetto. Solo i grandi nomi possono permettersi di eludere questa logica, oppure capitano casi atipici e meravigliosi che riescono a dribblare le regole del mercato. Il cinema è un prodotto che vive dentro un mercato, ma è la bellezza del film che dovrebbe restare la cosa più importante.
