Il bene comune al cinema, recensione: Rocco Papaleo tra maturità e criticità, un film che sa essere profondo e leggero

Con il suo ultimo film, Papaleo emoziona con leggerezza e un tocco swing, mostrando quanto le storie siano importanti per avvicinare le persone

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Bentornati con Libere Recensioni, la rubrica di Libero Magazine dedicata ai grandi film in uscita e in anteprima nazionale. Nel bene o nel male, siamo tutti entità complesse. Non solo nomi o volti, ma un coacervo di avvenimento e storie personali che ci danno rotondità e spessore. E proprio oltre quel ritratto superficiale e bidimensionale vuole andare Rocco Papaleo con il suo Il bene comune, film di cui parliamo in questa recensione, con Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi e Teresa Saponangelo.

Contemporaneamente regista e attore protagonista, per quanto si tratti di un film squisitamente corale, Papaleo punta a far capire allo spettatore quanto il primo sguardo, che spesso erroneamente ci facciamo bastare, non sia assolutamente sufficiente per capire a fondo una persona. Il suo è un film complesso, maturo, stratificato e con quel tocco jazz che non guasta. Certo, non mancano alcune criticità, soprattutto legate al minutaggio (forse quindici minuti in più non avrebbero guastato), ma nulla che infici troppo la qualità del prodotto finale.

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Il bene comune – La recensione del film di Rocco Papaleo

Quella de Il bene comune è una scrittura caratterizzata da una certa ambizione. La sceneggiatura si dipana su tre piani di racconto senza perdere il proprio filo principale, puntando il focus sui propri personaggi. L’umanità più pura che li caratterizza, fatta di tante naturali imperfezioni, è il vero punto nodale della pellicola. Biagio (Papaleo), ex militare ora guida turistica e allenatore improvvisato; Raffaella (Scalera), attrice di ben poco successo ma che riesce a non prendersi troppo sul serio; Samanta (Pandolfi), donna e madre che si è affidata al crimine per sfuggire a un marito abusivo; Gudrun (Saponangelo), infermiera divisa tra Napoli e la Norvegia, all’apparenza ruvida ma dotata di una fortissima empatia. E poi Anny (Rosanna Sparapano), hacker dal grande talento, Fiammetta (Livia Ferri), cantautrice con un doloroso passato e Luciano (Andrea Fuorto), giovane ferito dalla vita e in cerca di una personale direzione.

Ogni personaggio è stato scritto e scritturato con grande cura e va a dar vita al grande quadro che è Il bene comune. Ciascuno è un pezzo del puzzle, un capitolo del grande racconto, una storia nella storia in grado conoscere e far conoscere e, soprattutto, annullare le distanze.

Ma di cosa parla la trama de Il bene comune

Biagio è una guida turistica del parco del Pollino. Passa le sue giornate all’aria aperta e allenando il nipote, Luciano, talento dell’atletica leggera ma con poca voglia di applicarsi sul serio. Un giorno viene contattato da Raffaella, direttrice di un corso di teatro sensoriale presso una casa circondariale. Vuole organizzare una gita premio per quattro detenute, con l’obiettivo di andare a vedere un pino loricato, un albero simbolo di resilienza e tipico del Pollino. Biagio, pur con qualche remora iniziale, accetta, facendosi aiutare da Luciano. Fa così la conoscenza di Samanta, Fiammetta, Anny e l’ultima aggiunta, Gudrun, un eterogeneo gruppo di donne accomunate da un passato difficile e di sofferenza.

Il viaggio si trasforma in una sorta di jam session (in modo più letterale che figurato) mentre le personalità di ciascuno emergono e si mostrano, al pari degli splendidi paesaggi della Basilicata e della Calabria. Un cammino che permette a tutte e tutti di comprendere che raccontare e raccontarsi è il primo passo verso qualcosa di più grande.

Uno swing con qualche problemi nel tempo

Se proprio vogliamo trovare una criticità in Il bene comune, essa risiede nella non perfetta gestione delle proprie tempistiche. A ogni personaggio viene dato modo di raccontare la propria storia attraverso dei flashback, ma non a tutti è concesso il giusto spazio per svilupparla appieno. Nella sua ora e quaranta minuti circa di durata, il film sembra andare pianissimo in alcuni momenti e correre a perdifiato in altre. Ciò che sicuramente funziona, invece è l’integrazione della musica nel contesto narrativo. Abbiamo parlato di jam session in senso letterale perchè è proprio quello che succede. Nel film ci sono infatti diversi intermezzi musicali in cui la storia viene raccontata attraverso la performance di una band dal vivo.

E proprio la musica è centrale nel film che Papaleo ha scritto in collaborazione con Valter Lupo, divenendo parte integrante della storia e di come essa viene raccontata.

Il bene comune è un ottimo film corale che poggia le proprie fondamenta sull’interpretazione del proprio cast, decisamente azzeccato, e sulla musica, che insieme collega ed esalta le varie storie. Rocco Papaleo confeziona un film in grado al contempo di emozionare con leggerezza ma di risultare anche profondo nelle proprie riflessioni. Un film ambizioso e riuscito, che pone l’enfasi sul valore che ha la capacità di raccontare e di raccontarsi per andare oltre la barriera del primo impatto e per annullare quelle distanze che, purtroppo, troppe volte finiamo per frapporre tra di noi.

Voto 7/10


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