House of the Dragon sta ripetendo l'errore di Game of Thrones: ecco cosa deve cambiare nella quarta (e ultima) stagione
La serie regala ancora momenti di grande spettacolo, ma tra deviazioni dal libro, dialoghi e personaggi sempre più appiattiti qualcosa si è inceppato: l'ultima stagione deve cambiare rotta

L’inizio spettacolare della terza stagione di House of the Dragon è stato al tempo stesso croce e delizia della serie. È partita esattamente come avrebbe dovuto finire la seconda: la Battaglia della Gola, attesa per due anni, ha finalmente portato sullo schermo la guerra preparata nei precedenti otto episodi. Un’apertura potentissima, con gli equilibri della Danza dei Draghi sconvolti e la sensazione che il conflitto fosse finalmente entrato nel vivo.
Poi però House of the Dragon ha rallentato, troppo. Ed è proprio il confronto con quell’inizio a rendere più evidente la distanza tra i momenti in cui la serie lascia davvero il segno e quelli in cui fatica a far avanzare la storia. Il ritmo è soltanto una parte del problema, e per capire cosa è successo bisogna tornare a George R.R. Martin e al rapporto tra Fuoco e Sangue e la sua versione televisiva. La serie ha preso parecchie libertà rispetto al libro fin dall’inizio e, per lungo tempo, quelle scelte hanno funzionato. La domanda diventa quindi inevitabile: che cosa è cambiato nel modo di raccontare questa storia?
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Entra nel canale WhatsAppIl problema della serie non è essersi allontanata dal libro
Re Viserys è forse l’esempio più evidente. Nel libro è una figura quasi marginale, raccontata attraverso una cronaca fatta di testimonianze e giudizi diversi; la serie gli ha costruito intorno un arco emotivo molto più ampio, trasformandolo in uno dei personaggi centrali della prima stagione. Lo stesso vale per il rapporto tra Rhaenyra (Milly Alcock prima, Emma D’Arcy poi) e Alicent (Emily Carey prima, Olivia Cooke poi), diventate amiche d’infanzia nella serie, o per la riscrittura di Criston Cole (Fabien Frankel) e del suo legame con le due donne.
Il libro Fuoco e Sangue, del resto, è una cronaca di Westeros costruita attraverso testimonianze spesso contraddittorie, non un romanzo tradizionale con scene e dialoghi già pronti. Lo sceneggiatore Ryan Condal ha quindi dovuto riempire gli spazi lasciati da Martin e scegliere quale versione degli eventi portare sullo schermo. La prima stagione ha dimostrato che si poteva fare molto bene: il Viserys di Paddy Considine è diventato più complesso proprio grazie a quelle libertà rispetto alla fonte, tanto che Martin ha più volte apprezzato pubblicamente il lavoro fatto sul personaggio. Il punto, quindi, è un altro: quando la serie sceglie di prendere una strada diversa da Martin , deve avere una buona ragione per farlo (e soprattutto deve farlo bene).
Dalla prima stagione alla terza, cosa è cambiato in House of the Dragon
Col passare delle stagioni le libertà rispetto al libro sono diventate ancora più evidenti. La serie ha sostituito Nettles con Rhaena nel rapporto con Ladro di Pecore, ha riscritto la Battaglia della Gola, ha modificato il percorso di Jace e ha ampliato parecchio personaggi e situazioni che in Fuoco e Sangue hanno un peso diverso. Nel libro Nettles è una ragazza di origini umili che, quando i Targaryen invitano i nati dal seme del drago a palesarsi, riesce a domare un drago selvaggio pur non avendo (apparentemente) sangue nobile: il suo personaggio rappresenta quindi un unicum nel rapporto tra draghi e cavalieri. La serie ha preferito assegnare quella funzione a un personaggio già presente e di sangue Targaryen, evitando di aggiungere un altro nome a un cast già enorme.
La scelta ha senz’altro una logica televisiva, ma mostra anche il prezzo della semplificazione: quando si eliminano personaggi e si accorpano funzioni narrative, la storia diventa più facile da seguire, però perde alcune delle sue ambiguità più interessanti. Nettles, per esempio, introduceva una domanda che la serie avrebbe avuto tutto il tempo di esplorare: che cosa rende davvero un uomo o una donna capace di cavalcare un drago? Il sangue Targaryen? Un legame diverso? Il caso? Trasferendo quella funzione a Rhaena, la serie guadagna continuità ma perde parte di quella stranezza.
Harrenhal, il castello "svuota-pista" dove il tempo si ferma
C’è poi un problema che attraversa due stagioni e due personaggi diversi. Nella seconda stagione era stato Daemon, interpretato da Matt Smith, a cadere vittima del lungo arco narrativo di Harrenhal. La serie lo aveva trasformato in un uomo tormentato da visioni, sensi di colpa e dubbi, rallentando per parecchi episodi il personaggio che avrebbe dovuto costruire l’esercito di Rhaenyra. Nella terza stagione è toccato ad Aemond, interpretato da Ewan Mitchell. Anche qui l’enorme e diroccato castello di Harrenhal è soprattutto uno spazio psicologico: Alys Rivers, le visioni, il rapporto con il proprio passato, la possibilità di una vita diversa.
Il problema è la ripetizione: Harrenhal sembra diventato il luogo in cui finiscono i personaggi più pericolosi quando la storia deve rallentare. Daemon prima, Aemond poi. Due figure capaci di modificare gli equilibri della guerra finiscono per trascorrere molto tempo a riflettere, dubitare, parlare e aspettare. È un meccanismo che può funzionare per qualche scena ma, quando occupa un arco narrativo intero, la guerra resta fuori dalla porta e la noia si fa sentire prepotente.
Rhaenyra ha perso la forza che aveva all’inizio
Un discorso simile riguarda Rhaenyra. Nella prima stagione, la versione giovane interpretata da Milly Alcock era una ragazza impulsiva, orgogliosa, insofferente alle regole che le venivano imposte. Il passaggio da erede a regina avrebbe potuto rappresentare la trasformazione di quella personalità in una figura politica più consapevole. La serie invece ha scelto una strada molto più dolorosa: da quando Rhaenyra siede sul Trono di Spade vediamo la bravissima Emma D’Arcy sempre più fragile, insicura, tormentata dal peso del potere e condizionata dal lutto. La morte di Jace la porta ancora più vicino a una spirale di rabbia e paranoia; il governo della capitale amplifica le sue difficoltà invece di darle una nuova sicurezza.
Qui il parallelo con la "mad queen" Daenerys di Game of Thrones diventa inevitabile: la terza stagione porta Rhaenyra verso una versione sempre più radicale di se stessa e il finale insiste proprio sull’immagine di una sovrana pronta a tutto per imporre la propria idea di giustizia. Peccato che anche Rhaenyra, come Daemon e Aemond, perda progressivamente capacità d’azione proprio quando la storia avrebbe bisogno che la sua presenza diventasse più forte: Daemon viene bloccato dalle visioni, Aemond dalla sua crisi personale, Rhaenyra dal dubbio e dal lutto. Tre personaggi che dovrebbero spingere la guerra in avanti finiscono spesso a reagire agli eventi.
Quando i dialoghi non fanno più avanzare la storia
La terza stagione ha avuto interi episodi costruiti soprattutto su conversazioni, consigli di guerra, trattative e confronti personali. Dire che House of the Dragon ha troppi dialoghi però sarebbe ingeneroso: dopotutto anche Game of Thrones ha costruito alcune delle sue scene migliori attorno a una stanza e a due persone che parlano. La questione qui è un’altra: alla fine della scena è cambiato qualcosa?
Un dialogo funziona se qualcuno prende una decisione, scopre qualcosa, tradisce un alleato, cambia idea o si mette in una posizione da cui sarà difficile tornare indietro. Ma quando i personaggi discutono per decine di minuti e alla fine si trovano nello stesso punto di partenza, allora il problema diventa strutturale ed è qui che la terza stagione ha iniziato a dare una sensazione di appiattimento. Non perché i personaggi parlino troppo, ma perché troppo spesso parlano senza mandare avanti la storia.
Il vuoto narrativo lasciato dai tanti addii in HotD
Un altro elemento pesa sulla serie e spesso rimane nascosto dietro le critiche alla scrittura: una storia imponente e violenta come questa deve fare i conti con le proprie vittime. Solo per citarne alcuni, in tre stagioni House of the Dragon ha perso Viserys, Rhaenys, Otto (Rhys Ifans), Jace (Harry Collett), Criston Cole e molti altri personaggi che, per motivi diversi, rappresentavano dei punti di riferimento.
Rhaenys più degli altri aveva un peso particolare: la "Regina che non fu mai" interpretata da Eve Best era una delle figure più amate di House of the Dragon, capace di osservare la guerra con una lucidità diversa pur appartenendo alla stessa famiglia che l’aveva scatenata. La sua fine spettacolare nella seconda stagione ha tolto alla serie una presenza capace di fare da contrappeso agli estremismi delle due fazioni.
Viserys era il centro della prima stagione, Otto rappresentava una presenza costante nei giochi politici, Jace incarnava il futuro della fazione di Rhaenyra, Criston Cole aveva trasformato un conflitto personale in una guerra. Ogni morte è necessaria alla Danza dei Draghi, è vero, ma al tempo stesso lascia anche un vuoto narrativo che diventa man mano più difficile da colmare, soprattutto perchè il pubblico nel frattempo si affeziona. La serie deve trovare continuamente nuovi centri di gravità mentre aumenta il numero di personaggi da seguire, e questo porta a un altro problema.
Ogni due anni, ricordarsi tutto diventa un lavoro
Tra una stagione e l’altra passano anni. La terza è arrivata nel 2026 dopo la seconda del 2024, mentre la quarta – e ultima – è attesa nel 2028. Lo spettatore torna e deve ricordarsi decine di nomi, parentele, alleanze, tradimenti, draghi e morti. Aegon, Aemond, Daemon, Aegon il Giovane, Rhaenyra, Rhaena, Rhaenys… Senza contare le casate, le alleanze, i cavalieri dei draghi, i lord, i rapporti familiari. House of the Dragon ha un mondo narrativo enorme e per il pubblico medio è impossibile tenere tutto fresco per due anni, per la gioia dei content creators che puntualmente propongono recapponi da 20-30 minuti alla vigilia della première.
Qui nasce una possibile spiegazione anche per quella sensazione di "appiattimento" che ha accompagnato parte della terza stagione: una serie che deve essere immediatamente fruibile dopo una lunga pausa rischia di rendere più lineare la narrazione riproponendo motivazioni e rapporti già conosciuti. È una conseguenza quasi inevitabile dei tempi di produzione delle grandi serie fantasy, dopotutto Ryan Condal ha spiegato che la lavorazione digitale dei draghi e delle grandi sequenze rende impossibile una produzione annuale. Il problema quindi non si risolve accorciando l’attesa: si dovrebbe scrivere una serie più facile da ritrovare dopo due anni, senza renderla più piatta.
Il paradosso di George R.R. Martin
Qui torniamo inevitabilmente a Game of Thrones: la serie originale ha iniziato a soffrire in modo evidente quando ha superato il materiale pubblicato da Martin e ha dovuto costruire la parte finale senza avere davanti i romanzi conclusivi. House of the Dragon si trova in una situazione diversa, perchè le vicende della Danza dei Draghi sono già raccontate in Fuoco e Sangue: la serie sta adattando un conflitto del quale conosciamo già gli eventi principali.
Per questo Martin può essere un riferimento, persino un interlocutore, ma difficilmente può diventare l’alibi per ogni problema di scrittura. Del resto, le deviazioni dalla fonte erano già presenti quando la serie funzionava meglio. Il punto non è tornare al libro, ma tornare a usare bene il libro.
Cosa deve fare la quarta stagione di House of the Dragon
La quarta stagione avrà un vantaggio enorme: sarà l’ultima. Non dovrà più conservare trame per il futuro. Ci aspettiamo quindi personaggi che prendano decisioni e ne paghino immediatamente il prezzo: servono meno deviazioni che rimangono sospese per episodi interi, meno situazioni "alla Harrenhal" che cristallizzano le vicende e diluiscono gli episodi. Le differenze da Fuoco e Sangue, se ce ne saranno altre, dovranno aggiungere qualcosa alla storia.
Soprattutto, la serie deve ricordarsi perché ha funzionato all’inizio: non perché seguiva fedelmente Martin, ma perché aveva trasformato il materiale di Martin in una storia televisiva piena di personaggi riconoscibili, conflitti comprensibili e decisioni capaci di cambiare davvero gli equilibri. Ed è proprio questo a rendere la situazione attuale frustrante: House of the Dragon sa ancora essere una grande serie, e la terza stagione lo ha dimostrato nei primi due episodi e nell’assedio finale di Tumbleton. Il problema è tutto ciò che succede lungo il tragitto. La quarta stagione, per tornare al livello delle prime due, ha bisogno di essere più concentrata. Perchè dopo tanti anni di House of the Dragon, la cosa che manca davvero alla serie è la sensazione che ogni episodio porti i Targaryen un passo più vicini alla fine: adesso quella fine è davvero davanti a loro, e non c’è più il paracadute della stagione successiva a cui rimandarla. It’s Dracarys time.
