Hokum, elaborazione del lutto e folk horror nel terzo film dell'ottimo Damian McCarthy. Recensione

L'opera terza del regista irlandese è la summa della sua potetica, un viaggio lirico e liminale in orrori molto umani e nel peso del lutto

Roberto Ciucci

Roberto Ciucci

Giornalista

Appassionato di sport, avido consumatore di manga e film, cultore di tutto ciò che è stato girato da Quentin Tarantino e musicista nel tempo libero.

Hokum al cinema: colpa, incubo e malvagità si mescolano nel terzo film dell'ottimo Damian McCarthy. Recensione
Lucky Red

Quello del folk horror è un filone che, da qualche tempo a questa parte, sta trovando nuova linfa. Anche grazie a una new wave di registi, un ventata di aria fresca e creatività che gli appassionati attendevano con ansia. Tra questi si sta facendo largo Damian McCarthy, cineasta irlandese classe 1981 che con Hokum mette in cascina la sua terza opera dopo gli ottimi Caveat (2020) e Oddity (2024), entrambi acclamati dalla critica.

Di nuovo nelle campagne irlandesi, di nuovo alle prese con entità misteriose legate, appunto, al folklore dell’Isola di Smeraldo. Di nuovo in ambienti claustrofobici e oscuri, in cui i giochi di ombre e di visione periferica aiuta a mantenere alta la tensione. Nel cast il sempre apprezzabile Adam Scott, che fa una pausa dai corridoi illuminati al neon di Severance per vestire i panni di uno scrittore in crisi creativa.

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Hokum – La Recensione del film

L’incipit di Hokum, ambientato in un assolato deserto cotto dai raggi implacabili del sole, teatro del romanzo che sta ultimando Ohm, il protagonista, è la rappresentazione del tema portante del film: l’atto creativo come strumento per l’elaborazione del lutto nonché metafora dello straniamento e della solitudine di Ohm. Ma è anche un indizio sulla natura di tutto ciò che vedremo dopo, un segnale per cui nulla, in Hokum (traducibile con "sciocchezza, stupidaggine"), è veramente reale, ma altresì un coagulo in cui colpa, incubo e malvagità si mescolano per dare forma alla narrazione. I fantasmi che perseguitano Ohm sono al tempo stesso entità tangibili, incarnazioni del suo profondo e radicato senso di colpa e fautori della sua salvezza. Una tematica ricorrente nel cinema di McCarthy, in cui gli spiriti e i morti sono l’espressione liminale di una ricerca di pace e giustizia. Non solo quelli del suo passato, ma anche quelli strettamente legati al presente faranno da guida a Ohm per giungere a una realizzazione che, in cuor suo, probabilmente già sapeva.

Ma per tutto il film lo spettatore è portato a dubitare che ciò che sta vedendo sia semplicemente un parto dell’immaginazione di Ohm. Uno scrittore la cui immaginazione è portata naturalmente a galoppare, specie se "aiutata" dall’alcool, altro compagno di sventure del personaggio. L’azione in Caveat si svolgeva nei corridoi di una casa fatiscente, mentre in Oddity a cuore dell’intrigo vi era una casa di campagna. Hokum dipana la sua narrazione in un albergo sperso nelle foreste irlandesi. Uno dei tanti parallelismi con Shining, a partire dal protagonista scrittore alle prese con un repentino declino cognitivo.

Di cosa parla la trama di Hokum

Ohm Bauman (Adam Scott) è uno scrittore piuttosto famoso, impegnato con la conclusione del terzo romanzo della trilogia che gli ha regalato la fama, quella del Conquistador. Non sa, tuttavia, che finale dare alla sua opera e, tormentato dallo spettro della madre defunta anni prima e da un problematico rapporto con l’alcool, decide di prendersi una pausa e soggiornare al Bilberry Woods Hotel, un remoto albergo in Irlanda dove i suoi genitori trascorsero la luna di miele. L’uomo vuole cogliere l’occasione anche per disperdere le loro ceneri vicino a un albero ritratto in una vecchia foto di sua madre.

Ad accoglierlo trova l’inquietante e misterioso staff, composto dal proprietario Cob, dal genero e receptionist Mal, dal custode Fergal, dalla barista Fiona e dal fattorino Alby. Proprio da Fiona, Ohm apprende le spaventose dicerie legate alla suite nuziale dell’hotel, da tempo chiusa e in cui si racconta che sia imprigionata una strega (la Cailleach del folklore irlandese). Tra visioni sempre più disturbanti e un’atmosfera gotica che si fa via via più opprimente, Ohm si trova costretto a confrontarsi non solo con presenze ultraterrene, ma anche con i traumi rimossi della propria infanzia, legati alla morte violenta della madre.

Il luogo strisciante del brivido

Damian McCarthy si riconferma un astuto architetto degli spazi. Il regista è bravissimo a sfruttare gli elementi scenografici per generare brividi o, al contrario, per alleggerire l’atmosfera. Indugia sugli oggetti antropomorfi, in grado talvolta di creare ansia, altre ancora di provocare risate. Adam Scott porta in scena un Ohm tormentato e attanagliato da un peso che non riesce a scrollarsi di dosso. Si muove in spazi angusti e claustrofobici, che fungono da vero e proprio personaggio a sé stante. Nel cinema di McCarthy è come se i luoghi possedessero un’anima cosciente e reattiva. il cineasta sfrutta i neri dell’inquadratura per dare corpo alla paura, sostenuta da un meccanismo narrativo impeccabile per ritmo e montaggio. Nei suoi film, il sangue scorre di rado. L’orrore abita le atmosfere e si ricollega a una visione del mondo pessimista ma mai nichilista. Il male ha una natura fortemente umana: nasce dall’uomo per l’uomo, spesso tratteggiato come essere fortemente egoista e legato a logiche capitalistiche.

Hokum, come il suo protagonista, cresce e si evolve per tutta la sua durata. L’ottimo ritmo, frutto di un montaggio certosino e di inquadrature che sfruttano molto bene gli spazi e le zone d’ombra, restituisce tensione e tiene lo spettatore sempre sull’attenti. Ottimo Adam Scott, decisamente in parte e credibile nei panni arroganti e superbi, ma al contempo fragili e umani, di Ohm.

Voto: 7/10


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