Hamnet - Nel nome del figlio: lacrime, euforia e disperazione per un cast ispirato - Libere Recensioni
Chloe Zhao dirige un film di una bellezza assoluta e di una potenza emotiva a tratti difficile da descrivere, con una Jessie Buckley in assoluto stato di grazia

Benvenuti a un nuovo appuntamento con Libere Recensioni, la rubrica di Libero Magazine dedicata ai grandi film in anteprima nazionale. Di William Shakespeare, nei secoli successivi alla sua morte, si è detto e scritto di tutto. Opere teatrali, libri, canzoni, film. Il Bardo Immortale ha ispirato decine di autori successivi. Ma cos’ha ispirato lui? A questa domanda prova a rispondere Maggie O’Farrell col suo romanzo Nel nome del figlio – Hamnet, che Chloe Zhao ha trasposto in film (co-sceneggiato assieme alla stessa O’Farrell) e di cui parleremo nella recensione di oggi. Un viaggio lirico, onirico, trascendentale e allo stesso tempo molto terreno nell’elaborazione del lutto e nel significato dell’essere genitori, tentando di rispondere a una domanda: può l’arte essere non solo ispirata dalla perdita, ma aiutare a in qualche modo superarla e metabolizzarla?
La regista cinese torna in sala dopo l’inspiegabile (a mio modo di vedere) fallimento con Eternals, proponendo un’opera di una bellezza assoluta e di una potenza emotiva a tratti difficile da descrivere. Forma, contenuto, interpretazioni: Hamnet ha tutto. E ha, soprattutto, una Jessie Buckley in serissimo odore di Oscar, assieme a un altrettanto ispirato Paul Mescal.
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Entra nel canale WhatsAppHamnet – Nel nome del figlio: la recensione
Stratford-Upon-Avon. Seconda metà del 1500. Il giovane William Shakespeare, figlio del guantaio locale, viene assunto da una famiglia per fare da tutore e insegnante di latino per i figli più piccoli. L’attenzione di William (Paul Mescal), però, finisce presto per posarsi su Agnes (Jessie Buckley), la maggiore. Selvaggia, fortemente legata alla natura e abile falconiera, è descritta dalle malelingue del paese come una strega del bosco. Per il ragazzo è amore a prima vista. Nonostante l’iniziale parere contrario da parte della famiglia, quando Agnes si rende conto di essere incinta i due si sposano. Arrivano così Susannah (Bodhi Rae Brethnach), la primogenita, e poi i gemelli Judith (Olivia Lynes) e Hamnet (il piccolo Jacobi Jude, che mostra un talento attoriale fuori scala per la giovanissima età).
William, stretto "nella morsa" della campagna, trova il proprio sfogo a Londra: nella grande città riesce a farsi un nome come drammaturgo, cominciando a riscuotere successo. Mentre è via, però, il giovane Hamnet muore. Acceato dal dolore, l’uomo si getta così nella scrittura, cercando disperatamente un po’ di conforto nel lavoro. Una nuova commedia? No. Una tragedia: Hamlet. L’Amleto.
Maternità tenera e arrabbiata, una Jessie Buckley da Oscar
Grazie alla fotografia di Lukasz Zal e alla scenografia di Fiona Crombie sembra quasi di percepire l’odore umido della foresta inglese. Le musiche di Max Ritcher, alla prima collaborazione con Chloe Zhao, contribuiscono a creare l’atmosfera perfetta per Hamnet. Ma sono Paul Mescal e, soprattutto, Jessie Buckley a dare il vero corpo al film e rappresentare, nelle sue due ore di durata (dense ma non eccessive) l’elaborazione del lutto, canalizzata nella stesura dell’opera di Amleto. Paul Mescal dà vita al Bardo ponendo l’accento sull’uomo sottraendogli la sua aura enigmatica. Sappiamo chi sia sin dall’inizio, è ovvio, ma il cognome viene esplicitato per la prima volta solo nell’ultimo terzo del film. Sino a quel momento è "solo" William. Come a dire "Shakespeare c’è e non c’è": è percepito, lo intravediamo, ne cogliamo l’ardore e pure il genio.
Hamnet è un film sui figli e sulle madri. E Agnes è madre. Una madre contraddistinta da una maternità tenera e arrabbiata, portata in scena da una Jessie Buckley semplicemente in stato di grazia. Smorfie, lacrime, euforia, disperazione: Agnes è protagonista totale e sintesi cinematografica di una femminilità moderna e rivoluzionaria.
Lo spettacolo, la più alta forma di imitazione della vita
Chloe Zhao, che firma la sceneggiatura assieme a Maggie O’Farrell, è foriera di un cinema fortemente emotivo e crudo nel suo essere diretto al cuore dello spettatore. Un cinema che mostra lo spettacolo, in senso teatrale, come la più alta forma di imitazione della vita, e quindi mezzo di comprensione e confronto. Hamnet porta in dota uno dei finali più belli del cinema degli ultimi anni, capace per intuizione della regista di "sfidare l’orrore che infesta la terra" grazie al potere della rappresentazione.
L’arte e il suo potere salvifico sono il succo di Hamnet, l’esaltazione della finzione dietro la finzione stessa, celando la verità di un contatto rinato grazie all’elaborazione della perdita. Una salvezza che si "consuma" sulle tavole del palco di un teatro avvolto dall’abbraccio di un pubblico prima sconvolto e poi estasiato. C’è poco da dire: Chloe Zhao, con Hamnet, ha tirato fuori un piccolo capolavoro.
Hamnet – Nel nome del figlio è una di quelle rare pellicole con tutti gli elementi al posto giusto. Ogni scena, ogni inquadratura è calibrata e dona allo spettatore grande emozione e sentimento. Jessie Buckley in serissima lizza per l’Oscar, assieme a un Paul Mescal raramente così in parte. Fatevi un favore e correte in sala.
Voto: 9/10
