Guerra in Iran, Fariba Tehrani: “I bombardamenti sui civili non sono ciò che Donald Trump aveva promesso”. Parla la madre di Giulia Salemi

Dall’Italia la mamma di Giulia Salemi osserva quello che sta succedendo nel suo Paese. E sul conflitto ha le idee chiare: “Non abbiamo un altro modo per liberarci dal regime. Ma la popolazione non può diventare un bersaglio”.

Luca Burini

Luca Burini

Giornalista

Nato a inizio estate 1987, volevo fare il cantautore. Poi la vita mi ha portato a sfogare la voglia di comporre altrove.

Sono passate quasi due settimane da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato i bombardamenti sull’Iran scatenando una guerra che, nonostante i proclami iniziali di "brevità ed efficienza", si è già allungata, rischiando di impantanarsi in un conflitto lungo e spossante per tutte le parti in gioco con conseguenze drammatiche sulla popolazione che abita quei territori: "Civili, ospedali, banche e perfino siti storici subiscono attacchi", racconta a Libero.it Fariba Tehrani. Il grande pubblico la ricorda brillante, competitiva e solare in gara, in coppia con la figlia Giulia Salemi, nella quarta edizione di Pechino Express. Chi l’ha conosciuta durante il reality in onda su SkyUno sa perfettamente che Fariba è nata e cresciuta nella Persia degli scià. Un mondo che ha smesso di esistere nel 1979 quando è diventato l’Iran che conosciamo. Basta guardare alla condizione delle donne: "Eravamo tra le più emancipate del Medio Oriente: studiavamo, lavoravamo, guidavamo, ci vestivamo liberamente, partecipavamo alla vita culturale e politica", continua. "Mia madre, le mie zie, le mie insegnanti erano donne forti, moderne, colte".

DOMANDA: Dopo la rivoluzione tutto è stato cancellato.
RISPOSTA: Il velo obbligatorio, le restrizioni, la sorveglianza morale, la discriminazione legale. È stato un trauma collettivo.

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Te ne sei andata proprio in quel periodo. Era chiaro che la quotidianità sarebbe cambiata così tanto?
No. All’inizio molti iraniani pensavano che sarebbe stato qualcosa di temporaneo, una parentesi. Nessuno immaginava che in pochi mesi sarebbero sparite le libertà fondamentali: l’abbigliamento, la musica, il cinema, l’università, la vita sociale. Io ero giovane, ma ricordo perfettamente la sensazione di vedere il mondo restringersi ogni giorno di più.

Claustrofobia.
È stato come passare dal colore al bianco e nero.

Prima del 1979 la Persia non era comunque laica. Come si conciliava l’Islam sciita con i costumi occidentali?
L’Iran era un Paese musulmano, ma non era uno Stato religioso. La religione era parte della cultura, non uno strumento politico. Le famiglie vivevano la loro fede in modo personale, non imposto. Per questo la modernità non era percepita come una minaccia: era semplicemente un’evoluzione naturale.

Facciamo un salto in avanti. Adesso tutti gli occhi sono puntati sull’Iran. Prima se ne parlava troppo poco?
Sì. Per decenni è stato raccontato solo attraverso stereotipi: il velo, la teocrazia, il nucleare.

Cosa è rimasto ai margini?
La complessità del Paese, la sua cultura millenaria, la sofferenza quotidiana della popolazione… Oggi se ne parla perché la situazione è esplosa, ma la repressione, la censura, la povertà, la fuga dei giovani erano realtà da anni. Il mondo ha iniziato ad interessarsene solo quando la crisi è diventata impossibile da ignorare.

Hai ancora familiari lì? Riesci a rimanere in contatto con loro?
Sì, parenti e amici. Ci sentiamo quando è possibile, con mille precauzioni. Ogni telefonata è un equilibrio tra affetto e paura.

Ci sono anche problemi tecnici nella comunicazione, giusto?
Mio nipote mi ha spiegato che bisogna pagare per la VPN (servizio che crea una connessione crittografata e sicura proteggendo la privacy e nascondendo indirizzo IP reale e posizione, ndr). Ma i controlli sono tali che dopo pochi minuti tutto si interrompe.

Secondo la maggior parte degli osservatori, però, questa guerra ha obiettivi poco nobili. Il rovesciamento della dittatura sarebbe solo un effetto collaterale.
Io non sono ingenua: nella geopolitica non esistono interventi "puri". Gli interessi economici, energetici e strategici pesano sempre. Ma questo non cambia un fatto: il popolo iraniano vive da 45 anni sotto una dittatura. Se, anche attraverso dinamiche internazionali complesse, si aprisse uno spiraglio per liberare il Paese, gli iraniani lo accoglierebbero non perché credano nella bontà delle potenze esterne, ma perché non hanno più nulla da perdere.

Tutto condivisibile. Ma, intanto, come mi accennavi, sotto i bombardamenti ci sono le persone normali.
Questo contraddice le dichiarazioni di Donald Trump secondo il quale l’operazione sarebbe mirata solo alla teocrazia e limitata nel tempo. Come ti dicevo, noi iraniani abbiamo accettato questa guerra perché, dopo 47 anni di repressione, non avevamo altra via per liberarci dal regime. Ma la popolazione non può diventare un bersaglio. Sappiamo che Israele agisce per i propri interessi, non per proteggere i cittadini, ma chiediamo che almeno vengano rispettati i civili e il patrimonio culturale del Paese.

Non temi che, vista anche la gestione del conflitto, la caduta del regime potrebbe portare a scenari peggiori?
Il rischio esiste sempre. La storia del Medio Oriente lo dimostra: quando cade una dittatura, il vuoto di potere diventa pericoloso.

Perché in Iran dovrebbe andare diversamente?
Perché non è un Paese tribale né frammentato etnicamente come altri. È una nazione con un forte senso di identità, un alto livello di istruzione e una società civile che, nonostante la repressione, ha continuato a pensare, studiare, creare.

Quindi qualsiasi scenario post-regime sarebbe, comunque, meno oppressivo?
Credo proprio di sì.

A proposito di questo, si è tanto parlato di un ritorno di Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià. È davvero così amato?
Da una parte della popolazione, soprattutto da chi rimpiange la modernità e la stabilità di quegli anni. Ma non è una figura magica che può risolvere tutto. È un simbolo. Lui stesso ha dichiarato che ha studiato come organizzare l’Iran per un eventuale periodo di transizione, dopodiché proporrà un referendum.

Ok, ma non esistono figure locali che possano accompagnare il Paese verso la democrazia?
Esistono, ma sono state silenziate, incarcerate o costrette all’esilio. In Iran oggi convivono monarchici, repubblicani, laici, riformisti, giovani senza ideologia ma con una grande fame di libertà. Ci sono intellettuali, attivisti, economisti, donne straordinarie che potrebbero guidare il cambiamento. Ma nessuno può emergere finché il regime resta al potere. La democrazia non nasce dove parlare è un crimine.

Prima della rivoluzione islamica c’era la Savak, polizia segreta e servizio di intelligence dell’ultimo scià. Le cronache la descrivono come un corpo spietato, noto per la dura repressione degli oppositori politici tramite torture e omicidi. Era davvero così presente?
Sì, se ne parlava. Era temuta, come tutte le organizzazioni di quel tipo.

C’è un ma, mi pare di intendere.
Il loro operato non ha nulla a che vedere con la macchina di controllo capillare costruita dal regime islamico: oggi ogni telefono, ogni social, ogni strada sono sorvegliati. La paura è diventata quotidiana, non episodica.

Dopo esserti trasferita in Occidente sei tornata spesso in Iran?
Ogni anno o due. Poi a un certo punto ho capito che non era più sicuro, quindi ho dovuto ridurre la frequenza e, chiaramente, evitare periodi particolarmente pericolosi.

Che vita conducevi durante i tuoi soggiorni nella Teheran sotto dittatura?
Avevo una quotidianità molto discreta, familiare. Andavo a trovare i miei cari, camminavo nei quartieri della mia infanzia, respiravo la mia lingua. Ma ero consapevole di poter essere sorvegliata in ogni mio movimento. Non ero più una cittadina, ero un’ospite tollerata.

Quanto è pericoloso essere iraniani all’estero e sperare in un cambio di regime?
Molto. La teocrazia ha una storia fatta di intimidazioni, spionaggio e rappresaglie anche fuori dai confini. In tanti viviamo con la paura di mettere in pericolo le nostre famiglie rimaste in patria. La libertà, per noi, non è mai totale.

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Immagino che esistano anche tuoi connazionali che vivono in Occidente ma sostengono il regime.
Sì. Alcuni per convinzione ideologica, altri per interesse economico, altri ancora per paura. Ma la maggioranza degli iraniani della diaspora desidera un Paese libero, moderno e pacifico.

Anche tua figlia Giulia rivendica la sua identità italo-persiana e si è più volte espressa contro il regime.
Ne sono orgogliosa. Le ho sempre insegnato che le radici non sono un peso, ma una ricchezza. Lei porta dentro di sé due culture, due alfabeti emotivi e li unisce con naturalezza.
Prima di salutarci, però, vorrei lanciare un appello.

Certo.
Mi rivolgo agli Stati Uniti, all’Unione Europea, al presidente Meloni e a tutti i leader che sostengono la pace: è necessario intervenire subito affinché l’operazione venga riportata entro i limiti dichiarati e si concluda rapidamente risparmiando vite umane e le infrastrutture del Paese, senza aggravare ulteriormente la sofferenza del popolo iraniano.


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