Graziano Diana racconta Un futuro aprile: “Fare film non contemporanei è difficile. I bravi sceneggiatori non sono presi sul serio alla regia”

Intervista esclusiva a Graziano Diana sul film 'Un futuro aprile'. Il regista racconta la strage di Pizzolungo, l'incontro con Margherita Asta e le sfide del cinema civile italiano oggi. Leggi l'approfondimento su Libero.it.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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C’è un luogo in Sicilia, a pochi chilometri da Trapani, che il 2 aprile 1985 cambiò per sempre la vita di persone che non avevano scelto di essere eroi né vittime. A Pizzolungo, un’autobomba destinata al giudice antimafia Carlo Palermo uccise invece Barbara Rizzo Asta e i suoi due figlioletti gemelli, che si trovavano nell’auto sbagliata nel momento sbagliato. Sopravvisse il giudice. Sopravvisse Margherita, la figlia di Barbara, che non era in macchina con la madre. Da quella strage — pressoché dimenticata dall’opinione pubblica — e dal libro che Margherita Asta ha scritto a distanza di decenni, Sola con te in un futuro aprile, nasce il film tv Un futuro aprile, prodotto da Elysia Productions e Rai Fiction, in uscita su RaiPlay. A firmarlo è Graziano Diana, regista e sceneggiatore livornese con alle spalle lavori come La scorta, Libero Grassi, Gli anni spezzati e Yara: un autore che ha fatto della memoria civile italiana la propria cifra stilistica, senza mai perdere di vista il cuore umano delle storie che racconta. Lo abbiamo incontrato per parlare del film, del metodo e di un’industria audiovisiva sempre più stretta tra vocazione e mercato.

Nel film Un futuro aprile sembra che la mafia lasci il posto da protagonista al peso umano che lascia sulle persone. La sensazione è che il vero cuore del film non sia solo la strage di Pizzolungo, ma il senso di colpa del sopravvissuto. È lì che volevi portare davvero lo spettatore?

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Ho sempre privilegiato il punto di vista delle vittime piuttosto che quello dei carnefici, e questo vale anche per le altre storie realmente accadute che ho scelto di raccontare. In Sicilia ho girato quattro film: dal caso di Graziella Campagna, la ragazza uccisa proprio nell’85 — lo stesso anno di Un futuro aprile — alla storia di Libero Grassi, l’imprenditore che si oppose al pagamento del pizzo e che fu ucciso nel 1991. Con questo film il mio approccio si spinge un po’ più in là, grazie soprattutto a un punto di vista ancora più particolare: lo sguardo di una bambina. Margherita Asta sopravvive alla strage perché in quel momento non si trovava in macchina con la madre e con i gemellini, che invece per tragica fatalità si trovano nel mezzo — tra l’autobomba e l’auto del giudice che stava proprio allora sorpassando la macchina della signora Asta. Il cuore del film è questo destino imprevedibile che lega le sorti di due persone che avrebbero dovuto soltanto sfiorarsi nella vita: il giudice antimafia Carlo Palermo e la sopravvissuta Margherita Asta. Entrambi sopravvissuti, ma in modo radicalmente diverso. Legati e divisi insieme, nel corso del tempo, da quell’unico evento.

Il film nasce dal libro di Margherita Asta. L’avete incontrata durante la lavorazione e, se sì, quanto il suo punto di vista ha modificato la sceneggiatura rispetto alla prima stesura?

Certo, l’abbiamo incontrata spesso. Il libro mi fu suggerito dal caro amico Fabrizio Coniglio, che da quel testo aveva già tratto un’opera teatrale intitolata Sangue Nostro — una frase che ricorre anche nel film. È la domanda che la bambina si pone davanti alla macchia di sangue della famiglia Asta, che va a sporcare la facciata di una villetta sul lato opposto della strada rispetto al luogo esatto dell’attentato. Fabrizio ha intitolato così la sua pièce, che racconta quello che nel film è l’ultimo incontro tra Margherita e il giudice. Quel libro mi ha colpito moltissimo: il punto di vista, il modo di raccontare, mi hanno commosso ed emozionato. Da lì è nata la scelta di farne un film.

Ho voluto subito incontrare Margherita Asta, inizialmente solo a distanza, poi di persona, perché volevo ripartire cronologicamente dalla storia — anche da prima dell’inizio — adottando il punto di vista di Margherita bambina. Abbiamo parlato a lungo. Ha letto la sceneggiatura, ne abbiamo discusso, è rimasta vicina a tutta la lavorazione. È venuta a trovarci sul set, e addirittura alcuni arredi originali della casa Asta di Pizzolungo sono quelli che ci ha generosamente fornito. Tanto che una signora che ogni tanto va a controllare la sua casa di Trapani ha telefonato allarmata: «Sono venuti i ladri! Non ci sono i mobili!»

È un aneddoto carino questo!

Sì, sì! Ma la cosa più bella è che la presenza di Margherita sul set ha emozionato e motivato tutti. Le due attrici che interpretano Margherita — Aurora Menezzi da bambina e Ludovica Ciaschetti da adulta — avevano Margherita vera accanto durante le riprese. Per un caso fortunato lei era presente proprio quando giravamo le scene di casa Asta a Pizzolungo, le scene tra la ragazzina e il padre: momenti ad alto contenuto emotivo. Si è commossa, e quella commozione si è trasmessa a tutto il set.

Una cosa che mi ha incuriosito: parlando con Francesco Montanari, lui mi ha detto che ha interpretato il suo Carlo Palermo, definendolo un personaggio amletico. Volevo capire anche il punto di vista del regista: quanto il film è attinente, nei comportamenti dei personaggi, alla realtà? Lo definiresti un biopic?

Dipende da cosa si intende per biopic. Se si intende un film vicino alla realtà, che cerca di raccontarla, siamo certamente all’interno di una storia biografica. Se invece per biopic si intende un’opera il cui unico orizzonte è riprodurre la vita o ridurla a cronaca — come avviene a volte con i film su personaggi famosi della musica o dello spettacolo — direi che abbiamo cercato di andare oltre. Il racconto combinato di due esistenze così apparentemente distanti come quelle di Margherita e del giudice costituisce un film nel senso pieno del termine: con uno sguardo filmico, uno sguardo da cineasta. Il mio mestiere è usare gli strumenti del cinema per emozionare e per cercare un’efficacia drammaturgica che vada a scavare nei comportamenti e nell’emozione. Credo sia a questo che si riferisce Francesco Montanari, e su questo possiamo concordare: non volevamo fare soltanto una biografia.

Però io guardandolo ho preso per veritiere quelle reazioni, quei sentimenti. Il profilo psicologico portato sullo schermo l’ho visto come molto verosimile.

Lo è, lo è. Gli episodi che abbiamo scelto di raccontare sono tutti nel solco di quella verosimiglianza che abbiamo ricercato con cura. Io il giudice Palermo l’ho incontrato e ho letto i suoi libri. Il film si chiude nei primi anni Duemila, con l’incontro tra Margherita e il giudice — ma nella sua esistenza successiva, nella vita ritirata che conduce ormai da anni, Carlo Palermo ha continuato la sua ricerca della verità attraverso la scrittura. Ha prodotto analisi molto complesse, in cui il suo mantra ricorrente è: «Non è stata solo mafia.» Nei suoi libri ha trovato tracce e prove di collusioni che farebbero parte di un piano destabilizzante più vasto, a livelli molto alti, che lui esplora con grande rigore.

Li ho letti tutti, e questo ha profondamente influenzato il mio sguardo sul personaggio. Tant’è che insieme a Fabrizio Coniglio — che nel film interpreta anche il ruolo del PM — abbiamo sentito il dovere di dare voce alle riflessioni di Carlo Palermo, e così è nato un podcast su RaiPlay intitolato Sangue Nostro: riparte dalla storia, la racconta di nuovo, ma questa volta con le voci dirette dei protagonisti.

Bello, quindi è una sorta di estensione del film e dello spettacolo teatrale — si ricollega tutto…

È un po’ come gli extra nei vecchi DVD, che andavano a completare il disco. Margherita, da parte sua, fa un altro tipo di attività: va nelle scuole, incontra le persone, parla con i ragazzi. Il giudice ha scelto un percorso diverso, quello della scrittura e della ricerca, che abbiamo voluto ugualmente testimoniare attraverso il podcast.

Ho fatto qualche ricerca sui social e ho visto quanto Margherita sia attiva in questo senso…

Ancora una volta emerge la loro diversità, ma anche la loro vicinanza: è sempre una ricerca di testimonianza e di memoria. La memoria di Margherita passa attraverso questa sua appassionata attività di sensibilizzazione fatta con i giovani, nelle scuole, affinché quello che è stato non venga dimenticato. Riuscire a combinare questi piani — la verosimiglianza, la commozione, la riflessione storica — era lo scopo che mi ero posto. Perché il sacrificio di queste persone non sia vano, ma soprattutto perché possa parlare ai ragazzi di oggi: alle loro scelte, al coraggio personale, all’integrità, alla ricerca di giustizia. Sono temi che riguardano la vita di tutti.

Hai scelto di girare nei luoghi reali della strage. Quanto conta per te il rapporto fisico con i luoghi della memoria?

È stato fondamentale. Tutto il film è stato girato negli ambienti reali, e il luogo della strage è il luogo del film. Ci sono cinque momenti narrativi in cui torniamo su quel posto: l’aprile del passato e poi quello del futuro. Quel luogo diventa prima il luogo della strage, poi il luogo della memoria e infine il luogo del riscatto. L’ultima immagine del film — l’inaugurazione di un parco pubblico, con i ragazzi che vanno a giocare — ha emozionato tutti durante le riprese. Era un’immagine che per noi aveva un significato davvero particolare.

Hai lavorato a produzioni come La scorta, Un eroe borghese, Ultrà e Gli anni spezzati. Quanto di quel percorso, anche a livello di cifra stilistica, è confluito nel modo in cui ha scelto di raccontare oggi la figura di Carlo Palermo?

È confluito in modo notevole, anche grazie a un ricordo personale molto forte. Per tutti i film scritti con Ricky Tognazzi e Simona Izzo ho sempre seguito il set: non sempre lo sceneggiatore è il benvenuto — a volte finisce il suo lavoro e poi entra il regista. Con Ricky e Simona abbiamo invece sempre lavorato insieme, continuando a precisare e limare. È stata un’esperienza preziosa. Ho seguito il set de La scorta, girato a Trapani, all’esterno della procura. In quel periodo davanti all’ingresso c’era il rottame devastato di un’auto: era l’auto di Carlo Palermo, lasciata lì come monito antimafia. I giudici che entravano e uscivano dalla procura si trovavano sempre di fronte a quella cosa, piuttosto inquietante. Quel ricordo non mi ha più abbandonato. Più tardi, attraverso il giudice Mario Almerighi — caro amico che ha collaborato anche al documentario su Pertini — ho scoperto il libro che Almerighi aveva dedicato alla figura di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, il giudice ucciso che Carlo Palermo in qualche modo viene a sostituire nel suo incarico a Trapani. Mi ha fatto piacere omaggiarlo nel film: Ciaccio Montalto viene nominato più volte, perché il suo sacrificio è poco ricordato, e ho voluto mostrare come l’attentato a Carlo Palermo nasca proprio dalle indagini che i due avevano condotto insieme.

Guardando il film si percepisce una forte tensione tra la ricerca di giustizia e il senso di impotenza. Quei personaggi, in certi momenti, sembrano sentirsi abbandonati dal sistema. Ti interessava raccontare anche il fallimento umano dietro certe battaglie civili? E hai sentito di dover prendere una posizione morale, o hai preferito lasciare tutto allo spettatore?

La posizione morale viene sempre presa. C’è una celebre frase di Godard: ogni inquadratura è un punto di vista morale. Io lo penso davvero, e adottare un punto di vista etico è il primo obiettivo che mi pongo come regista. Sono anche lo scrittore delle mie storie — come diceva Kubrick, la regia è il proseguimento della scrittura — e per me i due momenti non si separano mai. Ci ho messo tempo prima di esordire dietro la macchina da presa, perché cambiare ruolo non è semplice: si viene incasellati, e chi è riconosciuto come bravo sceneggiatore fatica a essere preso sul serio anche come regista. Ma la mia idea di racconto non poteva che proseguire nella regia.

In questo film la scelta etica è precisa: raccontare le vittime dal loro punto di vista senza mai mostrare la mafia in modo diretto. Non si vedono mai le attività mafiose nella loro oggettività. Il film è totalmente soggettivo: siamo nella vita, nei patimenti, nei dolori, nella rinascita, nell’amore — perché c’è anche molto amore in questo racconto. C’è l’amore tra un padre e una figlia che si ritrovano soli. C’è quello in quella famiglia di donne che si riforma attorno a Margherita: l’amica di famiglia, e Antonina, la nuova compagna del padre, con cui la bambina inizialmente fatica a costruire un rapporto. Poi capisce che il desiderio del padre era dare a sua figlia una famiglia. Ritrovarsi con la zia e con Antonina, ricostituire una piccola comunità di sole donne contro le avversità: è il cuore emotivo più caldo di tutto il racconto.

C’è una scena che per te rappresenta davvero il centro emotivo del film?

È l’incontro tra Margherita e il giudice. Racconto due esistenze lontane, avvicinate dal dramma, che alla fine si ritrovano. È il loro incontro a Trento — quello che precede il finale — verso cui tutto il film tende fin dalla prima sequenza. Era la scena con cui facevo i provini per trovare la Margherita adulta, e le ho sempre dedicato un’attenzione particolare. Gli attori lo sapevano, si sono preparati a lungo, se ne parlava continuamente, abbiamo fatto molte prove anche a tavolino. E c’è un’altra cosa: abbiamo girato nella vera casa del giudice, quella che siamo riusciti a rintracciare e che i proprietari ci hanno generosamente concesso. È la vera casa da cui Carlo Palermo uscì quella mattina del 2 aprile 1985. Anche questo ha dato alla scena un’emozione del tutto particolare.

Veniamo a un tema di attualità. Molti registi raccontano la difficoltà crescente di finanziare film che non abbiano un’immediata spendibilità commerciale. Qual è la parte più frustrante oggi nel fare cinema in Italia: trovare i fondi o trovare la distribuzione?

La distribuzione è molto difficile, perché la spendibilità commerciale non è sempre immediata — soprattutto per un giovane che si affaccia oggi nel mondo del cinema. Le risorse sembrano esaurite: pochissimi attori possono offrire alla distribuzione una garanzia di successo, e quei pochi lavorano moltissimo. Il rischio è l’usura: un’eccessiva esposizione che alla fine stanca il pubblico, e budget sempre più risicati con cui competere.

C’è poi un problema specifico per chi, come me, racconta storie ambientate nel passato. Il cinema storico — quello che nel mestiere si chiama period — ha costi più alti: non si può uscire con la macchina da presa in strada, è tutto ricostruito. Un film che parte dall’85 per arrivare ai primi anni Duemila richiede ricostruzioni accurate su ogni fronte: le auto, gli ambienti, la pulizia digitale degli sfondi urbani per eliminare parabole, condizionatori, insegne moderne. Tutto questo costa. E quando proponi una storia non contemporanea, incontri spesso resistenze: «Meglio qualcosa di oggi», ti dicono. Io invece cerco di raccontare storie accadute proprio perché hanno una solidità narrativa più forte. Storie che però sappiano parlare all’oggi attraverso la metafora, attraverso un racconto utile alla contemporaneità. Lo spettatore che guarda Un futuro aprile probabilmente non lo percepisce nemmeno come un film d’epoca — e attraverso la fotografia ho lavorato esattamente in quella direzione.

C’è una storia italiana, una pagina dimenticata, che porti con te da anni e che prima o poi vorresti raccontare?

Nel tempo ne ho avute più d’una, ma alcune sono state realizzate da altri nel frattempo. Volevo raccontare la storia della Marchesa Casati, e poi ci ha fatto un film Andrea Di Sica, anche se con un titolo diverso. Adesso ne ho una su cui sto lavorando, ambientata nella Torino del secondo dopoguerra. Andiamo ancora più indietro nel tempo. Spero che possa diventare il mio prossimo film.

Te lo auguro di cuore… Se dovessi descrivere Un futuro aprile con una parola sola, quale sceglieresti?

Forse una parola oggi un po’ abusata, ma rimane la più precisa: resilienza. La capacità di riscattare l’aspetto traumatico da cui entrambi i protagonisti, con fatica ma anche con coraggio e integrità, riescono infine a uscire.

E qual è l’emozione che speri rimanga allo spettatore una volta visto il film?

Una commozione, un’empatia verso i miei protagonisti, così segnati da un destino difficile. Volergli bene, ecco.

Un futuro aprile è disponibile su RaiPlay. Il podcast Sangue Nostro, realizzato con Fabrizio Coniglio, è anch’esso disponibile sulla piattaforma e accompagna il film con le voci dirette dei protagonisti della storia.


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