Il cinema italiano ha un problema con le donne. La sceneggiatrice Giulia Calenda: "Ecco perché non ci evolviamo". E su Paola Cortellesi...
Premiata con il Nastro d'Argento SIAE, la sceneggiatrice di C'è ancora domani racconta perché aveva provato a sfuggire al cinema, riflette sul rapporto tra arte e politica e spiega perché oggi il pubblico vada riconquistato

Per anni il dibattito sul cinema italiano si è concentrato sugli spettatori. Le piattaforme streaming, i social, le sale che si svuotano, il pubblico che avrebbe perso l’abitudine di andare al cinema. Giulia Calenda la vede esattamente al contrario. La sceneggiatrice, premiata lo scorso 24 giugno con il Nastro d’Argento SIAE per la sceneggiatura, è convinta che il problema non siano gli spettatori. «Il pubblico non lo puoi fregare», dice a Libero Magazine. «Se ci sono delle cose belle il pubblico ci va». Il successo di C’è ancora domani, di cui ha firmato la sceneggiatura insieme a Paola Cortellesi e Furio Andreotti, così come quello di altri film italiani degli ultimi mesi, per lei non è un’eccezione, ma la dimostrazione che una storia capace di emozionare trova ancora il suo pubblico.
Autrice di alcuni dei maggiori successi del cinema italiano del terzo millennio, da Il più bel giorno della mia vita a La bestia nel cuore, da Scusate se esisto! a Come un gatto in tangenziale, fino appunto a C’è ancora domani, Calenda è cresciuta respirando cinema grazie alla madre, la regista e sceneggiatrice Cristina Comencini, anche se – come racconta nell’intervista – il suo primo istinto era stato quello di prendere tutt’altra strada. Oggi è al lavoro su Iside, il nuovo film di Maria Sole Tognazzi. A Libero Magazine riflette sul momento che sta vivendo il cinema italiano, sul lungo sodalizio con Paola Cortellesi, sul rapporto tra arte e politica e spiega perché continua a non amare l’etichetta di "cinema al femminile".
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Entra nel canale WhatsAppPartiamo dal cinema italiano. Negli ultimi anni il pubblico ha dimostrato di avere ancora voglia di andare in sala. Eppure continuiamo a sentirci dire che il nostro cinema è in crisi. Dove sta la verità?
«Io penso che il pubblico non lo puoi fregare. Se ci sono delle cose belle il pubblico ci va. Se ci sono dei film importanti, di cui sente il bisogno di parlare, il pubblico esce di casa. Molte volte, invece, il pubblico è stato tradito. Ritrova fiducia nel cinema italiano e poi magari arrivano film meno riusciti. Ma quando vale davvero la pena andare al cinema, la gente c’è sempre. Lo dimostrano C’è ancora domani, ma anche Diamanti di Özpetek e Follemente di Genovese. Quando una storia intercetta davvero qualcosa, il pubblico risponde».
Il presidente della SIAE Salvatore Nastasi la definisce una delle sceneggiatrici più eclettiche del panorama italiano. Ripercorrendo la sua carriera si passa dalla commedia al dramma, dal cinema alla serialità. Cos’è che le fa dire: "Questa storia la voglio raccontare"?
«Prima di tutto deve essere una storia che andrei a vedere io. Sono una spettatrice prima ancora che una sceneggiatrice. Se una storia emoziona me, mi diverte o mi incuriosisce, allora penso che possa fare lo stesso effetto anche sugli altri. Amo la commedia più di ogni altro genere, ma quello che cerco sempre è un racconto capace di mettere insieme emozione e divertimento, senza rinunciare alla complessità».
Crescendo nella famiglia di Cristina Comencini sembrava quasi inevitabile che il cinema diventasse anche la sua strada. E invece lei, almeno all’inizio, aveva scelto tutt’altro.
«Sì, ho studiato al Conservatorio proprio perché volevo prendere una strada diversa. Pensavo che il cinema fosse il mestiere della mia famiglia, non necessariamente il mio. Poi mi sono accorta che scrivere era la cosa che mi riusciva più naturale. In casa il cinema era il pane quotidiano: dopo ogni film si parlava di dialoghi, di montaggio, di costruzione delle scene. Senza rendermene conto, quella è stata la mia formazione».
A questo proposito, fino a pochi anni fa l’educazione cinematografica dei giovani passava attraverso le VHS, i DVD e i film in tv (spesso scelti dai genitori). Oggi un ragazzo apre una qualunque piattaforma streaming e un algoritmo gli suggerisce cosa guardare. Che cosa cambia?
«Non credo che il problema sia avere a disposizione migliaia di titoli. Il punto è chi accompagna quella scelta. Noi siamo cresciuti con qualcuno che ci consigliava un film, un insegnante, un genitore, un amico. Oggi quel ruolo viene svolto molto spesso da un algoritmo. È una differenza importante, perché il cinema è anche educazione allo sguardo».
Nel suo percorso ha lavorato con alcune delle più importanti registe italiane. Le dà fastidio che si continui a sottolineare quando un film è diretto da una donna?
«Sì, non mi piace parlare di "cinema al femminile", perché il problema è un altro. Le donne registe, sceneggiatrici e produttrici sono ancora poche e questo è un dato di fatto. Ma proprio per questo vorrei arrivare al punto in cui non ci sia più bisogno di sottolineare se un film è diretto o scritto da una donna. Per me esiste il grande cinema e il piccolo cinema, un film riuscito e uno meno riuscito. Non il cinema maschile e quello femminile».
Visto che siamo in tema di grandi registe, con Paola Cortellesi collabora da oltre dieci anni. Che cosa avete imparato l’una dall’altra?
«Da Paola ho imparato il coraggio. Quando crede in una storia va fino in fondo. Ma soprattutto non conosco nessuno che lavori sulla scrittura come lei. Restiamo mesi sullo stesso copione, discutiamo una battuta, una pausa, perfino una virgola. È un confronto continuo, molto franco. Se una cosa non convince, ce lo diciamo».
Molti dei suoi film raccontano il presente, ma senza trasformarsi in manifesti politici. È una scelta precisa?
«L’arte ha sempre qualcosa di politico. Però non mi piace il cinema che nasce per mandare un messaggio. Mi interessa raccontare delle persone e, attraverso le loro vite, raccontare anche il tempo in cui vivono. È successo con C’è ancora domani, quando lo abbiamo realizzato non immaginavamo che avremmo avuto un impatto sociale così forte. Ma anche con Come un gatto in tangenziale: tutti lo ricordano come una commedia, però parlava della distanza che si era creata tra una certa sinistra e quel mondo che un tempo rappresentava. A volte una commedia riesce a raccontare un’epoca meglio di un film dichiaratamente impegnato. Penso anche a Tutta la vita davanti di Virzì: raccontava perfettamente quel momento storico, senza avere bisogno di spiegare allo spettatore che cosa avrebbe dovuto pensare».
Nei suoi film la famiglia è quasi sempre molto più di un luogo affettivo. È il posto dove nascono i conflitti, i rapporti di potere, i silenzi. Che cosa riesce a raccontare una famiglia che nessun’altra ambientazione le permette di raccontare?
«La famiglia continua a essere il luogo dove impariamo tutto: ad amare, a litigare, a confrontarci con gli altri. È la prima palestra delle relazioni umane. Per questo è inesauribile da raccontare. Dentro una famiglia trovi già tutte le dinamiche che poi ritrovi nel lavoro, nella politica, nella società».
Il Nastro SIAE per la sceneggiatura premia un lavoro che resta spesso invisibile al grande pubblico. Uno sceneggiatore lavora per mesi, a volte per anni, su una storia che poi viene inevitabilmente filtrata dallo sguardo del regista e dall’interpretazione degli attori…
«Se decidi di fare questo mestiere, devi convivere con l’idea di affidare la tua storia nelle mani di altri. Noi siamo la scintilla iniziale, ma deve piacerti restare dietro le quinte. Quantomeno in Italia, perchè negli Stati Uniti lo sceneggiatore ha un riconoscimento diverso. Da noi, però, c’è ancora un modo di lavorare molto artigianale, quasi da bottega, che a me piace. C’è un confronto continuo tra chi scrive, chi dirige e chi interpreta. È un processo molto vivo e molto creativo».
C’è una storia che sente di dover ancora scrivere? Quella che magari continua a rimandare perché non è ancora il momento giusto per raccontarla?
«Ho finito da poco di scrivere insieme a Furio Andreotti e Enrico Audenino il film Iside, che Maria Sole Tognazzi sta girando proprio in questo periodo: è una storia che che volevamo raccontare da tanto tempo e sono contenta di come sia venuta. Ma la risposta è assolutamente sì, più di una. Ce ne sono tante che continuano a restare nel cassetto, perché nel frattempo arrivano altri progetti… Per il momento preferisco preferisco tenerle per me, ma prima o poi troveranno il loro momento».
