Gino Paoli, quella volta che a Sanremo parlò delle corna di Little Tony (e si infuriò per Elodie). Ci lascia l'ultimo degli "irregolari"
Ruvido, scomodo, romantico e (a volte) scorbutico: chiunque faccia il cantautore - oggi - deve qualcosa a Gino Paoli. Chi era davvero l'ultimo degli "Irregolari"

Ho incontrato Gino Paoli, per la prima e l’ultima volta nella mia vita, il 13 novembre 2016 al Roxy Bar di Red Ronnie. Davanti a me, a meno di un metro dalle mie ginocchia, non c’era un artista sbiadito dal tempo, ma un uomo tutto d’un pezzo: solido, austero, protetto da uno sguardo di ghiaccio che sembrava trapassare le persone. Era lì per raccontarsi, fiero della sua scrittura e, incredibilmente, ancora di quel suo cantare che pareva ignorare l’usura dei decenni. Al suo fianco sedeva Danilo Rea, compagno instancabile dei suoi ultimi anni sul palco, pronto ad accompagnarlo al piano tra Il cielo in una stanza e Senza fine.
Anche in quell’occasione, non scelse la via della facile diplomazia. Usò parole taglienti per descrivere l’industria discografica moderna, parlando con amarezza del successo fulminante di certe meteore, destinate a essere tritate da una fama veloce e spietata. Raccontò di come i giovani gli chiedessero: "Cosa devo fare per avere successo?", e di come lui rispondesse che non si può avere tutto e subito. Non dimenticherò mai quel gesto del "no" fatto col dito della mano destra, seguito da un movimento della testa scossa con una rabbia lucida. Era l’insegnamento di chi la gloria se l’era guadagnata centimetro dopo centimetro.
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Entra nel canale WhatsAppGino Paoli, la furia per Elodie e il disprezzo per l’estetica pop
Questa insofferenza verso la modernità "confezionata" lo ha accompagnato fino alla fine. Gino Paoli non ha mai nascosto il suo disprezzo per la spettacolarizzazione del corpo a discapito dell’arte, scagliandosi contro le nuove icone della musica leggera senza però fare nomi, almeno inizialmente. "Oggi appaiono queste cantanti che mostrano il c… più che cantare", sentenziò con la sua solita ruvidità.
Sebbene il bersaglio non fosse stato dichiarato, il riferimento a Elodie apparve evidente a tutti. La risposta della cantante – "Ci sono artisti che sono stati anche uomini di m…" – evidenziò la frattura insanabile tra la "vecchia guardia" genovese e il nuovo pop globale. Ma lui rimase irremovibile: per lui la musica doveva restare nuda, priva di quegli orpelli estetici che servivano solo a mascherare contenuti ritenuti deboli.
La gaffe di Sanremo su Little Tony
Questa totale assenza di filtri ha toccato il suo apice nel 2023, sul palco del Festival di Sanremo. Davanti a milioni di telespettatori, trasformò un momento di celebrazione in un flusso di coscienza fuori controllo. Senza che nessuno glielo chiedesse, riesumò un presunto tradimento subìto dall’amico scomparso Little Tony, parlando di "corna" consumate tra le mura domestiche con una leggerezza che molti trovarono ferale.
Quella sincerità brutale non piacque a tutti. Cristiana Ciacci, figlia di Little Tony, reagì con estrema durezza: "Ha dato del cornuto a mio padre e della poco di buono a mia madre. Un’offesa bruttissima, fuori luogo e ignorante, perché offende la memoria di persone morte. Gino Paoli non ha avuto le palle di scusarsi, né in pubblico né in privato". Fu l’ennesima dimostrazione di come il "metodo Paoli" potesse ferire nel profondo, ignorando ogni forma di tatto istituzionale.
Amori scandalosi e capolavori immortali
Ma la verità è che Paoli ha sempre nutrito la sua discografia con lo scandalo e la verità privata. La sua vita sentimentale è stata il motore di canzoni eterne. La relazione tormentata con Stefania Sandrelli, allora minorenne, sfidò le convenzioni dell’Italia bigotta degli anni ’60 e portò alla nascita di Amanda, ma anche all’ispirazione per brani come Una lunga storia d’amore, scritta proprio nel momento in cui lei lo abbandonava al suo destino. E poi l’amore viscerale per Ornella Vanoni, che ci ha regalato Senza fine, un monumento alla passione ossessiva e a quelle "mani grandi" di lei che il cantautore non avrebbe mai dimenticato.
L’ultimo degli irregolari
Il rapporto di Gino Paoli con la critica è stato un corpo a corpo durato decenni. Snobbato inizialmente per la voce "sporca" e i testi troppo crudi, col tempo è diventato l’intoccabile. Eppure, non ha mai cercato il consenso: sfidava i recensori, costringendoli a fare i conti con una poetica priva di zucchero.
Voleva il linguaggio della strada, quello per dare "un calcio in c*lo" all’ascoltatore e costringerlo a prendere in mano le redini della propria vita. Moltissime delle sue canzoni, come La Gatta o Sassi (forse la sua prediletta), diventavano di tutti non appena lasciate andare nell’aria, nonostante non fossero sorrette da doti vocali prodigiose.
Un proiettile nel cuore per oltre 60 anni
Tutto questo cinismo ha radici profonde. L’11 luglio 1963, Gino Paoli decise di spararsi al petto. Non fu un atto di disperazione, ma di noia esistenziale: "Avevo visto tutto", dirà in seguito. Il proiettile mancò il cuore per un soffio e rimase conficcato nel pericardio per oltre sessant’anni.
Quello "straniero" di piombo nel torace è stato il suo compagno di viaggio più fedele, la prova di ferro di un’anima che aveva guardato l’abisso negli occhi e ne era tornata con un ghigno amaro.
Ci lascia così l’ultimo degli scorbutici, un uomo che ha preferito essere detestato per la sua sincerità piuttosto che amato per una bugia. Un irregolare, fino alla fine.
