Garlasco in Tv, il mancato prelievo del DNA di Sempio nella vecchia inchiesta. Infante tuona: "Usciva da una narrazione comoda"
Ampio spazio dedicato al caso Garlasco a Zona Bianca giovedì 20 agosto 2026, focus su mancanze del passato, che hanno avuto non poco peso: avremmo oggi un colpevole diverso?

Il giovedì sera è ormai diventato un appuntamento fisso per "Zona Bianca", in onda anche il 20 agosto 2026 con l’ormai consueto spazio dedicato a caso Garlasco. Particolare attenzione sarà rivolta all’attuale inchiesta che vede indagato Andrea Sempio e che si avvia alla conclusione, ma senza dimenticare i numerosi errori commessi in passato.
Garlasco, Zona Bianca puntata 20 agosto 2026: il DNA di Sempio gli elementi trascurati nel 2017
Nello studio di Zona Bianca, Giuseppe Brindisi parte con uno sguardo al passato, ma tutt’altro che trascurabile, relativo a quanto era accaduto a fine 2016, primo momento in cui era finito sotto la lente di ingrandimento della Procura Andrea Sempio. Tutto questo era stato possibile innanzitutto grazie a una consulenza genetica che era stata presentata dalla difesa di Alberto Stasi, già in carcere da fine 2015. La prima iscrizione nel registro degli indagati dell’oggi 38enne risale proprio al 23 dicembre 2016, eppure nonostante quel lavoro nessuno decide di acquisire il suo DNA. Ne aveva parlato proprio la mamma in un’intercettazione telefonica:
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Entra nel canale WhatsApp"Il DNA che gli hanno rubato non si sa neanche se è il suo, perché il DNA di mio figlio non è ancora stato confrontato, a mio figlio è stato preso ufficialmente quest’anno (2025) a marzo"
Quel materiale era stato raccolto da un’agenzia investigativa a cui la difesa del condannato si era rivolta, la SKP, che lo aveva seguito recuperando in un bar una tazzina di caffè, un cucchiaino di metallo e una bottiglietta di plastica che aveva usato. Sempio aveva poi presentato un esposto sostenendo di essere vittima di una violazione del suo privato, eppure il Tribunale di Milano aveva espresso parere differente, sottolineando come tutto fosse legittimo perchè legato a un’attività difensiva. L’ex difensore di Sempio, l’avvocato Massimo Lovati, aveva parlato di "una macchinazione" ai danni del suo assistito, parole che lo hanno però portato a subire una denuncia per diffamazione aggravata.
All’epoca la Procura di Pavia aveva comunque la possibilità di disporre il prelievo del DNA nei confronti dell’indagato. La motivazione era arrivata nel decreto di archiviazione, dove si sottolineava come venisse considerata "radicalmente priva di attendibilità la consulenza tecnica sul materiale genetico offerta dalla difesa Stasi". Loro continuavano a ritenere affidabile la perizia De Stefano, che considerava impossibile comparare i dati ottenuti dalle unghie di Chiara Poggi con altri profili genetici.
Il primo a dire la sua sulla questione DNA è Milo Infante, alla sua prima presenza a Mediaset in attesa dell’esordio di lunedì, non prima però di aver confessato a Brindisi la sua emozione per il debutto nella sua nuova casa televisiva: "Sono un po’ emozionato eh, essere nello studio di una prima serata Mediaset, ti dirò, batte il cuore". Il conduttore di Zona Bianca, quindi, gli domanda perchè si parli ancora del tema: "Se credi alla regia mediatica è un modo per distogliere l’attenzione dai fatti importanti. Chiediamoci perché non sia stato prelevato il DNA nel 2017, perché la Procura non si è fatta la domanda e ha voluto prendere come oro colato un’analisi scientifica che poteva essere messa a confronto con un’altra, altrettanto autorevole. Forse perché usciva da una narrazione comoda? Da un’indagine che doveva durare 20 secondi? Questa è la domanda che ci rimane ancora oggi".
Anche Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, dice la sua nonostante all’epoca lui non assistesse chi era stato condannato da poco. "La consulenza dell’agenzia era lecita, credo abbia valore, penso che l’amico e collega Lovati sia abile nel gettare elementi di distrazione. Chissà se lo sgretolamento di queste indagini è terminato. Questo è il momento in cui è giusto venga esposta ogni teoria, arriverà il momento delle verità nascoste e quelle disvelate".
Giuseppe Guastella, giornalista del ‘Corriere della Sera’, giustifica solo parzialmente la scelta di non chiedere il prelievo del DNA: "Il Dottor Venditti aveva una situazione complicata, perché andare oltre se i periti mi dicono di non poter trovare una compatibilità con qualcuno? Il DNA non è l’unica cosa da vedere, ma la catena legata al DNA. Se si fossero fatte altre indagini, come sulle telefonate, lo scontrino, le frequentazioni o le presenze in casa Poggi, forse si sarebbe guardato a quel DNA in modo diverso. Ricordiamo che non è il DNA di Sempio, ma della linea maschile di Sempio, è come avere il cognome ma non il nome".
Lo scambio dei pedali e una teoria distorta
Non si dimentica di parlare di un tema ancora oggi dibattuto, quello dello scambio dei pedali, sempre smentito da Stasi, ma che all’inizio lo aveva portato in carcere per qualche giorno a ridosso del delitto di Chiara Poggi. La pm dell’epoca Muscio gli aveva contestato la presenza del sangue della ragazza sui suoi pedali, anche se poi si era capito non fosse sangue, per questo si era arrivati alla sua liberazione.
Il giovane aveva provato a giustificarsi pensando fosse sangue del ciclo mestruale della ragazza ma senza dare questo per certo, è De Rensis a provare a interpretare il suo modo di agire: "Alberto ha reso un interrogatorio a fronte di una bufala, che non avesse l’alibi, non sapendo che gli fosse stato cancellato, inavvertitamente, eh? Poi viene interrogato in maniera veemente sulla base di un’altra bufala, il sangue sui pedali, in quel momento il ragazzo (all’epoca aveva 24 anni) cerca di dare una spiegazione logica a domande basate su una bufala. Penso non sia semplice rendere un interrogatorio in queste condizioni".
Di questo parla in maniera chiara la recente informativa dei Carabinieri, con Brindisi che precisa che "lo scambio dei pedali non c’è mai stato". Si legge: "Appare francamente difficile percorrere con logica il filo di una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni. Tutti gli elementi o presunti tali alla base di questa vicenda sono contraddittori, alla base vi è la convinzione che Stasi con la complicità più o meno consapevole di altri soggetti, anche inquirenti, abbia consapevolmente nascosto la bicicletta nera con cui aveva raggiunto via Pascoli per ammazzare la propria fidanzata. Bicicletta poi sottratta agli inquirenti e rinvenuta solo a distanza di anni, tuttavia anche ammettendo che un assassino così freddo e calcolatore avesse commesso una superficialità degna di personaggi fumettistici, cioè quella di non far sparire definitivamente quella bicicletta, ci sono altri elementi incomprensibili, a partire dalla bici Holland sequestrata nel 2014, totalmente diversa da quella descritta con estrema precisione dalla testimone Bermani, l’unica testimone totalmente attendibile. Ma anche – come mero esercizio di stile – ammettendo che quella potesse essere la bicicletta usata dallo Stasi assassino, è impossibile spiegare un atto più illogico e incongruente dello scambio dei pedali".
Milo Infante commenta: "Se ne parla ancora perché qualcuno ha fatto un sogno dopo aver mangiato molto pesante ha immaginato che Stasi assassino cambi i pedali e li metta sulla sua bicicletta. Li butti via se vuoi liberarti di una prova. Ma la cosa incredibile è che c’è la testimonianza della signora che ha consegnato materialmente la bicicletta al padre di Alberto Stasi. Lei dice che è identica alla sua, era un premio di vendita, il papà di Stasi aveva una ditta di autoricambi, dopo avere venduto un tot di prodotti ha avuto in regalo la bicicletta. Una forzatura incredibile, resta incredibile se ne parli ancora oggi".
Caso Garlasco a Zona Bianca, il ruolo dell’impronta 33
Uno spazio ad hoc viene dato anche all’impronta 33, ritenuta dalla Procura uno degli indizi contro Sempio, che la attribuiscono a lui. "E’ il più comodo da prendere, un assassino dovranno pure trovarlo", aveva detto la mamma a un’amica. Anche il diretto interessato aveva ridimensionato la cosa, pur confermando indirettamente fosse sua: "Non è un’impronta insanguinata, hanno trovato la mia, quella di Marco (Poggi, ndr), di chi ha fatto i sopralluoghi".
Non si tratta di una traccia casuale, a partire dalla sua posizione, visto che si trova sul muro delle scale dove c’era il corpo della vittima (a un’altezza di circa 143 centimetri). Secondo la nuova inchiesta, è un contatto palmare lasciato dalla mano destra, attribuito per 15 minuzie dai magistrati a Sempio, teoria però contestata dalla difesa. "Noi non diciamo che non sia di Andrea, ma che non è identificabile", è il pensiero del consulente Armando Palmegiani. Non si avrebbe la certezza della presenza di sangue biologico, ma questo per gli investigatori non cancella il valore da dare all’impronta. Per la difesa, invece, gli esiti negativi dei test impedirebbe di ritenerla davvero legata all’omicidio. "Avessimo avuto questo dato nel 2007", ha detto recentemente Alberto Stasi con un tono di rimpianto.
Importante è il parere di Pasquale Linarello, genetista della difesa Stasi: "Ripercorro il pensiero logico applicato ai pedali, lì non c’era la certezza che ci fosse sangue, ma Stasi era stato sottoposto a un fermo per essere scarcerato dopo quattro giorni, e ancora adesso si parla di questa presunta traccia ematica. Qui invece abbiamo una traccia che ha reagito in modo energico, ma non vale più nulla. Il Colonnello Mattei dei RIS ha detto che questa impronta bagnata aveva attirato l’attenzione di chi ha fatto il sopralluogo. Ci sono altre impronte, solo questa reagisce così. Se è vero che può essere un’impronta fortuita lasciata da Sempio da chissà quanto tempo, guardate come reagisce. Ci sono le impronte dei Carabinieri sul muro, lasciate sicuramente dopo l’omicidio, nessuna di quelle impronte fresche reagisce così, solo questa lo ha fatto perché evidentemente era bagnata non solo di sudore, era una mescolanza di più fluidi biologici".
