Garlasco in Tv, Cassese svela il suo errore più grave. De Rensis tuona: "La sentenza di condanna ha dei buchi". La speranza di Milo Infante
Verità Nascoste è tornato a occuparsi del caso Garlasco martedì 22 settembre 2026, con la testimonianza d Gennaro Cassese e un focus sugli errori nella vecchia indagine

Ogni martedì si rinnova l’appuntamento con "Verità Nascoste", in onda anche il 22 settembre 2026, sempre con uno spazio lungo di approfondimento dedicato al caso Garlasco. Milo Infante può contare sulla presenza in studio di Gennaro Cassese, che aveva guidato le indagini all’epoca del delitto, pronto a dare la sua versione dei fatti sugli errori commessi successivamente. Previsto anche un focus sull’attuale inchiesta.
Garlasco, Verità Nascoste puntata 22 settembre 2026: la testimonianza di Gennaro Cassese
Si parte con un faccia a faccia tra Milo Infante e il colonnello Gennaro Cassese, ex Comandante dei Carabinieri di Vigevano, che si era occupato delle indagini all’epoca del delitto di Chiara Poggi. Il giornalista parte con una domanda provocatoria, se Alberto Stasi abbia mai avuto la possibilità di non essere considerato l’unico responsabile dell’omicidio della sua fidanzata: "Sì, abbiamo approfondito tante piste, non solo legate a Stasi. Ma dobbiamo fare una piccola differenza, se mi rivolge questa domanda come Polizia tradizionale posso dire dei tanti riscontri che abbiamo fatto, altrimenti non avremmo sentito più di 200 persone, né saremmo andati in giro per l’Italia per ricostruire alcuni avvenimenti. Poi c’è la parte scientifica, che ci collocava Alberto Stasi sulla scena del crimine".
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Entra nel canale WhatsAppInfante vuole quindi sapere cosa davvero potesse collocare Stasi sulla scena, visto che si è poi scoperto che il DNA appartiene alla linea paterna di Sempio, l’impronta 33 per il capitano Mattei non era di Stasi. "La porta a soffietto che portava alla cantina, dove non c’era la sua impronta, la camminata, l’impronta 33 abbiamo scoperto adesso che fosse bagnata, il RIS parlava di impronta non attribuibile. Per me, polizia tradizionale, non era da valutare perché non era stata attribuita. Non ho la conoscenza scientifica per giudicare quello che hanno fatto i RIS".
Il conduttore gli ricorda delle sue impronte trovate sulla parete, segno evidente che lui non avesse i guanti: "Per fortuna c’è una mia foto dove mi si vede che ricevo la dottoressa Muscio (allora pm, ndr) con guanti e calzari. Ero senza guanti quando sono arrivati i RIS, sono sceso per dirgli di guardare la porta, sono sceso in cantina, mi sono reso conto di essermi appoggiato, i RIS mi hanno poi detto che avrebbero trattato l’intero corridoio, ho chiesto quindi loro di prendere le mie impronte per lavorare per esclusione ammettendo di avere toccato il muro".
Infante fa riferimento ai primi due carabinieri entrati in casa e all’assenza di sangue sulle loro suole: "Sì, ma le loro scarpe sono state acquisite diversi giorni dopo, le hanno usato per gli orari di servizio, in alcuni casi anche oltre. La dottoressa Muscio è entrata con i calzari, ma aveva le suole sporche". Inevitabile sapere se oggi Cassese si rimproveri qualcosa per il lavoro fatto: "Una sola cosa, l’allarme dell’officina del negozio del padre di Stasi, quell’elemento doveva essere controllato nei tempi dovuti, non 45 giorni dopo".
Il giornalista a quel punto si sofferma su Andrea Sempio, provando a capire se Cassese non abbia il rammarico di non avergli fatto qualche domanda in più: "No, le domande fatte all’epoca sono state considerate corrette, noi abbiamo fatto verifiche alle sue dichiarazioni, il suo comportamento per noi era giustificato, abbastanza lineare. Se avessimo saputo che l’impronta 33 fosse sua, avremmo sviluppato il tutto per ricostruire la sua presenza sulla scena del crimine". L’ultima domanda è cruciale, quale sia l’alibi di Sempio: "L’alibi di Sempio è essere stato a Vigevano, poi bisogna vedere l’epoca della morte, nessuno può dire cosa abbia fatto dalle 9 alle 10, ma nel 2007 si diceva che Chiara fosse morta alle 11.30". A quel punto il conduttore non si trattiene, visto che allora Stasi era stato arrestato, nonostante a quell’ora fosse al computer: "Questo è uscito nel 2009, per me l’errore più grosso è comunque l’allarme".
Gli indizi raccolti contro Alberto Stasi e le incongruenze
Milo Infante torna su un dettaglio emerso nel confronto con Cassese, quello relativo al suo mancato riconoscimento della bicicletta dopo averla vista nell’officina del papà di Alberto, Stasi, eppure nonostante questo lui è stato condannato. E’ Antonio De Rensis, il suo avvocato a spiegare: "La condanna arriva con la macrodescrizione. Nella sentenza alcune cose sono state supposte, ci sono dei buchi, noi la rispettiamo, ma ci sono dei buchi oggettivi. Vent’anni fa quante biciclette nere sono state cercate? A carico di chi? Parlare della bicicletta oggi non lo condivido, credo che conti molto quello che c"è in casa, piuttosto che fuori. La storia dell’assassino che arriva in bicicletta è stata scritta da chi ci ha mandato in carcere, ci sono altre possibilità? Io credo di sì".
Il giornalista ci riportare chiarezza: "Non è che tutte volte che non c’è una prova contro Alberto Stasi la inventiamo. La bicicletta non è quella, allora vuol dire che ne ha usata un’altra, sembra la storia del lupo e dell’agnello, se non mi hai intorpidito l’acqua tu è stato tuo padre. Io ho la sensazione che sulla prova scientifica e sull’attività legata alla prova scientifica fatta avremo delle sorprese". De Rensis concorda, anche se Giuseppe Brindisi prova ad avanzare un’ipotesi: "Questo non vale, lui sa".
Il conduttore fa una considerazione personale, che solo all’apparenza può sembrare un azzardo: "A volte mi trovo a sperare che Stasi sia colpevole, se lo è ha meritato la pena e quello che gli è accaduto, ma se è innocente vuol dire che stiamo guardando all’ex ragazzo pensando a una colpa che non ha commesso e che lo fa soffrire perché accusato di avere ucciso la persona che amava e con cui voleva costruire la sua vita. Una pena peggiore della galera". Arriva a riguardo il commento dell’avvocato: "Io sono una persona molto sincera, tutte le volte che all’inizio ho parlato con la mia collega mi sono reso conto dell’innocenza di Alberto. Avendo conosciuto a posteriori Giada, se lei avesse avuto un sospetto su un miliardo, e nessuno in Italia conosce le carte come lei, non si sarebbe mossa, lì ho avuto la certezza che lei ha combattuto per un innocente".
