Garlasco, Milo Infante: "La Procura non guarda la Tv". Il manoscritto ribalta l'indagine, l'attacco di De Rensis

La puntata di Ore 14 di venerdì 19 dicembre 2025, ultima dell'anno, ha dedicato ampio spazio al delitto di Chiara Poggi e all'andamento delle indagini, in arrivo novità

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All’indomani dell‘incidente probatorio legato alla nuova indagine per il delitto di Garlasco, "Ore 14" torna in onda anche oggi, venerdì 19 dicembre 2025, per l’ultima puntata settimanale (e dell’anno), dedicando come quasi ogni giorno uno spazio al caso.

Questo filone si è già chiuso con l’udienza di ieri, con la perita Denise Albani che ha spiegato a tutte le parti interessate quanto emerso nell’esame effettuato sul DNA trovato sulle unghie di Chiara Poggi. Si è non solo confermata "la compatibilità tra il forte e il molto forte" con la linea paterna di Andrea Sempio", ma si è soprattutto esclusa ogni compatibilità con Alberto Stasi, attualmente in carcere, ma che ieri non ha voluto mancare. Ancora una volta Milo Infante non ha potuto non sottolineare lo sguardo disteso dell’attuale condannato, che dà a intravedere un margine di speranza per dimostrare, come lui ha sempre detto, di essere innocente.

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Garlasco, Ore 14, puntata 19 dicembre 2025: cosa è successo

Nella parte di "Ore 14 dedicata a Garlasco si parte mettendo in evidenza la situazione in merito ad alcuni aspetti dell’indagine che sono ancora da chiarire. Nell’incidente probatorio che si è concluso ieri c’è infatti una grande assente, l’ormai nota "Impronta 33", presente sulle scale della villetta di Garlasco, dove si trovava il corpo di Chiara Poggi. Non si tratta comunque di qualcosa che non verrà più presa in considerazione, il suo ruolo potrebbe infatti diventare centrale nella nuova scena del crimine ridisegnata nella BPA firmata dal colonnello Andrea Berti. I primi ad accorgersene, ma era evidente già a occhio nudo, erano stati i RIS di Parma pochi giorni dopo il delitto, era stata trattata con la ninidrina, che le conferisce una colorazione violacea, mentre l’intonaco viene trattato con un bisturi e sottoposto a un doppio test per la ricerca di sangue. Nel primo l’esito è dubbio, mentre il secondo, più specifico per la ricerca dell’emoglobina, è negativo. I RIS lo ritenevano importante perché in un luogo che poteva essere contestuale al delitto, ma si arrendono quasi subito, a loro dire non erano presenti abbastanza creste per identificarlo.

I carabinieri di Milano che hanno riaperto il caso ritengono logico e fattuale che quell’impronta possa appartenere all’assassino, ma solo qualche mese fa si è arrivati all’identificazione. Secondo i consulenti della Procura ci sono 15 punti di contatto con Andrea Sempio, per chi indaga sarebbe stata lasciata quando è avvenuto l’assassinio e sarebbe sporca di sangue. L’ex consulente dell’indagato, il generale Garofano, aveva invece rilevato solo cinque punti di contatto, aveva suggerito alla difesa, allora composta da Lovati e Taccia, di inserirla nell’incidente probatorio, ma loro si mostrano contrari. Dello stesso parere del genetista anche i legali di parte civile, ma arriva il no secco della Procura, oltre che dei legali di Sempio, cosa che spinge Garofano a lasciare l’incarico. L’influenza di questa impronta potrebbe però essere davvero cruciale se si arriverà al processo.

Non può che essere importante il parere dell’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi: "Sorrido amaramente quando qualche opinionista, contrario ovviamente alle nostre tesi, parla di pistola fumante che ha sparato a salve, nessuno ha mai definito il DNA come una pistola fumante. Pensare che questo accertamento sia una pistola fumante è paradossale e un ragionamento sprovveduto, tanto quanto chiedere di presentare una richiesta di revisione ora, con un’indagine di cui non conosciamo niente. Mettono le due cose sullo stesso piano".

La presenza di Alberto Stasi fa discutere

Il legale dice la sua anche in merito alla richiesta della parte civile di volere fuori dall’aula Stasi: "Mi ha generato sgomento, dispiacere, soprattutto una difficoltà a comprenderne la motivazione, per fortuna c’è un giudice che ha deciso. Ribadisco per l’ennesima volta che queste proteste debbano essere espresse a un giudice della Repubblica Italiana. Perché non c’è un’azione nei confronti del giudice da parte di chi dice che il delitto sta saltando in aria?".

Una delle critiche maggiori al ruolo del condannato è arrivata da Domenico Aiello, il legale che assiste Mario Venditti, l’ex pm di Pavia, ora indagato per corruzione in atti giudiziari: "Penso sia una presenza non consentita dal Codice, ho letto che c’è stato qualche altro difensore che ha eccepito in aula la stessa cosa, il provvedimento del giudice ha ribadito l’autorizzazione a farlo assistere all’udienza. È encomiabile l’attività che stanno facendo i difensori di Stasi, hanno creato un movimento di opinione che sta portando tutta l’Italia a credere che un colpevole è in carcere e un innocente è fuori. L’innocente però è fuori perché nessuno lo ha mai tratto in giudizio, mentre il colpevole è in carcere perché la Cassazione ha stabilito che sia un assassino con sentenza passata in giudicato. Per i veri maestri del Codice di Procedura Penale, e tra questi c’era anche il prof. Giarda, lui è uno spettatore abusivo. Per come stanno procedendo le cose, consentendo a chi dovrebbe depositare una revisione di alimentare la condanna mediatica, andremo a processo, vedremo cosa accadrà. Il sicuro innocente, per non lasciare niente al caso, è il mio assistito".

Non può che esserci una presa di posizione di De Rensis di fronte a queste parole: "Se si dice qualcuno orchestra le onde mediatiche si manca di rispetto ai cittadini, che sono pensanti e perspicaci, oggi con gli elementi alla luce del sole stanno capendo alcune cose, prima non erano noti. Il collega, che conosce la Procedura Penale meglio di me, ha presentato un’istanza al giudice per spostare l’indagine per omicidio a Brescia, ma il giudice gli ha detto di non essere titolato a farlo e che ha interpretato male la normativa vigente. Noi non stiamo orchestrando una campagna per far giudicare colpevole Sempio, ma ribadendo, come il nostro Stato democratico ci consente, di non essere d’accordo con la sentenza di condanna e stiamo lottando come parti interessate. L’indagine non è però nostra, è della Procura". Questo viene sposato in pieno anche da Infante: "La Procura non formula accuse o prende decisioni sulla base delle trasmissioni Tv o degli avvocati di parte".

L’intrigo legato al DNA

La redazione di "Ore 14" ha inoltre ascoltato Armando Palmegiani, consulente di Sempio, in merito ai noti punti di contatto che la difesa vorrebbe far valere per dimostrare la presenza del suo DNA sulla vittima: "Ne abbiamo contati più di 20, quelli che lui dice di avere toccato più volte. Tra questi ci sono le casse dell’acqua, la sedia in cucina, il lavello o la maniglia del frigorifero. La stanza della Tv è particolare, c’era il televisore mentre indichiamo poco del salotto con i divani. Abbiamo segnato il cassetto del comò e il ripostiglio dove c’erano i giochi da tavolo".

Anche su questo non manca la chiosa di De Rensis: "La famiglia di Chiara può dire tutto quello che vuole, noi dobbiamo stare il silenzio, diverso è chi ha un ruolo nei Tribunali e davanti alle telecamere, ma usa termini a mio avviso opinabili. Il manoscritto sul DNA ora entra nell’indagine come un fiume in piena, erano nella disposizione di chi li aveva, alcune parti sono importantissime".


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