Garlasco in Tv, De Rensis: "Nessuna minaccia potrà mai fermarci". Il ruolo dell'impronta 33 e la nuova versione dopo 18 anni

Filorosso ha dedicato ampio spazio al caso Garlasco lunedì 29 giugno 2026, l'avvocato De Rensis punta a far uscire la verità, ma sono diversi gli aspetti non chiari

Ilaria Macchi

Ilaria Macchi

Content Editor

Laureata in Linguaggi dei Media, amo il giornalismo, il calcio, la TV e la moda, dove cerco sempre le ultime tendenze.

Terzo appuntamento per la nuova stagione di "Filorosso", in onda lunedì 29 giugno 2026, ancora con uno spazio dedicato al caso Garlasco, alla presenza di Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, e Luciano Garofano, che si era occupato delle indagini all’epoca in veste di capo dei RIS.

Garlasco, Filorosso puntata 29 giugno 2026: il faccia a faccia con De Rensis

Si inizia come nelle scorse puntate con un faccia a faccia tra l’avvocato Antonio De Rensis e Antonino Napoleone, il giornalista parte con una domanda che non richiede secondaria, in riferimento ai tanti discorsi sulla nuova vita fuori dal carcere di Alberto Stasi, anche se più volte il legale ha sottolineato come sia ancora più importante dare un volto all’assassino di Chiara Poggi che, a suo dire, non è il suo assistito. Questa la sua opinione: "La giustizia italiana ha dato un volto, quello di Alberto, per noi, per la mia collega, per me, ma credo per molta opinione pubblica, per la Procura di Pavia, per molti consulenti, le cose non stanno così. Bisogna rispettare lo Stato che ha decretato questo, ma anche l’altra parte dello Stato che sta facendo una nuova indagine. Queste indagini non stanno durando molto, hanno la durata giusta che deve avere un’indagine che approfondisce. Un’indagine non deve escludere, deve approfondire, dieci accertamenti? Facciamone dodici, meglio due in più, se la Procura di Vigevano ne avesse fatti di più. se fossero stati analizzati i capelli, se si fosse detto subito che Alberto Stasi aveva un alibi, e si se vanno avanti da adesso fino a domattina, forse oggi parleremmo di una storia diversa. Grande rispetto per lo Stato che ha condannato, ma anche per lo Stato che indaga, per qualcuno lo Stato che indaga vale meno di chi ha giudicato, non è così".

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Monteleone prosegue parlando dell’ex pm Venditti, accusato di corruzione, ma che sembra andare verso l’archiviazione ("Ne siamo contenti", sottolinea De Rensis), il conduttore ricorda però una frase che lo ha sempre lasciato perplesso, ovvero "Mi sono bastati 21 secondi per capire che Sempio fosse innocente", a suo dire "questa è inquietante". Ecco la replica dell’avvocato: "Non sono nessuno per giudicare le sue metafore, si è determinato, non so se in base al lavoro della sua Polizia Giudiziaria o a quello che ha verificato, certo l’indagine di Pavia ci ha messo di fronte a contraddizioni inquietanti, forse se avesse visto prima l’interrogatorio del capo della sua Polizia Giudiziaria magari quella metafora non l’avrebbe fatta. Questo non perché Sempio sia colpevole, non c’entra nulla, certamente il capo della Polizia Giudiziaria di una Procura importante come quella di Pavia, con un grado importante, il massimo grado dei sottufficiali, non può porsi come si è posto lui davanti ai pubblici ministeri. , Non è una mia valutazione, chiunque intellettualmente onesto deve farlo, le immagini e le parole parlano".

Monteleone sottolinea come De Rensis abbia vissuto in prima persona episodi difficili, questi si aggiungono però alle minacce subite da una giornalista, Rita Cavallaro, oltre a quelle subite da Francesca Bugamelli, ma "anche la mia collega Giada Bocellari", precisa il legale. Lui vuole quindi subire quanto la nuova indagine influisca su questo clima: "Credo che questo caso sia molto seguito perché la società, l’opinione pubblica e i nostri concittadini hanno capito che oltre al fatto principale, la morte di una ragazza meravigliosa di 26 anni, ci sono altre sfaccettature che devono essere esaminate e venire alla luce. Per quanto mi riguarda e forse per Giada, nessuna minaccia potrà mai fermare né il sottoscritto né lei. Sono emerse varie suscettibilità, noi avvocati dobbiamo attenerci a quello che dice l’indagine, siamo concentrati a vedere dove ci porterà, è ancora aperta, lo ricordo. Ho fatto una metafora, qualcuno è andato a farsi la doccia e a schizzare l’acqua pensando che la partita fosse finita, invece gli altri sono rimasti in campo a giocare. Almeno fino a fine settembre".

Il testimone uscito allo scoperto

Lo spazio dedicato a Garlasco parte con un documento, "un verbale da cui è partito un racconto con un obiettivo, aggiornare il pubblico a 360 gradi su tutte le ipotesi e il materiale dell’inchiesta", sottolinea Monteleone. Il riferimento è ad alcuni testimoni, che riferiscono di avere visto qualcosa il 13 agosto 2007, giorno dell’omicidio di Chiara Poggi, nei pressi della sua casa in via Pascoli. Una settimana fa uno di loro ha scelto di mostrarsi, anche se c’è stato chi ha messo in dubbio la sua versione dei fatti.

L’uomo ha rivelato di essere stato quella mattina a Garlasco per un appuntamento di lavoro presso la discoteca Le Rotonde, essendo arrivato in anticipo ne ha approfittato per fare una passeggiata fino a casa Poggi, che era distante circa un chilometro. Il testimone dice di avere visto una ragazza bionda, sottolineando che "pedalava fortissimo uscendo dalla traversa nelle vicinanze" diretta verso il centro di Garlasco. Nonostante il tempo passato, lui ha reso una testimonianza spontaneamente, conscio di avere detto la verità, in caso contrario ha invitato le forze dell’ordine a denunciarlo. A sostegno della sua versione lui ha dato un numero di telefono, che non è però risultato nei tabulati delle celle telefoniche dopo le verifiche fatte dai Carabinieri. Non solo, lui ha indicato due persone che erano con lui quella mattina, per questo ritiene siano in grado di confermare tutto. Uno di loro ha parlato al programma: "Lo conosco bene, anche se non ci stiamo più frequentando – racconta il collega di Massimo Mattiuz, questo il nome del testimone -. Abbiamo organizzato quella festa con altre persone, so che lui era al cellulare, ha detto: ‘Esco, vado a fare una passeggiata, quello me lo ricordo, io ero all’interno, lui era solito camminare mentre telefonava, quindi può essere. Quando è rientrato ha detto di avere visto questa ragazza, lì per lì nessuno gli ha dato attenzione, diceva che gli sembrava di averla riconosciuta, ma nient’altro. Lui ha raccontato di avere visto questa ragazza in bicicletta che andava a forte andatura, ha dato una breve descrizione di come era vestita, quindi vestita di nero, bionda, altro no. Lui ne ha parlato quando sono iniziate a uscire le prime cose sui telegiornali, non so dirti se a fine agosto o ai primi di settembre, però sì, sosteneva di aver visto questa ragazza, lo diceva nel 2007. Lui lo ha sostenuto da subito, nessuno gli ha dato peso, non mi ha mai detto di voler parlare con i Carabinieri, anzi era timoroso di quello che avrebbero potuto chiedergli o altro. Lui ha sempre avuto un paio di numeri, quello è vero, magari non erano intestati a lui, alla mamma, per dire, quindi non risulta".

Monteleone sottolinea alcuni dettagli delle parole del collega del testimone, innanzitutto lui aveva riferito il suo racconto dall’inizio, oltre a confermare che lui avesse davvero più numeri di telefono. Il conduttore promette: "Andremo avanti su questa storia, vedremo se davvero fosse a Garlasco, abbiamo il numero di questa persona, verosimilmente potrebbe non essere cambiato da allora". Anzi, lui avrebbe fornito il suo racconto prima di Muschitta, il noto testimone che aveva dato una versione simile, per poi ritrattare e ritenuto inattendibile. In merito a Muschitta il conduttore evidenzia: "Lui ha fatto un racconto simile a quello di Mattiuz, colloca nei pressi di via Pascoli una ragazza dai capelli biondi. Non si è mai visto un verbale con una testimonianza di quattro pagine, si interrompe, poi dice di essersi inventato tutto".

De Rensis commenta: "Mi interessa meno di zero della persona di cui ha parlato Muschitta, nelle sedi competenti scopriremo di più. Muschitta è assolutamente inattendibile, a me però interessano l’indagine e il processo che hanno portato alla condanna di Stasi, la nuova indagine che lo allontana ogni giorno che passa dalla colpevolezza e della revisione, io parlo dell’indagine. Se intercetti un soggetto in maniera così repentina, prima ancora che faccia un nome, pochi minuti dopo lui viene intercettato. Il giorno dopo scrivi al GIP dicendo che il soggetto da subito si è rivelato inattendibile e lo intercetti nei 15 giorni successivi, le indagini devono avere una logica, qui vedo cose che vorrei mi fossero spiegate. Se è ritenuto inattendibile da subito, non lo intercetti in maniera repentina, io sto solo criticando un metodo di indagine, anche se non è niente rispetto al resto".

Il ruolo dell’impronta 33

Nel dibattito spazio a uno degli elementi che la Procura inserisce tra quelli a carico di Andrea Sempio, l’impronta 33, che viene a lui attribuita e presente sulle scale dove si trovava il corpo di Chiara Poggi. A complicare la situazione c’è un gesto fatto all’epoca, il pezzo di muro su cui si trovava era stato infatti grattato per essere analizzato.

Monteleone chiede a Luciano Garofano perché ritenga che quell’impronta non sia dirimente: "Si deve capire se ci fosse materiale ematico, le analisi effettuate sul grattato hanno dato esito negativo. Noi abbiamo delle interruzioni delle creste papillari uniche in ognuno di noi, che consentono di considerarla utile ai fini giudiziari e di confronto. Secondo le indagini fatte dai miei collaboratori quell’impronta non riuniva un numero sufficiente di minuzie, non aveva alcun valore, io penso ancora oggi che quelle conclusioni non siano mutate, nonostante le consulenze di parte, in particolare della difesa di Stasi".

A riguardo interviene Oscar Ghizzoni, consulente della difesa di Stasi: "Sul muro sono stati fatti due test preliminari, ci siamo accorti che non funzionano bene in presenza di intonaco e ninidrina, il risultato può essere negativo o dubbio, soprattutto quando il sangue è diluito. Non abbiamo quindi dubbi sulla mancata utilità e funzionalità di quei test". Garofano smentisce però una teoria di cui si parla spesso, ovvero che quel grattato sia stato perso: "No, i carabinieri del RIS su richiesta sia della dottoressa Albani sia della Procura hanno chiarito che il materiale grattato è stato consumato. Finiamola con questa suggestione. Rispondo però a Ghizzoni, c’è letteratura che dimostra il contrario, che la ninidrina non affligge il test per la ricerca dell’emoglobina umana".

De Rensis dice la sua: "Il Generale ha dato la sua legittima interpretazione, ma quell’impronta era visibile". L’ex capo dei RIS obietta: "Era una alonatura, sul fatto che fosse probabilmente bagnata va benissimo, ma dopo tutte le analisi nonostante ci fosse il sospetto che fosse dell’assassino abbiamo notato l’assenza di sangue, non era identificabile, per questo ha perso la sua utilità pur essendo in quella posizione". Il legale ricorda un dettaglio: "Chi ha analizzato l’impronta ci dice che la sua posizione faceva pensare che fosse dell’assassino per la non naturalezza e la vicinanza al corpo. Questo è lampante. Dobbiamo chiederci perché un investigatore dica queste cose dopo 18 anni". Interviene Garofano: "C’era l’ipotesi che potesse essere importante, ma se tutti i test non danno un valore e non la rendono identificabile non c’era bisogno che qualcuno la spiegasse. Non serviva ad alcun confronto. Gli interrogatori ai miei tre ex ufficiali sono stati fatti proprio per capire quei dubbi emersi nel corso della nuova indagine, quell’impronta non è stata censita proprio perchè non era utile". Il legale resta dubbioso: "Non mi sembra di aver letto che quell’impronta non è nulla. Mah, vabbè".


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