Gabriele Kristian Faraca e l'arte di non arrendersi mai, dal Dottorato alla Rai e Prime Video: "È iniziato tutto con una mail, grazie a mia mamma"

Dallo sport alla recitazione, passando per l'impegno con le persone con disabilità: l'attore e autore racconta la nascita della sua seconda vita come attore e il modello di cinema inclusivo e le nuove sfide

Giusy Palombo

Giusy Palombo

Giornalista e content creator

Giornalista e content creator. Racconto cultura pop e spettacolo tra articoli e video, con uno stile diretto e autoriale.

Gabriele Kristian Faraca
Comunicato Stampa

Dal lavoro sul corpo alla recitazione, passando per la ricerca accademica e l’impegno nel sociale. Il percorso di Gabriele Kristian Faraca nasce lontano dal cinema, ma proprio alcune esperienze personali e professionali lo hanno portato a scoprire nella recitazione un nuovo modo per raccontare fragilità, riscatto e inclusione. Dottore in Scienze Motorie, esperto in sport, disabilità e terapia e docente universitario, Faraca ha affiancato alla sua attività accademica quella di attore e autore, entrando a far parte della GDG Production insieme a Deborah Rocco e Gustavo Garrafa.

Un percorso iniziato quasi per caso e proseguito tra fiction televisive, cortometraggi, festival italiani e internazionali e progetti distribuiti anche su Prime Video. Al centro, però, rimane una convinzione: il cinema può essere anche uno strumento per lanciare messaggi e raccontare storie capaci di lasciare qualcosa a chi le guarda.

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Dallo sport alla recitazione: per Gabriele Kristian Faraca una strada iniziata quasi per caso

Lei arriva dalle Scienze Motorie e dalla ricerca accademica, poi entra nel cinema come attore e autore. Quando ha capito che queste due anime potevano convivere? Da dove nasce questa doppia strada?

Quando ero più piccolo guardavo serie tv e i film. Ammiravo questo mondo cinematografico e televisivo. Però non ho mai pensato di entrarci, anche perché è un settore molto difficile. Essendo amante dello sport, ho deciso di intraprendere la carriera sportiva e di farne poi la mia professione. Sono partito come ginnasta acrobata e ballerino di breakdance e ho ottenuto diversi risultati a livello regionale e nazionale. Piano piano ho continuato questa strada.

Sono dottore in Scienze Motorie. Poi, un giorno, mia madre mi manda un’e-mail con un articolo nel quale cercavano un attore e mi dice: "Ma farlo cosa ti costa?". Non ho sempre ascoltato i miei, però ho pensato: cosa mi costa farlo? E l’ho inviata. Alla fine mi hanno contattato per fare un altro ruolo. Conoscendo una speaker giornalista che è mia allieva, Deborah Rocco, mi sono confrontato con lei e le ho detto: "Sai che mi hanno contattato per fare una fiction Rai?". Lei mi ha risposto: "Questo treno passa una volta sola nella vita!". È iniziata così la mia prima esperienza con la fiction Come una madre: ho fatto una figurazione speciale, il poliziotto, e mi sono innamorato di questa nuova passione.

Nel suo lavoro l’inclusione conta molto. Secondo lei oggi se ne parla abbastanza o il rischio è che sia diventata una parola di moda?

Si parla molto di inclusione, però, a volte, sembra veramente una moda. Poi, all’atto pratico, bisognerebbe vedere come le persone intendono questo concetto. Io ho i miei studi, ma credo anche di avere un dono, perché faccio questo lavoro da circa 23 anni. Mi relaziono sempre con i miei allievi, persone con problematiche serie, e quando riesco a dare una mano con il movimento, perché il movimento è vita, non ti nascondo che alla fine mi sento più aiutato io che loro.

Per questo ho voluto mettere giù qualcosa e ho scritto delle sceneggiature. Come nell’ultimo progetto, The Last Straw, dedicato proprio a una mia allieva che ha avuto un’amputazione transtibiale. L’ho aiutata a superare questo ostacolo, ma voglio ripetermi: alla fine è stata lei ad aiutare me. Le persone con disabilità hanno delle abilità più di noi, perché sono dei supereroi che riescono ad andare avanti nella vita come pochi. Dunque, l’obiettivo è quello di inculcare nella mente di chi vede il corto la possibilità di potersi riscattare.

Cinema e serie tv contemporanei raccontano bene la società e anche le categorie più fragili? Ci sono storie che, secondo lei, non vengono rappresentate abbastanza?

Secondo me il cinema, anche la nostra commedia italiana, trattano a sufficienza il concetto di disabilità, però credo che non sia mai abbastanza. Io ricerco nel mio studio personale dei film che abbiano queste trame. L’ultimo che ho visto Corro da te con Pierfrancesco Favino. È meraviglioso perché tratta la disabilità parlando di inclusione, ma soprattutto di esclusione. Invito le persone a guardare questo film perché fa riflettere molto. Favino, secondo me, rappresenta il cinema inclusivo, se vogliamo chiamarlo così, quello aperto alle difficoltà della società e alle categorie che fanno più fatica.

Will Smith e gli incontri ai festival più prestigiosi

Lei ha raccontato di essere cresciuto guardando serie e film. Quali sono quelli che ricorda con maggiore affetto e che, magari, hanno alimentato quella prima curiosità verso il mondo dello spettacolo?

Durante la mia infanzia guardavo molto Settimo Cielo, mi piaceva tantissimo. Poi Baywatch, Flipper, Willy, il principe di Bel-Air con Will Smith. Sono dell’87, quindi, mi affascinavano queste serie tv. Ho vissuto la mia infanzia guardando queste serie senza pensare a chissà cosa. Certo, speravo un po’ come tutti i ragazzini, ma senza troppe aspettative.

In questi anni ha partecipato a diversi festival e incontrato numerosi professionisti. C’è stato un incontro o un messaggio che ha cambiato il modo in cui guarda al suo percorso?

L’incontro con Francesca Rettondini, che ho conosciuto l’altro giorno in occasione del Villammare Festival, mi ha dato una grandissima spinta. Alla fine del festival sono andato da lei, come facciamo un po’ ogni volta, per fare una foto ricordo. Mi ha detto: "Tu sei l’attore che ha fatto il film che ha vinto". E allora fare una foto con una professionista del genere, tra l’altro anche lei premiata come Best Actress, davanti a dei big del genere, perché c’erano diversi personaggi dello spettacolo, mi ha fatto sentire appagato dei sacrifici che sto facendo.

Poi mi è arrivato un messaggio proprio dal festival: "Talento del cinema, studia e cerca un buon agente. Hai un futuro scritto". Le gambe mi tremavano. Sto riscuotendo diversi successi proprio a livello di film internazionali. Abbiamo avuto il miglior cortometraggio estero presentato all’Eden Cinema di Malta premiato come miglior film, premio del pubblico. Abbiamo vinto anche come miglior trailer, che poi è stato proiettato in un altro festival a New York. Poi abbiamo avuto anche la menzione speciale a Gabriele Kristian Faraca e il premio 105 TV. Per me è stata un’emozione amplificata.

Dopo Prime Video, i festival internazionali e i traguardi raggiunti, che cosa c’è nel suo futuro con la GDG Production? E c’è una storia o un personaggio che sente di non aver ancora raccontato?

Con la GDG Production parteciperemo il 12 e il 13 settembre al Apulia Web Fest, che è un festival internazionale dove parteciperemo con già due nomination per The Last Straw. Poi il 18 e 19 settembre saremo al Caorle Film Festival, dove parteciperemo con Le Scale Invisibili, un cortometraggio che ho dedicato a mia nonna che non c’è più. Dal 24 al 27 settembre saremo al New Jersey Web Festival, negli Stati Uniti, sempre con Le Scale Invisibili, dove abbiamo ricevuto quattro nomination e anche la selezione come miglior scrittura.

Ringrazio sempre la GDG Production perché senza di loro non sarei arrivato qui, o magari ci sarei arrivato più tardi, non lo so. Ma questo è il nostro prodotto, frutto del nostro lavoro. Poi c’è un altro appuntamento che posso spoilerare: parteciperemo a un contest in Puglia dove, in quattro giorni, gireremo un cortometraggio. Ho deciso di mettermi veramente alla prova. Interpreterò un ruolo difficile. Ci sarà bisogno di un training autogeno non indifferente per poter affrontare alcune scene.

C’è anche l’animazione e stiamo pensando di coinvolgere un po’ il Sud. Vogliamo un nostro festival, vogliamo fare rete e vogliamo spingere anche altre persone come noi ad andare avanti con i propri progetti. Chi sogna e ci crede. Perché abbiamo posto tutti in questa vita. La nostra scrittura come GDG Production nasce soprattutto per poter aiutare le categorie un po’ più deboli. Vogliamo lanciare dei messaggi che possano essere utili alle persone che soffrono. La vita è anche bella, dunque, vogliamo un po’ distrarre il pubblico che ci segue.


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