Da Freddie Mercury a Michael Jackson: ecco perché i biopic musicali non raccontano più la realtà
Il ritorno in TV del film su Freddie Mercury messo a confronto con "Michael". Un genere che ha smesso di raccontare le persone per non scontentare gli eredi.

Stasera torna in tv Bohemian Rhapsody (TV8 ore 21:40), e rivederlo oggi, a distanza di qualche mese da Michael, il biopic su Michael Jackson uscito nelle sale, permette di mettere a fuoco un problema che il genere del biopic musicale continua a trascinarsi da tempo senza correggere. Lo dico senza girarci intorno: sono due film costruiti sulla stessa identica impalcatura, prodotti dalla stessa persona, con lo stesso approccio di fondo: celebrare la carriera, mettere in scena le canzoni e trattare la vita privata dell’artista come un fastidioso obbligo narrativo da sbrigare nel modo più indolore possibile. Non sono biopic. Sono, nella sostanza, dei musical con una trama di contorno.
Bohemian Rhapsody e il caso Mercury
Ripercorriamo Bohemian Rhapsody con onestà. Il film scritto da Anthony McCarten e prodotto con Brian May e Roger Taylor come produttori esecutivi – quindi con i diretti interessati a decidere cosa mostrare e cosa no – ha sistematicamente ammorbidito ogni angolo scomodo della vita di Freddie Mercury.
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Entra nel canale WhatsAppLa sua bisessualità viene accennata a stento, quasi vergognandosene. Il rapporto con Jim Hutton, il compagno che gli restò accanto fino alla morte e che rappresentò probabilmente la relazione più stabile e vera della sua vita adulta, viene ridotto a poche scene marginali con dettagli biografici persino inventati di sana pianta. Al contrario, il matrimonio mai davvero concluso con Mary Austin viene idealizzato oltre ogni misura. E per completare il quadro, il film si inventa un cattivo di comodo – il manager Paul Prenter – costruendo attorno a lui una falsa rottura della band che, nella realtà, non è mai avvenuta: i Queen non si sciolsero mai, si limitarono a un periodo di progetti solisti paralleli.
Persino la diagnosi di AIDS viene spostata temporalmente per ragioni di narrative, anticipandola rispetto a quando Mercury la scoprì davvero. Brian May, di fronte alle critiche, ha risposto che nel film "c’è soltanto la verità" e che l’intento era raccontare l’umanità di Freddie senza scivolare nell’indulgenza verso i suoi eccessi. Capisco la posizione, ma non la condivido. Qui non si tratta di evitare il compiacimento morboso, si tratta di aver sistematicamente scelto la versione più comoda e vendibile di una vita complicata, relegando la persona vera in secondo piano rispetto al prodotto-icona. Resta il fatto che il film mi emozionò già dalla prima visione in sala e ritengo sia superiore in molti aspetti alla controparte dedicata al Re del Pop.
Michael copia Freddy, ma peggio
E veniamo al film che ho recuperato in questi giorni grazie all’uscita in edizione Home Video 4K. Il parallelo con il film di Freddy è quasi imbarazzante nella sua precisione strutturale. Michael, diretto da Antoine Fuqua, doveva originariamente aprirsi con l’arresto di Jackson del 2003 per le accuse di abusi su minori – una scelta che avrebbe imposto fin da subito un tono più cupo e disposto ad affrontare gli aspetti più controversi della sua esistenza. Quella versione è stata accantonata. Il risultato è un film esplicitamente definito da più critici come "agiografico", che si ferma al momento di massima consacrazione artistica degli anni Ottanta, evitando accuratamente qualunque controversia successiva (che speriamo venga trattata nel sequel).
Il film è spettacolare, coinvolgente. Premetto che io adoro Jackson dal punto di vista artistico, è stato rivoluzionario per mille motivi diversi e probabilmente l’artista che più è riuscito ad anticipare i tempi. Ma il film è davvero un biopic? Questa è la domanda che ti mi posto guardandolo. Il film insiste sull’idea di Jackson come figura quasi predestinata alla grandezza, "pura e innocente", mentre le sequenze si susseguono più come un concerto ricostruito fedelmente – la performance del 1983 con il primo moonwalk viene riprodotta con precisione filologica – che come un’indagine reale sulla persona.
La parte migliore del film è proprio quella dedicata all’infanzia: il rapporto con il padre Joe, la disciplina spietata, la pressione costante, l’infanzia sacrificata sull’altare del talento precocissimo. È il momento in cui il film smette di "illustrare una carriera" e prova davvero a raccontare una persona intrappolata in una gabbia, per quanto dorata.
Ma è, appunto, solo un momento: una parentesi che occupa una porzione marginale rispetto alle due ore abbondanti dedicate a ricostruire coreografie e successi discografici. L’infanzia c’è, ma resta un antipasto veloce prima del piatto forte fatto di canzoni e trionfi.
Perché continuiamo a chiamarli biopic quando non lo sono più
E arriviamo al punto: se un film sceglie sistematicamente la carriera al posto della persona, se preferisce mostrare la scaletta di un concerto piuttosto che una conversazione vera tra due esseri umani, se tratta la sofferenza privata come un ostacolo da superare in fretta per tornare al prossimo numero musicale, allora chiamarlo "biopic" è semplicemente scorretto. Un biopic, per definizione, dovrebbe scommettere sulla complessità di una vita reale, con le sue contraddizioni, i suoi momenti imbarazzanti, le sue gioie e i suoi dolori non risolti.
Quello che stiamo guardando, sia con Mercury che con Jackson, è piuttosto un lungo videoclip celebrativo con una cornice narrativa minima cucita attorno, pensata apposta per non disturbare gli eredi, i produttori, i detentori dei diritti musicali – tutti soggetti che, non a caso, hanno voce in capitolo diretta nella produzione di questi film, e tutti con un interesse economico preciso nel proteggere un’immagine pubblica.
E sia chiaro, non è un problema di talento degli interpreti: Rami Malek era straordinario, e Jaafar Jackson lo è altrettanto nella sua incredibile aderenza fisica allo zio. Il problema è a monte, nella scrittura e nella produzione. Se l’industria vuole continuare a costruire questi film come concerti spettacolari con archi narrativi minimi, ben venga: sono spesso godibili, emozionanti, perfetti per far cantare il pubblico in sala. Ma allora, per onestà verso lo spettatore e verso la memoria delle persone reali che raccontano, chiamiamoli musical, non biopic. Il biopic vero – quello che scava, che mostra le crepe, che non ha paura di raccontare le relazioni scomode, i traumi irrisolti, le contraddizioni morali – è un genere diverso, più coraggioso, e visti gli incassi miliardari di entrambi questi film, purtroppo sempre più raro.
