Franco Battiato, cinque anni senza Il Maestro: l'elogio dell'incompetenza di Süphan Barzani è la più grande lezione di vita che potesse lasciarci
A cinque anni dalla scomparsa di Franco Battiato, proviamo a riflettere sul perché era molto più di un genio. E di come ci avesse già insegnato che l'iper-produttività non è che una fregatura del sistema

Cinque anni esatti. Il 18 maggio 2021 Franco Battiato cambiava piano astrale. Più che un vuoto incolmabile, nella cultura italiana ha lasciato un cratere che col tempo ha smesso di bruciare per iniziare a scoppiettare dolcemente, come un sintetizzatore vintage dimenticato acceso in loop. Oggi, però, risparmiamoci l’ennesima liturgia sul "Maestro", sull’asceta o sul geometra mistico delle nostre anime. Vogliamo ricordarlo per la sua mossa più umana, intima e, ammettiamolo, fieramente punk: la rivendicazione del sacro diritto di essere un totale principiante.
Basta incensarlo come un totem intoccabile; lui stesso sapeva quando era il caso di scendere dal piedistallo. A cinquant’anni, nel picco di una maturità artistica che avrebbe gonfiato l’ego di chiunque, Battiato ha scelto deliberatamente di fare una cosa che noi umani evitiamo come la peste: sfidare il proprio ridicolo. Si è sporcato le mani con la pittura, smontando la sua stessa aura da guru per nascondersi dietro l’enigmatico e un filo pretenzioso pseudonimo di Süphan Barzani.
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Entra nel canale WhatsAppIn questo anniversario, il regalo più grande è riscoprire quel Battiato "unplugged" e indifeso che viaggia tra i suoi quadri. Un uomo che non ha impugnato i pennelli per dimostrare quanto fosse bravo, ma per farsi una vera e propria terapia d’urto contro la noia della perfezione.
Franco Battiato e l’elogio dell’incompetenza, quando il cerchio non viene col buco
Intorno al 1990, Franco Battiato decide di darsi al disegno e alla pittura. Questa transizione non è nata dal desiderio di aggiungere un trofeo alla bacheca, ma da una radicale, lucidissima consapevolezza: non sapeva assolutamente disegnare.
Fin dall’infanzia, l’artista si era considerato negato per le arti figurative. I suoi voti scolastici in materia rasentavano l’insufficienza da matita rossa, a causa di un blocco psicomotorio che gli impediva persino di tracciare un quadrato o una linea retta senza farla sembrare una scossa di terremoto. Qualsiasi tentativo di riprodurre la realtà si traduceva in un disastro: se provava a disegnare un comune bicchiere, gli amici ci vedevano un triangolo storto e un po’ triste.
A un certo punto, la svolta masochistica: Battiato decide di affrontare il mostro. Compra tele, pennelli e colori con lo scopo esplicito di misurarsi con la propria incapacità, definendo la pittura una terapia riabilitativa per scardinare la rigidità mentale.
La dialettica dello sforzo (o: la musica è troppo facile)
La decisione di dipingere introduce nella sua vita un elemento di frustrazione che nella musica non conosceva. Per sua stessa ammissione, comporre canzoni gli riusciva con la stessa facilità con cui noi ordiniamo una pizza: un processo fluido, quasi automatico, che rischiava di trasformarsi in una lussuosa zona di comfort.
La pittura, invece, è stata un calvario metodico. Battiato ha preso la celebre massima spirituale di Gurdjieff – secondo cui per fare le cose difficili bisogna prima imparare a fare quelle facili – e l’ha completamente ribaltata. Ha scelto il massimo grado di difficoltà personale proprio perché la musica era diventata "troppo facile", priva di quella frizione necessaria a non addormentarsi sugli allori.
I primi anni davanti al cavalletto sono stati contrassegnati da una sofferenza pura. Da perfetto autodidatta, si sottoponeva a sessioni estenuanti di dieci ore consecutive, recitando la parte di una Penelope munita di acquerelli: dipingeva di notte e distruggeva tutto il mattino successivo, frustrato dal divario tra il capolavoro che aveva in testa e la crosta che era uscita dalla sua mano. Ci sono voluti anni prima di riuscire a tracciare il profilo accettabile di uno struzzo. Quando ci è riuscito, pare abbia provato un appagamento cosmico degno della scoperta della fusione a freddo.
Fallire meglio, alla faccia di Steve Jobs
La scelta di Battiato di iniziare a dipingere a quasi cinquant’anni è un meraviglioso schiaffo in faccia alla nostra "società della prestazione", quella analizzata dal filosofo Byung-Chul Han in cui siamo tutti imprenditori stressati di noi stessi.
Mentre i vari guru della Silicon Valley ci ordinano di rimanere costantemente "affamati e folli", imponendoci una vita senza spazio per l’errore o il burnout, il dilettantismo di Battiato si allinea piuttosto all’invito di Samuel Beckett a "fallire ancora, fallire meglio". Dipingere male è diventato così un atto di resistenza contro la perfezione algoritmica dei nostri tempi.
L’artigiano e la metafora degli stonati
Nel suo saggio L’uomo artigiano, Richard Sennett spiega che il vero apprendimento deriva dal corpo a corpo con la materia. Battiato ha sperimentato questa dinamica traducendola in una metafora acustica: quella degli "stonati" che in testa hanno la nota corretta, ma quando aprono la gola emettono un verso indicibile. Nel disegno gli succedeva lo stesso: la mente vedeva l’oggetto, la mano eseguiva un pasticcio.
Il superamento del blocco non è arrivato frequentando l’Accademia, ma accettando il limite e imparando i "trucchi del mestiere". Memorabile il suo racconto di una sessione di pittura a Lodi, in cui descriveva l’uso della pennellessa stesa lentamente a forma di otto: un gesto grazie al quale un grumo di vernice apparentemente orribile acquistava improvvisamente il diritto di esistere. Stratificando i colori – prima il bianco ocra, poi il bordeaux, infine il viola scuro – Battiato scopriva l’intelligenza della mano, trasformando l’inesperienza in una faticosa perizia artigianale.
Il mistero di Süphan Barzani: dervisci e fondi d’oro
Per evitare che la gente comprasse i suoi quadri solo perché "sono i quadri di Battiato", l’artista adottò lo pseudonimo di Süphan Barzani, un nome che unisce vette turche e geopolitica curda con un tocco di esotismo che fa sempre colpo.
L’incontro nei primi anni Novanta con un maestro sufi a Istanbul e lo studio di René Guénon fecero il resto, orientando la sua tavolozza verso l’arte bizantina del Monte Athos. I suoi dipinti, rigorosamente bidimensionali e ricoperti di foglie d’oro, sembrano icone sacre uscite da un monastero ortodosso rimasto isolato per secoli. I soggetti? Dervisci rotanti, sufi in preghiera e profili di amici, tutti immersi in uno sfondo dorato che annulla lo spazio e il tempo (e che, strategicamente, nasconde l’incapacità di fare la prospettiva).
La verità nell’inciampo: scendere dal cavallo (e dalla torre)
In fondo, il fallimento esecutivo di Battiato davanti alla tela è stato una salutare caduta da cavallo. Se il cavallo è il nostro Io egoico che vuole controllare tutto, cadere significa finalmente incontrare il duro della terra e ricordarsi che siamo umani. Per uno che nella musica dominava ogni singola frequenza, la pittura è stata la scelta deliberata di scendere di sella e accettare il disorientamento.
Invece di ingaggiare una lotta muscolare contro il proprio limite, Battiato ha capito che l’unico modo per superare il blocco era abbandonarsi all’errore. Diventando un finto pittore, si è rivelato più artista di molti professionisti, trovando nell’incompetenza lo specchio della propria anima.
La vera ironia di questo percorso, d’altronde, l’aveva già cantata lui stesso nel brano La torre, quando invitava con allegra ferocia a buttare giù dalla torre tutti quanti gli artisti, perché "le trombe del giudizio suoneranno per quelli che credono ciecamente in ciò che fanno". Ecco, dipingere senza esserne capace era il suo modo personale per non credere troppo al proprio ruolo di "Maestro", per scendere dalla torre del virtuosismo e rimettersi la tuta da apprendista.
Le tele di Süphan Barzani, con i loro dervisci d’oro sospesi nel nulla, rimangono il manifesto perfetto di chi ha capito che la vera liberazione non sta nel diventare un algoritmo infallibile, ma nel convivere – con molta pazienza e un pizzico di ironia – con la meravigliosa fragilità dei nostri limiti.
