Franchino Er Criminale sta per stravolgere la cucina tv: "Tutti si professano chef e invece non hanno competenze manco per niente" - Intervista
Dal successo su YouTube alla televisione, Alessandro Bologna racconta il nuovo programma, la sua idea di street food e il rapporto con i lavoratori italiani.

«Nooo, scoppierei dentro! No, assolutamente, la mia la devo dire!». È forse questa la risposta che racconta meglio chi è Franchino Er Criminale. Perché togliere ad Alessandro Bologna (così all’anagrafe) la possibilità di dire la sua davanti a un panino, a una pizza o a un piatto fumante sarebbe un po’ come chiedere a un romano di non commentare il traffico: praticamente impossibile. Dal 3 settembre il famoso youtuber porta il suo modo irriverente, popolare e senza troppi fronzoli di raccontare il cibo in televisione. L’appuntamento è ogni giovedì alle 21.25 su DMAX, canale 52, con La chiamavamo pausa pranzo, un programma che parte da un gesto quotidiano e quasi sacro per milioni di italiani: l’intervallo dal lavoro per mangiare.
Ma l’idea è andare oltre il pranzo consumato davanti al computer, il tramezzino preso di corsa o il pasto ingurgitato senza nemmeno staccare gli occhi dallo schermo, soprattutto in un Paese dove il rapporto con il cibo è parte integrante della cultura quotidiana. Il programma prova così a restituire dignità a quella parentesi di tempo: uscire, sedersi, incontrare persone e, soprattutto, mangiare davvero. La prima stagione ha una geografia precisa: Roma e il suo territorio. «Roma con i Castelli romani», spiega Franchino, «così come Ostia e il litorale». La scelta dei protagonisti è altrettanto precisa. Niente, almeno per questa prima stagione, pausa pranzo patinata da ufficio: il programma cerca soprattutto chi lavora per strada, chi ha poco tempo e spesso ancora meno possibilità di scegliere dove mangiare. «Volevo raccontate proprio questi lavoratori, l’elettricista, l’idraulico, il muratore, il ragazzo che fa le consegne con il furgone», racconta Bologna.
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Entra nel canale WhatsAppÈ la stessa umanità che Franchino ha imparato a intercettare negli anni sul web. Prima della televisione c’è infatti una lunga storia costruita su YouTube, tra video dedicati allo street food, pizze, panini, tavole calde e soprattutto alla ristorazione romana. Una produzione sterminata, «più di mille video», come ricorda lui stesso, gran parte dei quali dedicati proprio alla Capitale. Il passaggio dalla rete alla tv, però, non significa abbandonare quella dimensione. Al contrario, La chiamavamo pausa pranzo nasce proprio dall’idea di continuare a raccontare quelle persone con lo stile di sempre.
«Proprio del corriere che con il furgone, con i pacchi, deve mangiare un tramezzino, ma che non sia un tramezzino stanco», spiega. «Cercare un buon prodotto e dare un buon consiglio» questo lo scopo. E se il programma, almeno nella sua prima stagione, sembra privilegiare il lavoratore con le mani sporche di mestiere rispetto al manager in giacca e cravatta, Bologna non chiude affatto la porta agli altri. «Nulla escluso, tutto da prendere in considerazione», precisa. «Se ci sarà un manager in giacca e cravatta volenteroso di partecipare sarà accolto a braccia aperte».
Ma cosa si porta a casa, concretamente, da una pausa pranzo raccontata da Franchino? La risposta passa anche dalle sue categorie: grinta del posto, fame vs conto e botta di gusto. Tre parametri che provano a misurare non soltanto quello che arriva nel piatto, ma l’esperienza complessiva. Tra le prime scoperte, una in particolare viene ricordata da Bologna: il panino con la porchetta di Lello Bistrò. «Quello potrebbe essere un bel panino, una bella pausa pranzo veloce e non troppo cara», racconta. La domanda sulla ‘botta di gusto’, invece, resta volutamente senza risposta. «La botta di gusto sì l’ho trovata, l’ho trovata in panini e in altri prodotti ma niente spoiler… seguite il programma e lo capirete».
Più complesso, invece, stabilire quale sia stata la categoria più difficile da giudicare. E qui emerge uno degli aspetti centrali del format: il cibo conta, ma non è tutto. «La categoria che mi ha messo più in difficoltà e che era secondo me la più importante è stata proprio quella della grinta del posto», spiega. Non si tratta soltanto dell’atmosfera, ma soprattutto «del rapporto che si instaura tra il lavoratore e il locale». Perché la pausa pranzo deve essere anche un momento, per quanto breve, nel quale sentirsi accolti. «Un tramezzino mediocre che è in un bel ambiente e con un rapporto più intimo tra le parti diventa magari più buono».
Chi conosce i video di Franchino sa che il suo giudizio è spesso netto. Ma entrare in un locale con l’idea già confezionata di doverlo demolire non fa parte del suo metodo. «Non parto prevenuto o almeno faccio di tutto per non esserlo», chiarisce. Certo, ammette, l’ambiente può condizionare una prima impressione: il servizio, la pulizia, l’ordine, il modo in cui si muovono le persone. «Quindi uno si fa un’idea, cioè io inizio ovviamente a lavorare con la testa e con il cervello». Ma quella prima impressione può essere ribaltata. «Sicuramente ci sono state delle idee che non mi hanno magari entusiasmato in prima battuta però poi effettivamente il cibo, la cordialità o il servizio erano tutt’altro».
E c’è un altro elemento che potrebbe sembrare paradossale: quanto può davvero sentirsi un cliente qualunque uno dei creator gastronomici più riconoscibili di Roma? «Ovviamente mi riconoscono», ammette. Ma questo, secondo Bologna, non significa necessariamente che il risultato venga falsato. Basta entrare in un momento normale, in un locale affollato, magari in un forno all’ora di punta. «Non c’hanno tempo, non possono cambiare il prodotto oppure trattarmi meglio: le pizze sono lì e io entro così di improvviso e dico per favore un pezzo di quello, uno di quella». Insomma, che lo riconoscano o meno, «nel cercare il prodotto buono cambia poco».
All’anagrafe è Alessandro Bologna, lo abbiamo detto. Ma il nome con cui è diventato noto sul web ha una storia che nasce quasi per caso. «È nato come un gioco», racconta. Il personaggio risale a uno dei primi video realizzati circa dieci anni fa insieme a un altro youtuber, nel quale doveva interpretare un tizio con questo nome e da lì ha scelto di tenerselo. «Nel 2026 con la musica, i rapper, i finti criminali che ci sono sul web non va più di moda, lo riconosco, ma sono incensurato quindi sono criminale di nome, ma non di fatto». Una definizione che contiene anche una certa ironia nei confronti di quel mondo di personaggi che costruiscono online un’immagine da duri. «Me lo sono anche tenuto con piacere proprio come condizione irreverente verso tutto quel mondo lì, ovvero delle persone che vorrebbero far vedere che sono criminali ma poi non lo sono manco per niente».
C’è però un equivoco che Bologna sente il bisogno di chiarire. Nonostante anni di assaggi, video e recensioni, non si considera un critico gastronomico, anzi. «Io rimango un appassionato e non mi sono mai posto come critico gastronomico», sottolinea. Il suo punto di vista è quello del consumatore: «Non ci vuole una laurea per capire se un tramezzino è farcito oppure no», dice con il suo consueto registro diretto. Il ragionamento è semplice: tutti, quando mangiano, sviluppano un’opinione. La differenza è che lui ha trasformato quella pratica quotidiana in un lavoro davanti a una telecamera. «Sono semplicemente un consumatore», ribadisce, «un consumatore come tutti magari che ha mangiato mille mila pizze, mille mila tramezzini, mille mila panini e quindi magari ha un palato un po’ più sviluppato».
Il suo metodo, dice, è anche facilmente verificabile dal pubblico. «Io recensisco un pezzo di pizza che costa 3 euro: uno basta che va lì, lo compra e stabilisce in prima persona se Franchino è un inetto oppure no». Una filosofia che, nel bene e nel male, è diventata parte del suo successo. La forza sta proprio nel non collocarsi su un piedistallo. «Io ho la mia opinione ed è un mio giudizio personale», precisa. «Non sono un critico gastronomico, non sono uno chef». E proprio sugli chef arriva una delle sue riflessioni più dure. «Tutti quanti si professano chef e invece non hanno competenze manco per niente», sostiene, chiedendosi perché le competenze vengano messe in discussione soprattutto quando si parla di lui. «Perché a fare una ricettina per due persone davanti a una telecamera nella cucina di casa, se me la studio e magari me la faccio spiegare, la riproduco anche io, ma non vuol dire che sia uno chef».
Il punto, per Bologna, è la posizione da cui si parte. «Non mi metto in una posizione superiore rispetto a chi mi guarda ma provo a spiegare come è la questione allo stesso livello di chi vede il video e cerco di capire insieme a loro se un panino è farcito o non è farcito, se è cotto o non è cotto». E conclude con una frase che forse riassume meglio di qualsiasi altra la sua filosofia: «Io non insegno nulla a nessuno». Il salto da YouTube alla televisione, però, comporta inevitabilmente qualche cambiamento. Ritmi, linguaggio, tempi e regole non sono gli stessi. Ma Bologna racconta di aver avuto libertà: «La produzione non mi ha messo mai paletti e il format è veramente cucito su di me», racconta. A mettersi qualche limite, piuttosto, è stato lui. «Mi sono modulato io come prima esperienza», spiega. Una scelta personale, legata alla volontà di affrontare con professionalità un mondo nuovo. «Mi sono messo dei paletti ma non dei paletti che mi hanno snaturato».
Il Franchino della televisione, dunque, resta Franchino. Ma è un Franchino che ha scelto di «autodisciplinarsi» e di adottare «un registro leggermente diverso, un pochino più televisivo». Il resto è ancora da scrivere. «Poi vedremo come va questo primo approccio, e da quel momento magari io stesso modulerò un registro comunicativo un pochino più diretto oppure manterrò questo». Resta, infine, una domanda quasi inevitabile. Se domani Franchino entrasse in un ristorante e qualcuno gli dicesse: «Qui non puoi fare nessuna recensione», riuscirebbe davvero a trattenersi? La risposta arriva immediata, quasi senza bisogno di pensarci. «Nooo, scoppierei dentro! No assolutamente, la mia la devo dire!». Ed è probabilmente proprio qui che si trova la chiave del personaggio: dietro il nome provocatorio, dietro i giudizi tranchant e dietro la mole impressionante di video c’è soprattutto un consumatore curioso che vuole continuare a fare quello che faceva prima, soltanto davanti a un pubblico ancora più grande.
