Francesco Pannofino: "Influencer doppiatori? Poi vai al cinema e senti che la voce non si incolla alla faccia. Con Boris secondi solo a Fiorello"
Intervista al celebre attore e doppiatore, considerato tra i più bravi della sua generazione. Quest'anno è in concorso al Giffoni 2026 con Alby l'ultimo ulivo

In concorso al Giffoni Film Festival con Alby l’ultimo ulivo, il cortometraggio fantasy in cui presta il volto – grazie alla motion capture – a un ulivo secolare parlante, Francesco Pannofino si racconta in questa intervista esclusiva senza filtri. Si parla della sfida tecnologica del nuovo corto, ma anche della moda degli influencer prestati al doppiaggio, del rischio della clonazione vocale tramite intelligenza artificiale, del mito – sfatato – della "casta" nel mondo del doppiaggio, del mistero che avvolge ancora la nuova serie Harry Potter targata HBO, e del ricordo di un successo, quello di Boris, arrivato molto più lentamente di quanto si creda oggi.
Alby l’ultimo ulivo: la prima volta di Francesco Pannofino – Intervista Esclusiva
Francesco, in Alby l’ultimo ulivo diventi un personaggio parlante grazie alla motion capture. È la prima volta che presti il volto a un personaggio interamente digitale?
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppSì, dal punto di vista lavorativo è un’esperienza completamente nuova per me, almeno per quanto riguarda il cinema. Ti mettono dei sensori in faccia, con lo schermo verde alle spalle, per costruire poi il personaggio digitale. Però il risultato viene bene – hanno fatto un ottimo lavoro ed è stata una bella esperienza.
Hai già visto il risultato finale?
Non ho ancora visto tutto il corto, ma ho visto il trailer, e ho già capito che è una cosa fatta bene.
Cosa ti ha convinto ad accettare questa sfida?
Conosco Alessandro Parrello, è un ragazzo volenteroso, pieno di idee e di talento. Quando mi ha proposto questa storia ho ritenuto giusto aderire, perché parla di un tema che mi sta a cuore: la difesa dell’ecologia e dell’ambiente in cui viviamo. Penso a quello che è successo in Puglia, ai poveri ulivi morti – bisogna limitare al massimo le attività umane che creano certe tragedie, e soprattutto bisogna sensibilizzare i ragazzi. Sono molto contento che il film vada a Giffoni, perché lì ci sono i ragazzi, e secondo me molti sono già sensibili al tema, molti altri possono diventarlo. Non bisogna puntare troppo sugli adulti: sono presi dai loro affari, dai soldi, dai debiti. Pensano a fare profitti e non pensano all’ambiente in cui viviamo, che invece è la cosa più importante di tutte.
La senti, quindi, una certa responsabilità nel parlare ai più piccoli di un tema ambientale così delicato?
Sì, la sento, e ne sono orgoglioso, perché è un messaggio positivo – nessuno potrà mai dirmi che è diseducativo. Del resto, chi può essere davvero contrario alla salvaguardia degli ulivi secolari? Magari non è nel cuore di tutti, soprattutto degli adulti, come dicevamo. Ma i giovani sono più ricettivi: quando si parla di salvaguardia delle piante, degli animali, dell’aria, dell’acqua, i ragazzi sono sensibili in un modo che la maggior parte degli adulti non è più. C’è comunque un’agguerrita minoranza di adulti che si fa sentire, ed è giusto che sia così. E noi, attraverso il cinema, la divulgazione, anche la spettacolarizzazione del problema, possiamo dare una mano. Se ognuno facesse la sua parte – anche solo non buttare le cose per terra – il risultato sarebbe enorme: una goccia alla volta fa l’oceano.
Il doppiaggio oggi: influencer, qualità e il "trucco" che non deve rompersi
Negli ultimi anni si è diffusa la moda di far doppiare grandi produzioni ad attori non professionisti, spesso influencer, per attirare il pubblico social. Tu che sei stato per decenni la voce italiana di Denzel Washington e George Clooney, cosa ne pensi?
Sono operazioni commerciali, secondo me lasciano il tempo che trovano – è il pubblico che alla fine decreta la riuscita o meno di un’operazione del genere. Per agguantare qualche migliaio di biglietti in più, non si tiene conto della qualità: si fa fare un mestiere a gente che non l’ha mai fatto, perché tutti pensano che doppiare sia facile.
Io sono un grande appassionato di clip di doppiaggio, me le guardo praticamente tutte, e quando vedo certi doppiatori professionisti al lavoro mi viene la pelle d’oca, ogni volta…
È un mestiere molto difficile, che va imparato: non si può improvvisare. Poi vai al cinema e senti che la voce non si incolla alla faccia – ed è proprio quello il trucco cinematografico su cui si basa il doppiaggio. È chiaro che l’attore parla con un’altra voce, ma il pubblico non se ne deve accorgere, altrimenti il trucco non funziona, la magia si rompe.
Non mi sento di scagliarmi con violenza contro queste scelte: sono operazioni che fanno le produzioni e le distribuzioni per raggranellare più pubblico possibile. Ma lo fanno a discapito della qualità, e secondo me alla lunga questo non paga, perché il pubblico non è stupido. Non mi risulta che certe figure, senza esperienza, senza il mestiere e spesso senza nemmeno la voce giusta – perché ci vuole anche quella — vengano bene. Se poi l’influencer fa il protagonista e tutto intorno ci sono doppiatori professionisti, lui fa una figura pessima. È un mestiere. Io non sono d’accordo, semplicemente.
Intelligenza artificiale, il marchio di Luca Ward e il futuro del cinema
Uno dei temi più discussi ultimamente è l’intelligenza artificiale. Il tuo collega Luca Ward ha depositato il marchio della propria voce: è una cosa a cui avevi pensato anche tu? Ti preoccupa l’idea che la tua voce possa essere clonata senza il tuo consenso?
Sarebbe un reato, in un certo senso – non ci avevo mai pensato seriamente prima, ma capisco perfettamente Ward. Sarebbe come se qualcuno usasse il mio corpo o il mio volto per fare pubblicità senza il mio consenso.
Potrebbe anche essere accostato al tema del plagio…
Non lo so, guarda. Io credo che la tecnologia, come dicevo, non la puoi fermare – va avanti comunque. Per ora si sente benissimo che è artificiale, per ora è una schifezza totale. Non ho dubbi che col tempo la tecnologia riuscirà a raffinare la cosa. Ma quando manca la creatività, l’estro, la fantasia – queste cose non le puoi creare altrimenti, fanno parte dell’essere umano, del suo modo di esprimersi. Poi sarà sempre il pubblico a decretare cosa funziona e cosa no. Prova a fare un film interamente con l’intelligenza artificiale: non so nemmeno se costerebbe di più o di meno rispetto a un film normale, non ne ho idea. Ma mettilo al cinema, e vedrai che la gente dopo un po’ lo sente. Non puoi vedere una cosa artificiale e non accorgertene. Se ci sono effetti speciali per stupire, per creare delle emozioni, va benissimo – ma non puoi fare a meno degli attori, degli scrittori, dei registi, di chi il cinema lo fa davvero. Il cinema probabilmente andrà ripensato in futuro, non può restare sempre uguale – pensa a quanto è già cambiato passando dalla pellicola al digitale. La tecnologia va avanti, ma dell’arte umana, secondo me, non si può fare a meno.
Il mito della "casta" e i consigli per chi vuole cominciare
Si dice spesso che il doppiaggio in Italia sia un ambiente un po’ chiuso, quasi una casta. È davvero così difficile avvicinarsi a questo lavoro? E cosa consiglieresti a un ragazzo che vuole provarci oggi?
Non è una casta. Io sono figlio di un carabiniere e di una casalinga: non avendo nessuno in famiglia nel settore, mi sono fatto la mia carriera da solo. È vero che ci sono tanti doppiatori che arrivano da famiglie che fanno questo mestiere da generazioni – è un lavoro che spesso si tramanda di padre in figlio. Ma questo non dà nessun privilegio: anzi, chi arriva da una famiglia di doppiatori deve dimostrare di essere all’altezza dei genitori, se non di più. La definizione di "casta" non mi è mai piaciuta, perché la casta semplicemente non esiste.
Quindi cosa consiglieresti a un ragazzo con questo sogno nel cassetto? Quali sono i primi passi da fare?
A un ragazzo senza contatti dico: prova le scuole di doppiaggio, ce ne sono tante, ufficiali e non ufficiali – ma un conto è avere voglia di farlo, un altro è saperlo fare davvero. Consiglio sempre di fare anche esperienza teatrale, che ti dà confidenza con le battute, con i tempi. Perché per doppiare devi prima di tutto saper recitare. E poi ci vuole talento, bisogna essere portati: se hai difetti di pronuncia recuperabili solo in parte, se ti vergogni davanti al pubblico, se non sai dove mettere le mani – meglio lasciar perdere, ci sono tanti altri lavori in giro. Non è un mestiere semplice, è faticoso: prima devi affermarti, poi devi combattere contro lo stress di un lavoro diventato sempre più frenetico. Il tempo è denaro, si è sempre detto, ma oggi le produzioni corrono a una velocità impressionante. E paradossalmente aumenta il lavoro ma diminuiscono le risorse – è una cosa economica che non ho mai capito fino in fondo, un giorno qualcuno me la spiegherà. C’è secondo me una sovrapproduzione, e di conseguenza la qualità generale cala: quelli bravi vengono presi subito, poi bisogna accontentarsi delle seconde linee, delle terze linee. Alla fine, però, conta soprattutto la consapevolezza personale: ognuno deve sapere dentro di sé se questa è la strada giusta per lui, valutare con serenità i propri mezzi e i propri limiti, senza fermarsi al primo ostacolo ma anche senza illudersi.
Harry Potter, Hagrid e il mistero della nuova serie HBO
Harry Potter sta tornando grazie alla nuova serie prodotta da HBO: hai saputo qualcosa, sei stato contattato? Puoi dirci qualcosa in merito?
Non so niente, davvero. E non troverei nemmeno giusto, dal punto di vista artistico, che cambino gli attori ma non le voci: perché dovrei doppiare Hagrid con un’altra faccia ma con la stessa voce di sempre? Non avrebbe senso. Cambieranno gli attori, e secondo me devono cambiare anche le voci di conseguenza.
Sì, nella nuova serie Hagrid sarà interpretato da Nick Frost, al posto di Robbie Coltrane.
Ah, ecco – sì, avevo sentito qualcosa in questo senso. Ed è proprio quello il punto: io ho doppiato Hagrid interpretato da Robbie Coltrane, che peraltro è scomparso. Prenderanno un altro attore per il ruolo, ed è giusto che prendano anche un’altra voce.
Ti piacerebbe comunque tornare a vestire i panni di Hagrid, se te lo chiedessero?
Sì, certo che mi piacerebbe. Ma non lo troverei giusto, per il motivo che ti dicevo.
I nuovi linguaggi e il ricordo di Boris
Tra doppiaggio, cinema, televisione e ora anche motion capture: c’è ancora qualche linguaggio che non hai provato e che ti incuriosisce?
Mah, guarda, mi manca solo di andare nello spazio.
Allora forse fai in tempo!
Non credo proprio, perché sono un fifone – l’idea mi piace così, in astratto, ma tra il dire e il fare…
Magari una nuova puntata speciale di Boris nello spazio…
Sì, l’avevamo già fatta, c’era la parodia di Natale ambientata nello spazio.
A proposito di Boris: la serie ha avuto un successo clamoroso, ma è arrivato nel tempo…
Esatto, all’inizio non ha avuto quel tipo di successo. È partita su un canale satellitare, Fox, in abbonamento su Sky, quindi il pubblico era abbastanza limitato. Anche se, il primo anno, per quanto riguarda gli ascolti Sky, ci diedero comunque un premio – arrivò primo Fiorello, che allora lavorava per Sky, e subito dopo arrivammo noi di Boris. Poi, piano piano, le clip e le puntate sono state messe online, e lì la serie è letteralmente esplosa!
Boris è diventato un meme vivente…
Sono molto contento, perché ce lo meritiamo: a partire dagli autori, Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e Mattia Torre, che purtroppo non è più tra noi. Sono stati davvero loro gli artefici principali di quel successo. E poi la scelta del cast: io ho fatto il provino per interpretare René, mi hanno preso, e da lì è partita tutta l’avventura.
Ho fatto tante cose nella mia carriera, ma Boris è stato un ruolo molto rappresentativo per me, e sono contento di tutto quello che è successo intorno a quella serie.