Francesco Montanari: "Fare l'attore è un terno al lotto", da Saverio Barone ne Il cacciatore a Carlo Palermo in Un Futuro Aprile - Intervista
Il protagonista del film sulla strage di Pizzolungo del 1985 racconta il magistrato che non ha saputo reggere il peso della sopravvivenza. Su RaiPlay dal 21 maggio.

Francesco Montanari è uno degli attori italiani più versatili e riconoscibili del panorama contemporaneo. Noto al grande pubblico per ruoli iconici come Il Libanese in Romanzo Criminale e Saverio Barone ne Il cacciatore — serie per la quale ha ricevuto importanti riconoscimenti — si confronta ora con una delle pagine più buie della storia italiana. In Un futuro Aprile interpreta Carlo Palermo, il magistrato antimafia che il 2 aprile 1985 sfuggì all’attentato di Pizzolungo, in cui persero la vita una madre e i suoi due figli gemelli. In questa intervista, Montanari racconta la sua visione del personaggio, la responsabilità civile di raccontare storie vere e il senso del mestiere dell’attore.
Intervista a Francesco Montanari, attore protagonista di Un futuro aprile
Un futuro aprile racconta una delle pagine più dolorose della storia italiana. Cosa ti ha colpito immediatamente di Carlo Palermo quando hai iniziato a lavorare sul personaggio?
Vuoi essere sempre aggiornato sulle ultime news su TV, personaggi e gossip? Iscriviti al nostro canale WhatsApp
Entra nel canale WhatsAppCi tengo prima di tutto a sottolineare che non approcciato il film come un vero e proprio biopic: io faccio il mio Carlo Palermo, che potrebbe in parte differenziarsi dal Carlo Palermo reale. È una precisazione importante, perché ho fatto scelte interpretative che potrebbero allontanarsi da ciò che lui ha fatto o avrebbe fatto. Detto questo, ciò che mi ha colpito, al di là della ferocia del fatto di cronaca in sé, è che Carlo Palermo era un uomo pronto a tutto tranne che a ciò che gli è successo. Aveva messo in conto di poter pagare delle conseguenze per la scelta di fare il magistrato antimafia: di perdere la vita, di mettere a rischio i suoi cari, la sua scorta. Ma non aveva messo in conto la possibilità di coinvolgere degli estranei innocenti con la propria scelta.
Quindi è un uomo che, nonostante l’aspetto granitico, nonostante la determinazione e l’integrità che un magistrato deve saper incarnare, scopre di non essere fatto per quel tipo di lotta. La sua fragilità prende il sopravvento e vince. E questo mi interessa molto, perché siamo abituati a vedere figure di certi ruoli che trasformano il dolore e la ferita in senso di rivalsa. Siamo molto meno abituati a vedere persone comuni che magari ‘vestono’ i panni di un magistrato e semplicemente cedono. Chiaramente parlo di personaggi cinematografici, non di realtà.
Qual è stata la sfida più grande nel recitare il trauma di un uomo che porta su di sé il peso delle vite spezzate a Pizzolungo?
La sfida, bella quanto impegnativa, è che questo personaggio lo trovo profondamente amletico. È un uomo che fa del proprio fantasma, del proprio senso di colpa, la sua ossessione. Nel film vede Margherita pochissimo quand’è bambina, la intravede appena, fino a ritrovarla da adulta. Nel frattempo lavora, elabora tutto da solo. Quel fantasma, quella voce interiore, quel senso di impotenza lo distruggono: è bloccato, come Amleto, incapace di agire.
E questo lo porta all’isolamento…
Esattamente. Si isola, e in quell’isolamento consuma se stesso.
Per anni il pubblico ti ha amato per ruoli di potere criminale ma avevi già anche vestito i panni di un magistrato. Questa storia però, parla soprattutto di vite distrutte dalla mafia. Ti interessava questo cambio di prospettiva, dal punto di vista professionale?
Sì, prima di questo film avevo già interpretato un magistrato ne Il cacciatore — tre stagioni, un grande successo, forse paragonabile a Romanzo Criminale — e per quel ruolo ho ricevuto importanti riconoscimenti. Quindi la magistratura, dal punto di vista della filmografia, la conosco abbastanza bene. Non c’è stato nessun senso di novità rispetto a questo: tra Romanzo Criminale e Carlo Palermo sono passati moltissimi ruoli, di ogni tipo. Non sento nessun cambio di rotta radicale.
Tornando al lavoro sul personaggio: hai avuto modo di studiare materiali specifici su Carlo Palermo, o di confrontarti con lui?
Carlo Palermo non l’ho conosciuto di persona. Margherita, sua figlia, l’ho incontrata alla conferenza stampa. Ma la verità è che quando non si fa un biopic diventa più importante la sceneggiatura e il punto di vista del regista rispetto a qualsiasi ricostruzione filologica — di fattezze fisiche, fisionomiche, vocali — della persona reale. Ciò che conta è il personaggio scritto e ciò che la storia vuole raccontare. Per me la sceneggiatura e la visione del regista diventano quasi una bibbia.
Ti sei attenuto principalmente a quella, quindi?
Sì, è il mio strumento principale. Come il martello per un fabbro.
Due parole sul rapporto tra Carlo Palermo e Margherita Assa, che è chiaramente centrale nel film.
Il loro è un rapporto molto romantico, nel senso quasi faustiano del termine: un rapporto di idee, di pensieri, di interiorità. È come una grande epistola mai spedita, fino a quando Margherita adulta, con tenacia, va a scovarlo in un paesino nella provincia di Trento. Quella è una scena liberatoria.
Per Margherita quell’incontro porta un significato preciso: siamo sopravvissuti, abbiamo il dovere di essere testimoni. Per il mio Carlo Palermo, invece, la testimonianza della sopravvivenza è un’altra: sì, siamo sopravvissuti, ma io mi faccio da parte. Credo che da quell’incontro il mio Carlo Palermo, più che perdonarsi, arrivi ad accettare il fatto di non riuscire a perdonarsi. E trovo che sia una distinzione molto interessante.
C’è una scena che ti ha lasciato addosso qualcosa, anche dopo la fine delle riprese?
Più che una scena specifica, ciò che ti rimane è l’esperienza nella sua interezza. Girare nei luoghi reali, incontrare persone che all’epoca erano lì — membri della scorta di Carlo Palermo, che ancora oggi portano addosso quei giorni, e si vede — ti cambia qualcosa dentro. Stai facendo finta, ma in un contesto dove c’è stato sangue reale. E si sente, a livello energetico.
Ciò che ti rimane addosso è il senso del reale, il senso di responsabilità verso la storia che stai raccontando. Io credo che ci sia sempre una responsabilità nelle storie che raccontiamo, anche in quelle di pura fantasia. Ma quando le storie sono tratte dalla realtà, e hai la possibilità di stare nei luoghi dove quella realtà è ancora tangibile, dentro di te si muove qualcosa di diverso. E quando l’esperienza finisce, ti lascia un po’ orfano. Perché era una carica energetica fortissima.
Negli ultimi anni hai alternato personaggi molto fisici e istintivi ad altri più interiori. Oggi cosa ti interessa davvero trovare in un ruolo?
Io credo nelle grandi storie, soprattutto nel cinema e nell’audiovisivo. I ruoli sono una conseguenza dell’ambizione che ha la storia. Quando trovo una storia che mi emoziona — anche su una tematica che all’inizio credevo non mi riguardasse — e sento quel colpo di fulmine, decido di provarla. Il ruolo, in sé, è secondario. Mi piacerebbe incontrare una bella storia: quello sì.
Detto questo, c’è un filo conduttore nei miei personaggi: la crepa interiore. È il tipo di attore che sono. Mi interessa indagare la frattura, anche a teatro, dove faccio tantissimi personaggi ‘rotti’. Sono convinto che senza conflitto non ci sia movimento: più il conflitto è profondo, più il racconto ha forza. E non vuol dire fare necessariamente tragedie — anche le grandi commedie nascono da crepe profonde. Dipende da come la storia viene scritta intorno. Quello che è certo è che i personaggi binari, monolitici, superficiali, non mi appartengono.
Hai sentito il peso di raccontare una storia ispirata a fatti reali, rispetto a quando lavori su storie di pura fantasia?
Quello lo senti forse più da cittadino che da attore. Questi sono i rari casi in cui la responsabilità della dignità che devi rappresentare dal punto di vista attoriale collima anche con il tuo senso civico personale. E quindi più che sentire la responsabilità, senti un amore più immediato, più viscerale, verso ciò che stai facendo.
C’è stato un momento nella tua carriera in cui hai sentito di dover ricominciare da capo, come se stessi cercando un futuro aprile anche tu?
Quello è all’ordine del giorno dell’attore. Non è un momento: è uno stato permanente, a qualsiasi livello di carriera, anche per chi ha il frigo pieno. Perché è un lavoro precario e ciclico: ogni progetto finisce, e quando finisce è come la fine di una piccola storia d’amore. Devi ricominciare da capo.
Devi avere la fortuna, la possibilità e l’intelligenza di rendere il tuo lavoro il più possibile continuo e a un certo standard. Non è facile, perché ciò che fai non porta necessariamente altro lavoro. Anzi, spesso ciò che fai rimane fine a se stesso, anche se è di grande successo.
Nel teatro funziona diversamente: uno spettacolo riuscito fidelizza il pubblico, e quella fidelizzazione può portare ad altri ingaggi. Se produci qualcosa di buono, quell’eco si propaga. Nell’audiovisivo non è detto che sia così. Puoi fare un prodotto di grande successo e continuare a lavorare, oppure aspettare anni. Puoi lavorare solo tu, puoi non lavorare mai più. È tutto molto variabile.
E non è nemmeno detto che fare il miglior provino di tutti significhi essere presi. Devi incontrare le immagini del regista, del canale, del produttore, del distributore: almeno quattro variabili su cinque devono allinearsi. È sempre un terno al lotto. Ci sono attori eccellenti, con provini straordinari, che non vengono scelti nonostante vengano da un grande successo. Non puoi pianificare nulla. Su Instagram vedo colleghi che sembrano vivere fuori dalla realtà del mestiere: anche attori affermati che in vacanza devono prendere un volo e tornare a New York per un provino improvviso. Non esiste programmazione vera.
Non è un lavoro dove il merito lineare esiste — non perché sia pieno di raccomandazioni, ma perché c’è il gusto personale che pone e dispone. Io rientro tra i fortunati che vivono del proprio mestiere, ma ti garantisco che è anche una fatica continua, e non puoi fare tutto: se accetti qualsiasi cosa, la qualità ne risente, e con essa la tua credibilità nel tempo.
Dico sempre che mi piacerebbe che il mio più grande fan fosse il produttore sotto casa, non il barista. È come il figlio di ogni madre: il migliore, il più bravo. Ma non se lo chiede nessuno.
Per chiudere: se dovessi descrivere Un futuro aprile con una sensazione più che con una trama, quale sarebbe?
Difficile equilibrio. Un difficile, prezioso equilibrio.
E cosa vorresti che rimanesse allo spettatore dopo aver visto il film?
Che dietro i nomi — Strage di Pizzolungo, date, numeri — ci sono persone in carne e ossa, che hanno combattuto e che combattono tuttora per la libertà. Una parola abusata, lo so, eppure costantemente calpestata. Perché il concetto di mafia non è più solo un male visibile e dichiarato: è un’attitudine, un sistema in cui grandi poteri — anche lontanissimi dal senso etimologico di mafia — sovrastano gli altri in nome della propria forza economica e politica. È quello che viviamo ogni giorno. Spero che il film ridia un germe di senso etico. Perché l’etica non è un concetto astratto: è ciò che definisce i confini personali di ciascuno di noi.
