Francesco Guccini, l'ultimo saluto con quello che amava di più: esce il racconto postumo 'Calde le pere'. Di cosa parla

Un'ultima opera per ricordare Francesco Guccini: 'Calde le pere!' esce a meno di un mese dalla scomparsa del cantautore modenese

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Si può lasciare un testamento fatto di beni, ma c’è chi invece lascia parole. Francesco Guccini, scomparso il 6 agosto scorso a 86 anni nella sua Pavana, ha scelto la seconda strada, quella che ha percorso per tutta la vita.

Fino agli ultimi giorni della sua vita ha lavorato a un nuovo libro: si intitola Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla, arrivato in libreria per Giunti lo scorso 27 agosto, 96 pagine per 14,90 euro. Siamo quasi di fronte a una lettera d’addio scritta con la materia che amava di più: le storie, i luoghi, il dialetto della sua terra.

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Il 23 luglio, appena due settimane prima di morire, Guccini aveva raccontato la genesi del libro in una dichiarazione affidata al suo editor, Paolo Iacuzzi: parole che oggi si leggono con un groppo in gola, dedicate al fiume protagonista di tante sue canzoni e al dialetto che non ha mai smesso di difendere dall’oblio.

Di cosa parla ‘Calde le pere’: la trama del romanzo postumo

L’origine del libro è quasi casuale: alla base c’è un vecchio brogliaccio, un quadernetto di appunti che un amico aveva raccontato a Guccini di aver trasformato, tempo addietro, in uno spettacolo di cabaret.

Da quel materiale dimenticato lo scrittore ha fatto rinascere un racconto dal gusto antico con una ragazza in bicicletta che sfreccia lungo le strade di Casalecchio sul Reno, e lancia nell’aria un grido che nessuno dimentica, ‘Calde le pere!’, dando così il titolo a tutto il libro.

Accanto a questa figura misteriosa, Guccini intreccia una seconda vicenda, presa da una diceria popolare della zona: quella di una fanciulla di specchiata virtù che, dopo un tuffo nelle acque del fiume, si scopre inaspettatamente incinta.

Sono racconti che circolavano a voce, di osteria in osteria, e che l’autore trasforma in una novella brillante, dove ironia e sensualità camminano insieme senza mai scadere nel volgare. Il libro è diviso in tanti piccoli quadri, ognuno con un titolo buffo e una didascalia scherzosa con un omaggio dichiarato a due autori che Guccini portava nel cuore, Laurence Sterne e Jerome K. Jerome.

Pavana, il Reno e il dialetto: Guccini scrittore

Ma ‘Calde le pere’ è anche, e soprattutto, un ritorno a casa. Nelle pagine dedicate ai boschi e ai prati dell’Appennino pistoiese, Guccini fa rivivere erbe, fiori e frutti chiamandoli con i loro nomi in dialetto pavanese: parole che tornano identiche, chi le ha lette lo riconoscerà, anche in Cròniche epafàniche e in Tralummescuro.

Non è un vezzo da nostalgico perché sappiamo che Guccini è stato per anni uno studioso appassionato di lessicografia e dialettologia, e per lui le parole del dialetto non erano folklore, ma memoria viva, il modo in cui una comunità intera ha nominato e amato la propria terra.

E poi c’è il Reno, che nelle sue ultime parole diventa quasi una geografia dell’anima: aveva immaginato se stesso disteso in quel fiume, con "la testa tra i prati di Pavana, i piedi verso Modena e Bologna". Un’immagine che lega per sempre lo scrittore al paesaggio che lo ha cresciuto.


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