Francesco De Gregori, onesto o contraddittorio? Perché dietro le parole su Bruce Springsteen c'è molto altro. Il colpo di genio 'socratico'
Se ne parla da giorni: Francesco De Gregori non si schiera politicamente e critica chi lo fa, in questo caso Bruce Springsteen. Ma cosa c'è davvero dietro le sue affermazioni?

Così parlò Francesco De Gregori: "Che titoli ha un uomo di spettacolo per dare lezioni? C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo". E poi il colpo di genio, quasi socratico nella sua ostentata umiltà da finto tonto: "Io ho le idee confuse, e mi sembra onesto averle confuse".
A prima vista, quella impartita dal Principe in occasione della presentazione di Nevergreen: Perfette Sconosciute sembra una straordinaria lezione di onestà intellettuale. Un rinfrescante bagno di realtà contro il presunto narcisismo etico delle popstar che usano i maxischermi degli stadi per dispensare pillole di geopolitica spicciola tra un brano e l’altro. Ma siamo davvero sicuri che sia così? O dietro questo improvviso e quasi commovente "pudore del palcoscenico" si nasconde la più classica, e forse un po’ pigra, democristianeria del cantautorato nostrano?
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Entra nel canale WhatsAppAffermare che un artista non abbia i "titoli" per fare politica è una tesi meravigliosamente paracula. Specie se a firmarla è lo stesso uomo che per cinquant’anni ci ha spiegato che La storia siamo noi, che Viva l’Italia (anche se l’Italia è assassinata dai giornali) e ci ha fatto piangere sulla fine del povero Pablo. Chi lo conosce bene sa che non si è mai esposto, quindi niente di nuovo sotto il sole, ma il mondo di oggi è profondamente cambiato.
Il "Virtue Signaling" da stadio: la linea De Gregori (o del "non fatemi domande difficili")
La tesi di Francesco De Gregori è spietata, ma ammettiamolo, ha il suo fascino cinico: il proclama politico dal palco non è attivismo, è solo esibizionismo morale a buon mercato (virtue signaling, per gli amanti degli inglesismi). Quando una rockstar ferma il concerto per lanciare il santino ideologico di turno, cosa rischia? Niente. Non sta sacrificando la carriera (ormai consolidata), sta solo accumulando punti simpatia davanti a un pubblico che ha pagato il biglietto proprio perché la pensa esattamente come lei. Il concerto si trasforma così in una cattedra pedagogica unilaterale, dove il cantante sale in cattedra e tratta gli spettatori come una scolaresca un po’ distratta da catechizzare.
Ed è qui che cascherebbe l’asino. Questioni geopolitiche mostruose – la polveriera di Gaza, le elezioni USA, i diritti in Iran – vengono ridotte a slogan binari, robe da "buoni contro cattivi", perfette per un coro da curva o per una storia su Instagram da quindici secondi.
Contro questa vera e propria "dittatura della coerenza", De Gregori rivendica il sacrosanto diritto di Walt Whitman: contenere moltitudini e, soprattutto, avere le idee deliziosamente confuse. L’arte non deve dare risposte preconfezionate, deve limitarsi a fotografare le ferite del mondo, come facevano Generale o La Storia. Chi elargisce dogmi al microfono ha smesso di fare arte perché starebbe solo recitando un copione per non farsi cacciare dalla propria bolla social.
Questo rifiuto, a onor del vero, ha radici profonde e parecchio dolorose. È il trauma mai superato del 2 aprile 1976, quando al Palalido di Milano un collettivo della sinistra extraparlamentare decise di sequestrare De Gregori sul palco, processandolo in diretta davanti al suo pubblico. Lo accusarono di essere un borghese che si arricchiva sulla pelle degli operai e gli suggerirono, con estrema delicatezza, di suicidarsi come Majakovskij. Chi ha visto il volto del fanatismo ideologico da così vicino, oggi giustamente si pone delle domande quando vede un collega sventolare verità assolute. È la stessa via di fuga scelta da Bob Dylan nel 1963, quando mandò a quel paese i movimenti folk che lo volevano come messia politico, preferendo la sacra libertà di essere imperfetto (e di farsi i fatti suoi).
Il silenzio è una scelta: la linea Springsteen (o del "buon cuore a pagamento")
Proviamo però a ribaltare la frittata. Davvero quella di Francesco De Gregori è umiltà? O è solo una comoda, e molto democristiana, paraculaggine per non perdere fan a destra e a manca?
Quando si gestisce una piattaforma mediatica monumentale e si hanno milioni di persone che pendono dalle proprie labbra, smetti di essere un semplice "uomo di spettacolo". Diventi un megafono. In tempi di populismi, fake news e derive autoritarie, l’intrattenimento rigorosamente apolitico smette di essere neutrale: diventa una forza conservatrice che dà una bella pacca sulla spalla allo status quo. E quindi restare in silenzio per non agitare le acque è una precisa scelta politica: quella di proteggersi e non scontentare il cliente sovrano che ha sborsato cento euro di biglietto.
È anche una questione di coerenza di vita. Se per oltre quarant’anni costruisci la tua intera epopea cantando i disperati, la working class e le ferite dei reduci (Born in the U.S.A., The Ghost of Tom Joad), non puoi improvvisamente girarti dall’altra parte quando i diritti di quelle stesse persone finiscono nel tritacarne. Se lo fai, la tua famosa empatia non è arte: è solo un ottimo espediente retorico per vendere vinili colorati ed edizioni deluxe.
Nel suo ultimo tour mondiale, Bruce Springsteen ha trasformato i suoi show in vere e proprie messe laiche di resistenza civile. Ha attaccato frontalmente le politiche sui migranti e i tagli umanitari, beccandosi insulti pubblici da Donald Trump in persona (che lo ha liquidato come un "fastidioso cafone") e minacce di morte che hanno costretto a blindare gli stadi. Il Boss ci mette la faccia, il corpo e pure qualche potenziale milione di dollari. Schierarsi, in questo caso, è l’atto di coraggio che nobilita l’artista. Il silenzio di De Gregori, al confronto, rischia di sembrare la puzza sotto il naso di un intellettuale un po’ snob arroccato nel suo bel teatro d’essai.
Il grande inganno del il capitalismo d’assalto
La verità, però, potrebbe essere ancora più cinica e decisamente meno romantica. Nel tardo capitalismo in cui galleggiamo, anche il dissenso è diventato una merce di lusso ben confezionata. Se un artista tradisce all’improvviso i valori della sua base di fan, il castello di carte crolla e gli ascolti colano a picco. Ecco perché l’attivismo politico spesso si trasforma in brand activism. E così, anche le popstar (o rockstar, in questo caso) usano le battaglie sociali per connettersi emotivamente a una generazione di consumatori che vuole sentirsi "dalla parte giusta della storia" acquistando merci simboliche. Compri il biglietto del concerto del Boss, urli un po’ contro il cattivo di turno, e ti senti magicamente assolto da tutti i peccati del mondo occidentale. Il dissenso viene addomesticato, impacchettato e venduto alla modica cifra di 150 euro (più diritti di prevendita, s’intende).
Sotto i riflettori di questa polemica si riaccende il vecchio scontro filosofico del Novecento, ma in salsa pop. Da un lato abbiamo Jean-Paul Sartre, che considerava la parola come un’arma e l’impegno un dovere inevitabile (perché anche stare zitti è una scelta, e spesso la più comoda). Dall’altro abbiamo Theodor Adorno, che da buon guastafeste ammoniva: quando l’arte si piega alla propaganda diventa pessima arte, e spettacolarizzare il dolore dei deboli negli stadi serve solo a trasformare la sofferenza in un prodotto consolatorio. Della serie: piangiamo insieme, ma poi tutti a casa in SUV.
La scelta finale
La faida a distanza tra De Gregori e Springsteen, insomma, ci mette davanti a uno specchio decisamente fastidioso e ci costringe a spogliarci delle nostre ipocrisie di ascoltatori paganti.
Da un lato, la "linea Springsteen" ci mostra come la guerra santa contro il politico cattivo possa essere cavalcata dal mercato per aumentare il valore emotivo di un brand, rassicurando lo spettatore sulla propria superiorità morale tramite l’acquisto di un pass VIP. Dall’altro, la "linea De Gregori" prova a smascherare questa farsa commerciale, ricordandoci che pretendere lezioni di etica da chi vive letteralmente di applausi e vanità è, forse, il vero fallimento critico della nostra epoca.
La vera domanda che questa sfida tra titani ci lascia sul piatto è tanto semplice quanto spietata: preferite sostenere un artista un po’ ipocrita ma schierato dalla parte "giusta", o un artista onesto che si dichiara comodamente confuso mentre il mondo va allegramente a fuoco?
