Francesco Cavestri, il nuovo prodigio del jazz italiano (e di Forbes) incorona le più grandi: "Malika Ayane e Mina su tutte". L'intervista

Raffinato, eclettico, sperimentale: il jazz di Francesco Cavestri ha fatto il giro del mondo ma ora torna in Italia con un concerto a Bologna. L'intervista a Libero Magazine

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Pianista, compositore e "anima curiosa" del nuovo jazz italiano, Francesco Cavestri è un talento che sembra aver bruciato ogni tappa: dai primi tasti sfiorati a quattro anni fino ai palchi di Boston e New York, fino alle prestigiose borse di studio del Berklee College e il riconoscimento di Forbes tra gli Under 30 più influenti. Ma al di là dei premi e della nomina a Steinway Artist, è abile nel far dialogare mondi lontani – da John Coltrane ai Radiohead, dal rap di Willie Peyote alla purezza di Paolo Fresu – con una naturalezza che trasforma il jazz in un linguaggio vivo, incredibilmente vicino alla sua generazione. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare questo viaggio che, dopo aver toccato Dubai e la Germania, lo riporta a casa.

Francesco, com’è entrata la musica nella tua vita?

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Tutto è iniziato molto presto: avevo solo quattro anni quando ho cominciato a suonare il pianoforte. È stato un amore dirompente che è cresciuto costantemente, ma la vera svolta è arrivata verso i 12-13 anni. In quel periodo ho scoperto il jazz attraverso quello che considero l’album più iconico del genere: Kind of Blue di Miles Davis. Quel disco ha cambiato la mia vita.

Il mio percorso è poi proseguito con le medie musicali e il Conservatorio di Bologna, dove mi sono laureato in pianoforte e jazz. Ho avuto la fortuna di perfezionarmi all’estero, studiando a Boston e vincendo una borsa di studio a New York, prima di iniziare la carriera professionale, pubblicando i miei album e intraprendendo l’attività concertistica che porto avanti tuttora.

Come spiegheresti il jazz ai giovani della Generazione Z?

Lo definirei come il genere "meticcio" per eccellenza. Lo è storicamente, essendo nato dall’incontro tra la musica classica europea e i ritmi afroamericani e caraibici legati alla tratta degli schiavi, un risvolto sociale e multietnico profondamente affascinante. Ma è meticcio anche dal punto di vista musicale.

Negli anni ’40 e ’50, i jazzisti prendevano i brani in voga a Broadway o nei musical e li reinterpretavano secondo la propria sensibilità. Il jazz ha sempre fatto questo: intersecare ciò che è "cool" nel momento presente. Oggi significa dialogare con l’hip hop, l’elettronica, il rap o le colonne sonore. Il jazz deve continuare ad assorbire stimoli da ogni mondo circostante; è un genere che si nutre di contaminazione.

Nel tuo repertorio convivono i Radiohead e Willie Peyote: come si uniscono mondi così lontani?

La magia del jazz sta proprio nel rendere tutto possibile. Nel mio album IKI – Bellezza ispiratrice, ad esempio, ho creato un arrangiamento inedito che unisce Naima di John Coltrane – uno dei suoi brani più belli – a Everything in its Right Place dei Radiohead. Due epoche e stili diversi che si fondono perfettamente.

Questa apertura mi permette anche collaborazioni umane diverse, come quella con Willie Peyote. Abbiamo tenuto un concerto insieme al JazzMi di Milano, culminato nel singolo Entropia uscito a gennaio 2025. Willie viene dall’hip hop e dal cantautorato, ma l’incontro con il jazz ha creato qualcosa di inedito e non scontato.

Forbes ti ha inserito tra gli Under 30 più influenti. Ti senti più imprenditore o musicista?

Mi piace considerarmi entrambi. Oggi credo che possedere competenze gestionali sia fondamentale per curare la propria carriera oltre la semplice componente musicale. Il riconoscimento di Forbes mi ha reso felice perché premia la "ventata di freschezza" e la multidisciplinarità che cerco di portare nel jazz italiano.

È significativo che una rivista focalizzata sul business e sull’economia si sia accorta di un genere spesso considerato di nicchia. Questo inserimento è una speranza per il futuro: significa che il jazz viene finalmente riconosciuto per ciò che è, ovvero un’industria culturale importantissima che può influenzare il mondo intero.

Se potessi chiuderti in studio con un artista, chi sceglieresti?

Se guardiamo al passato, il sogno impossibile sarebbe Miles Davis. Ma pensando a chi è ancora tra noi, direi senza dubbio Herbie Hancock. Mi piacerebbe moltissimo pensare a un album per pianoforte ed elettronica insieme a lui. Hancock è stato un innovatore incredibile: già dagli anni ’80 ha saputo allontanarsi dal jazz tradizionale per sperimentare con i sintetizzatori, portando brani come Rockit in cima alle classifiche di MTV. Lavorare con lui nel 2026 sarebbe un’emozione indescrivibile.

A Sanremo, invece, con chi avresti voluto suonare?

Con Malika Ayane, e per fortuna è già successo davvero! Considero la sua voce una delle più belle della nostra storia, al pari di Mina per timbro e bellezza. Abbiamo suonato insieme anche al Blue Note di Milano nel settembre 2025. Malika, come Paolo Fresu o Fabrizio Bosso, ha un’identità precisa ma una cultura musicale così vasta da permetterle di uscire dalla sua "comfort zone" con una grazia assoluta. È una cantante pop, ma la sua competenza tecnica la rende estremamente duttile.

Il titolo di "Steinway Artist" è un traguardo enorme. Cosa significa per te?

Entrare in questa "famiglia" è un sogno che si avvera. Steinway rappresenta l’eccellenza assoluta, la "Ferrari" dei pianoforti: il 98% delle sale da concerto mondiali ne ospita uno. È lo strumento che ogni bambino sogna di suonare quando inizia. Essere parte di un gruppo di soli 2000 pianisti al mondo è un sigillo di garanzia di cui sono profondamente orgoglioso.

Tre aggettivi non musicali per descrivere il tuo nuovo album.

Eclettico, energico e sorprendente. Quest’ultimo perché ci saranno scelte inaspettate sia nel repertorio che nell’organico: non ci sarà un’unica formazione fissa, ma un insieme di sonorità molto diverse tra loro.

Un brano che il pubblico non si aspetterebbe mai da te?

Probabilmente Bittersweet Symphony dei The Verve. L’ho suonata a Milano per Piano City lo scorso maggio. È stato un azzardo riarrangiare un manifesto del Brit Pop in chiave pianistica jazz, ma ha funzionato benissimo. La gente non se lo aspetta, ma la struttura di certi brani pop si presta magnificamente a nuove interpretazioni.

Dopo aver suonato a New York, Dubai e Boston, com’è tornare a suonare a Bologna?

È sempre bellissimo ed entusiasmante. Ogni pubblico è diverso. Recentemente sono stato a Dubai, Stoccarda, Colonia e Amburgo, e ogni volta cerco di inserire in scaletta un tributo al luogo che mi ospita.

A Stoccarda, ad esempio, ho omaggiato Wolfgang Dauner, un pianista tedesco che ho scoperto studiando la storia della città. A fine concerto, una persona si è avvicinata per dirmi che suonavo in lacrime. Lì capisci la potenza dell’arte: un musicista che viene dall’Italia e suona un pezzo che il pubblico sente "suo" per vicinanza territoriale crea un legame unico. Tornare a Bologna significa amplificare questo sentimento: dopo aver portato la musica italiana nel mondo, riabbracciare il pubblico di casa sulla stessa lunghezza d’onda è un’emozione speciale.

Il Paradiso Jazz Festival poi è un contesto di prestigio assoluto; insieme al Bologna Jazz Festival, rappresenta la rassegna più importante della zona. Ogni anno organizzano solo quattro o cinque concerti con artisti internazionali di altissimo rilievo: quest’anno sono l’unico italiano in cartellone insieme a vere leggende come Mike Stern, Bill Evans e Dave Weckl, giganti della jazz fusion mondiale. Essere l’unico italiano, e per giunta bolognese, a condividere il palco con nomi di questo calibro è per me una sfida e un’emozione enorme.

Guardando al futuro: qual è il tuo sogno oggi?

Il mio obiettivo principale ora è far sì che il nuovo album sia un successo e che sia un tassello fondamentale per la mia carriera. La musica ha bisogno di essere vissuta dal vivo per completarsi, quindi il mio sogno è continuare a portarla in giro per il mondo. Nel 2026 le date all’estero stanno aumentando sensibilmente e spero di continuare su questa strada: suonare ovunque, far conoscere la mia visione musicale e non smettere mai di far viaggiare le mie note.

Il viaggio internazionale di Francesco Cavestri fa dunque tappa a Bologna. Lunedì 30 marzo alle ore 21,30, il pianista è protagonista della 18ª edizione del Paradiso Jazz Festival a San Lazzaro. Sul palco, in trio con Mattia Bassetti alla batteria e Moreno Di Matteo al basso, Francesco presenta il suo nuovo progetto musicale.

Il concerto si sviluppa come un racconto per capitoli, che spazia dall’intimismo di Souvenir di un bacio alla tensione di Noè, con in anteprima alcuni brani del nuovo album in uscita per Universal Music Italia.


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