Francesca Rettondini: "Con l'Alzheimer ho imparato a entrare nel mondo dell’altro. Le più grandi risate con mia mamma nei suoi ultimi anni"
L'attrice e produttrice si racconta a Libero Magazine tra Il cioccolatino, nato dall'esperienza con la madre malata, il rapporto con il gossip e il nuovo film dedicato al giornalista Cosimo Cristina

Francesca Rettondini arriva al Villammare Festival Film&Friends con una storia che per lei non è soltanto cinema. È protagonista e produttrice de Il cioccolatino, cortometraggio diretto e sceneggiato da Rosario Petìx che affronta il tema dell’Alzheimer partendo da un’esperienza profondamente personale: la malattia della madre. Un progetto nato dalla necessità di raccontare, ma anche di elaborare un dolore e trasformarlo in qualcosa che potesse parlare agli altri.
Attrice, conduttrice e produttrice, Rettondini ha attraversato diverse stagioni dello spettacolo italiano, dal cinema alla fiction fino a un’esperienza internazionale in Ghost Ship. Oggi rivendica però una scelta precisa: non rimanere schiava di un mestiere che, con il passare degli anni, cambia regole e prospettive. Guarda al futuro con nuovi progetti, tra cui un lungometraggio dedicato a Cosimo Cristina, il giornalista ucciso dalla mafia negli anni Sessanta.
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Entra nel canale WhatsAppIntervista a Francesca Rettondini: "Con mia madre malata ho scoperto un mondo nuovo"
A Villammare porta Il cioccolatino, un cortometraggio che affronta l’Alzheimer. Da dove nasce l’esigenza di raccontare una storia così delicata?
Nasce da un fatto personale. Mia mamma si è ammalata di Alzheimer piuttosto giovane: le prime avvisaglie sono arrivate già intorno ai 55-56 anni, mentre la fase più importante è arrivata verso i 70. È una malattia che scopri giorno dopo giorno e che, ancora oggi, è considerata irreversibile. Avendo vissuto questa esperienza in prima persona, ho sentito l’esigenza di raccontarla e di sensibilizzare, ma senza rappresentare soltanto la parte straziante del percorso tra il malato e la famiglia. Volevo lasciare una specie di poesia.
Quanto è stato difficile, da figlia, entrare in un progetto del genere?
Non è stato difficile, è stata proprio una volontà. Quando scopri la malattia, ti trovi davanti a test, esami, protocolli e a un grande senso di smarrimento. Poi ho scoperto che esistono anche centri di sostegno per le famiglie, perché non sono soltanto i malati a essere spiazzati: lo sono anche le persone che gli stanno accanto. Ho capito che non esistono soltanto dei protocolli per affrontare la malattia, ma anche modi diversi per cercare una comunicazione.
E lei questa comunicazione è riuscita a trovarla?
Ho capito che la cosa più frustrante è cercare continuamente di riportare nel presente una persona che non c’è più come prima. Le chiedi: "Mamma, ti ricordi chi sono?", ma magari lei non riesce a ricordarlo. E allora ho pensato: perché non entro io nel suo mondo? È inutile continuare a cercare di riportarla nel mio. Ho cercato una via di comunicazione dentro quell’oblio e ho trovato un’anima bellissima, un amore grandissimo fatto di abbracci, sguardi, telepatia.
È stato anche un modo per ritrovare sua madre?
Non ho ritrovato la mamma di prima, ma una mamma nuova e, con lei, ho scoperto una nuova me stessa come figlia. È stato il legame più profondo della mia vita. Le risate più autentiche ce le siamo fatte proprio negli ultimi anni: una vicenda indubbiamente tragica si è trasformata nell’esperienza più completa e intensa vissuta insieme.
Quindi Il cioccolatino è stato anche terapeutico per lei?
Forse più che raccontarlo agli altri avevo bisogno di raccontarlo a me stessa. Avevo bisogno di buttare fuori tante cose. Ma c’è anche un messaggio che vorrei arrivasse alle famiglie: la speranza non deve morire davanti a quello che ti dice un protocollo. Devi cercare un codice nuovo per comunicare con quella persona. È come entrare in un mondo che non conosci: devi trovare la chiave d’accesso.
"La fiction continua a riproporre gli stessi filoni. E il gossip è una piaga"
Lei ha attraversato diverse stagioni dello spettacolo e oggi rivendica anche la scelta di cambiare direzione. Quanto è difficile liberarsi dalla "dipendenza" dal set?
Questo lavoro è una dipendenza dalla quale è difficile affrancarsi. Si sente sempre il bisogno di tornare sul set, perché è un ambiente che manca e da cui è complesso staccarsi: rappresenta una famiglia, seppur temporanea. Tuttavia, di fronte a un’opportunità e alla decisione di cambiare rotta — come è accaduto a me — occorre la determinazione per farlo. Come molti artisti, ho compiuto scelte che, con il senno di poi, potrebbero non essere condivise, ma non ho mai rinnegato il percorso fatto né sminuito ciò che mi ha nutrito.
Qual è, secondo lei, il limite attuale della fiction?
La tendenza a riproporre ciclicamente i medesimi format, come il genere crime o le serie poliziesche che si trascinano da decenni. Sebbene lo streaming offra oggi al pubblico un ventaglio di opzioni ben più ampio, si riscontra la stessa inclinazione verso thriller interminabili e cupi. Un filone che pure critico, ma da cui — devo riconoscere — continuo a rimanere catturata.
C’è invece qualcosa che ha visto e l’ha colpita di recente? C’è una figura che stima particolarmente nel cinema italiano?
Ultimamente ho amato molto The Disaster Artist, un film diretto e interpretato da James Franco, una commedia drammatica. Fa ridere molto, ma c’è anche una forte componente umana e drammatica legata all’amicizia e al fallimento. Nel cinema italiano ho una profonda ammirazione per Marco Bellocchio. Il modo in cui lavora con gli attori rende ogni sua pellicola un’opera compiuta. È un regista straordinario, un vero punto di riferimento per il contributo che continua a dare all’arte cinematografica.
Lei ha conosciuto anche il lato più invasivo della popolarità. Quanto è importante oggi riuscire a proteggersi dal gossip? Lei sente di avercela fatta?
È difficile proteggersi dal gossip. Quando andai in Australia per girare il film Ghost Ship, mi sono trovata i paparazzi a Brisbane. Questo mi ha fatta sentire del tutto sopraffatta. In contesti simili, la sfera privata e la stessa identità rischiano di disperdersi, travolte dalle speculazioni dei media e dai giudizi del pubblico.
Oggi, con i social, pensa che sia ancora peggio?
Fortunatamente all’epoca non c’erano i social media, che oggi assumono contorni decisamente logoranti. È quasi impossibile sottrarsi a questa pressione mediatica, arrivata a rappresentare una vera e propria piaga sociale per chiunque si esponga online. Personalmente ho scelto di non pubblicare più contenuti dai miei profili dallo scorso ottobre: è una decisione consapevole, dettata dal desiderio di distaccarmi da questo meccanismo. Certamente non per sempre…
E nel frattempo sta lavorando a un nuovo film. Cosa può anticiparci?
Il film, tratto da una storia vera, racconta dell’insabbiamento dell’omicidio di Cosimo Cristina, il primo giornalista a pagare con la vita la ricerca della verità contro la mafia negli anni ’60, fatto passare a lungo per un suicidio. Un’opera complessa che affonda il suo sguardo nell’oscurità dentro al quale i personaggi di questa inquietante e torbida vicenda sono stati relegati, ed emarginati per sempre senza possibilità di replica. Tratto dalla vera inchiesta condotta da Luciano Mirone nel 1989 ricostruisce la storia del giovanissimo giornalista di Termini Imerese attraverso una dimensione onirica immaginando i fatti realmente accaduti. Tanti gli eccellenti attori che hanno sposato il progetto e hanno voluto partecipare : da Fabrizio Ferracane, a Vittorio Magazzù, Manuela Ventura, Ester Pantano, David Coco, Filippo Luna e tanti altri. La regia è di Rosario Petíx. Il film è stato realizzato anche con il sostegno del Mic e della Sicilia Film Commission.
Perché oggi è importante raccontare la storia di Cosimo Cristina?
Ritengo sia necessario in primis perché, ancora oggi, per lo stato Cosimo Cristina si é suicidato. Ritengo giusto affermare la verità storica e letteraria su quella "ufficiale". Inoltre essendo stato il primo giornalista ucciso dalla mafia a soli 25 anni ha stabilito un modus operandi applicato per tutti gli altri giornalisti uccisi e fatti passare per altro. Cristina è il simbolo di una verità negata troppo a lungo. Il suo coraggio nel fare nomi e cognomi ha aperto la via al giornalismo d’inchiesta antimafia, e portarlo sullo schermo significa rompere un lungo silenzio per restituirgli la dignità storica che merita.
Dopo tanti anni, quindi, non ha mai smesso davvero di inseguire il cinema?
Ho avuto l’onore di muovere i primi passi con maestri come Ettore Scola e Lina Wertmüller, per poi prendere parte a importanti produzioni internazionali con la Warner Bros. Se c’è una costante nel mio percorso, è la ricerca di storie che abbiano un autentico valore: un obiettivo che guida da sempre la mia carriera e che oggi, in veste di produttrice, rinnovo nello scegliere progetti di spessore come quello su Cosimo Cristina.