Francesca Michielin, il nuovo album è un sacrificio espressivo tra grimori e sabba che non convince del tutto. La recensione

Francesca Michielin torna alla musica con "Magia Bianca". Il nuovo album dell'artista di Bassano del Grappa è un'idea monumentale che lascia un retrogusto amaro

Martina Dessì

Martina Dessì

Music Specialist

Ascolto, scrivo, a volte recensisco, smonto classifiche: la musica è il mio primo amore.

Se c’è una cosa che dobbiamo concedere a Francesca Michielin, è che ha deliberatamente scelto di sabotare la propria comfort zone. Molte sue colleghe uscite dal tritacarne dei talent show, arrivate a trent’anni, si accomodano su un pop da mezza classifica, accettando il compromesso dei tormentoni estivi scritti da terzi o rifugiandosi nel rassicurante cliché della ballata strappalacrime per Sanremo. Francesca no. Lei soffre di quella splendida patologia artistica che la spinge a dover dimostrare, ogni singolo secondo, di essere la più intelligente della stanza.

Negli ultimi anni l’abbiamo vista fare tutto: polistrumentista nei club, direttrice d’orchestra, conduttrice televisiva, podcaster, scrittrice. Un presenzialismo culturale che, se da un lato ne testimonia l’innegabile spessore intellettuale, dall’altro ha generato una serie di dubbi: a forza di vederla analizzare la musica degli altri o pontificare sui massimi sistemi dei diritti civili, ci eravamo quasi dimenticati quale fosse la sua necessità espressiva. C’era il forte rischio che Michielin si trasformasse in un’eccellente istituzione pop, tanto rispettata quanto poco ascoltata.

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Con Magia Bianca, questo nuovo album datato 2026, arriva la sterzata più brusca. Spaventata dall’idea di diventare rassicurante, Francesca spegne le luci della televisione, si infila un saio scuro e si barrica in studio con sintetizzatori analogici e grimori di storia medievale, decisa a trasformarsi nella fattucchiera dell’indie-pop italiano. L’operazione è chiarissima: usare il folklore, i sabba e le persecuzioni delle streghe come una gigantesca, affilata metafora per fare critica sociale, patriarcato-bashing e femminismo militante.

Sulla carta è un’idea monumentale. Ma la domanda che ci poniamo, prima ancora di premere play, è una sola: questo immaginario esoterico risponde a una reale e viscerale urgenza terapeutica, o è solo l’ennesimo scudo intellettuale dietro cui Francesca si nasconde per non mostrarsi davvero senza riserve? Abbiamo davvero bisogno di un trattato di demonologia medievale per ballare il pop, o stiamo assistendo alla recita di fine anno di una studentessa di lettere estremamente talentuosa? Vediamo cosa abbiamo ascoltato.

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Partiamo da qui, dalla Bolla Papale contro le streghe. L’intro spiazza, ha questo electro-pop scuro che evoca foreste e nebbia. Poi però arriva la frase: "Che tempi di me**a di finto ordine ma di vera guerra". E subito l’illusione svanisce. C’era davvero bisogno di essere così didascalici per spiegarci che il patriarcato fa schifo anche nel 2026? Sembra la caption di un post di attivismo da tastiera. Siamo di fronte a un pezzo che vorrebbe farti paura, ma la sua magia distorta fnisce praticamente subito.
Voto: 6

Una donna non può

Qui le cose vanno un po’ meglio, se non altro perché c’è un ritornello che funziona e una produzione pop che sa il fatto suo. Francesca Michielin elenca i divieti tossici di una relazione, mischiando corvi, spilli e candele. Il finale è una discreta catarsi: "Ci ho messo una vita ad essere tua amica… ma credo che sia tu a non essere abbastanza". Ok, però resta un retrogusto strano. Ma se per smontare il machismo da quattro soldi dobbiamo scomodare la divinazione e l’occulto, non stiamo finendo per dare a questi poveri maschietti frustrati una rilevanza cosmica che francamente non meritano?
Voto: 7

Il canto delle anguane

Un disastro di presunzione. Francesca decide di rispolverare le creature leggendarie del Brenta. Nebbia, macchine ghiacciate, folklore veneto. Il pezzo è così ermetico e autocompiaciuto che se non sei cresciuto a Bassano del Grappa o non hai una borsa di studio in antropologia, non capisci letteralmente dove voglia andare a parare. È un’atmosfera sospesa nel vuoto. Cantare la pioggia e il mistero mentre il resto del mondo cerca il tormentone estivo è coraggioso, certo, ma farlo così è solo un modo per assicurarsi lo zero per cento di passaggi in radio. A chi parla questa canzone, esattamente?
Voto: 4.5

Feral girl

Ecco, qui invece ci siamo. Quando smette di fare la professoressa di storia e si lascia andare al ritmo, Michielin spacca. La produzione electro-clash di Katoo e Rocco Rampino è un treno. Il testo sul "tecnofeudalesimo" e sulle ragazze libere che camminano con le chiavi tra le dita è brillantissimo. Diventare una "belva" per fuggire alla gabbia sociale è l’unica risposta logica. Però, a fare i cinici fino in fondo: correre nei boschi e fare le selvagge è un atto politico fantastico, ma non è che alla fine è un lusso che può permettersi solo la borghesia annoiata che poi torna a casa a ricaricare l’iPhone?
Voto: 8

Strega comanda

Prendi un gioco d’infanzia e trasformalo nella metafora del controllo sociale. Sulla carta è un’idea da cinque stelle. Nei fatti, è una noia mortale. Il pezzo rallenta i beat, si fa minimale, ma la filastrocca popolare viene stiracchiata dentro una melodia che non va da nessuna parte. Ti ritrovi a metà traccia a fissare il soffitto. Quando la strega comanda un colore, e quel colore è il grigio ministeriale della noia, siamo davvero costretti ad arrivare alla fine della canzone o possiamo skippare senza senso di colpa? E dire che come singolo ci era pure piaciuto, ma nel racconto dell’album perde quota.
Voto: 5

Litha & Solstizio d’estate

Le trattiamo insieme perché, onestamente, separarle non ha senso. Litha è un interludio dream-pop etereo che dura un minuto e mezzo e non lascia nulla se non la domanda: c’era davvero bisogno di un rito pagano per ricordarci che a giugno le giornate sono più lunghe? Subito dopo arriva Solstizio d’estate, che fortunatamente ha un giro di basso che dà una scossa. L’estate della Michielin è claustrofobica, allucinogena, l’opposto di quella dei tormentoni balneari. L’idea è buona, ma l’arrangiamento è così pesante che ti lascia addosso un’ansia strana. È il cambiamento climatico o è solo questo pezzo che non riesce a decollare?
Voto complessivo: 5.5

Magia bianca, magia nera

La title track ideale del progetto, tutta giocata sul dualismo tra la luce della superficie e l’oscurità del sottotesto. Francesca si interroga sulla responsabilità del successo, e musicalmente il pezzo è un saliscendi ambizioso tra archi sintetici e drum machine. Pecca un po’ di presunzione, come quasi tutto il disco, ma ha una sua dignità. E ci lascia con un sacco di domande senza risposta.
Voto: 6.5

Nelle mie segrete

Si chiude tornando nel privato. Le segrete non sono quelle di un castello dell’Inquisizione, ma quelle della mente di Francesca, che cerca un posto dove difendere la propria legittima mediocrità ("tanto lo sono tutti") dall’ossessione contemporanea per la perfezione. Una ballata elettronica vulnerabile, forse il momento più sincero del disco perché cala la maschera della fattucchiera. Ma una volta che ti sei chiusa nelle tue segrete per proteggerti dal mondo, sei davvero libera o hai solo paura che fuori la vita stia andando avanti benissimo anche senza i tuoi incantesimi?
Voto: 6.5

Magia Bianca ha lo stesso identico problema di molti film d’autore italiani: è un progetto bellissimo da spiegare ma faticoso da digerire in cuffia. Francesca Michielin ha il merito gigante di non voler essere rassicurante e di schifare le playlist Spotify preconfezionate, ma l’ossessione per il concept medieval-femminista ha finito per ingabbiare la musica. Alla fine del sabba, c’è un sacco di fumo coreografico. L’arrosto, purtroppo, è rimasto crudo.
Voto Finale: 6.1


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