Federico Moccia: "Con Ciao Darwin abbiamo sfidato Raffaella Carrà. Il fenomeno Tre Metri sopra il Cielo esplose grazie ad una copisteria"
Lo scrittore romano alla giuria del Pop Corn Festival del Corto di Porto Santo Stefano, ripercorre trent'anni di carriera: dalla televisione con Raffaella Carrà al set con Riccardo Scamarcio

C’è qualcosa di coerente, quasi di circolare, nel fatto che Federico Moccia sieda nella giuria di un festival dedicato ai giovani filmmaker. Lo scrittore romano che ha raccontato meglio di chiunque altro il mondo interiore degli adolescenti italiani — le prime volte, i primi amori, le prime cadute — si ritrova ora ad ascoltare e valutare le storie che una nuova generazione vuole portare sullo schermo. Il Pop Corn Festival del Corto, giunto alla sua nona edizione a Porto Santo Stefano, ha scelto come tema "Luce e Ombra – Proiezioni dell’anima": un tema che sembra scritto apposta per lui. Lo abbiamo incontrato per parlare di cinema, di ragazzi, di televisione, e di quel libro fotocopiato clandestinamente tra i licei romani che un giorno cambiò tutto.
Federico Moccia al Pop Corn Festival del Corto , dalla TV con la Carrà al cinema con Scamarcio – Intervista Esclusiva
Il Pop Corn Festival del Corto giunge quest’anno alla sua nona edizione a Porto Santo Stefano, con il tema "Luce e Ombra – Proiezioni dell’anima". Tu hai costruito la tua narrativa sull’esplorazione delle emozioni dei giovani: cosa ti aspetti che i filmmaker under 30 porteranno su questo tema? E credi che la "luce e ombra" vissuta da un ventenne del 2026 possa somigliare in qualche modo ai tuoi personaggi più noti, o sarà qualcosa di completamente diverso?
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Entra nel canale WhatsAppIo credo che il tema sia particolarmente bello perché offre spunti per raccontare sia i momenti più leggeri che quelli più difficili della vita di ognuno. Esattamente come accadeva nel mio primo romanzo, Tre Metri sopra il Cielo, i momenti d’ombra — quelli più intimisti, in cui i personaggi ragionano per conto proprio, proiettano la vita che vorrebbero, che si aspettano — facevano parte di quell’età in cui si stanno ancora scoprendo tutte le emozioni. Malgrado il tempo e i cambiamenti, questa dimensione esiste ancora, è sempre lì.
Sono sicuro che i filmmaker di oggi lavoreranno in maniera più completa e più preparata, perché i ragazzi di oggi, anche i giovanissimi, hanno una velocità, una capacità, una maturità completamente diversa rispetto a quello che eravamo noi. I quindicenni e i sedicenni di allora, confrontati con i ragazzi di oggi, sembrano molto più giovani: i ragazzi del 2026 sono molto più adulti, pur avendo le fragilità tipiche di quella fase della vita. Sono più colti, più preparati, hanno esplorato di più. Io ho la fortuna di avere una figlia di quattordici anni che ha appena dato l’esame di terza media, e attraverso lei e il fratello più grande ho la fotografia esatta di questo momento. Quindi sono convinto che i filmmaker under trenta che si misureranno con questo tema avranno delle ottime opportunità di racconto.
Parliamo del mezzo di ripresa. Oggi girare un cortometraggio con uno smartphone non è più una scelta di ripiego — lo dimostrano anche le ultime campagne pubblicitarie di Apple. Quanto pensi che lo strumento usato possa influenzare la valutazione di una giuria?
Secondo me i mezzi di ripresa sono tutti legittimi, perché quello che conta davvero è come racconti la storia: l’inquadratura che scegli, il racconto che vuoi fare. Usare uno smartphone è anzi un’opportunità, perché abbassa i costi e permette a più persone di lavorare in questo campo. Lo vedo come qualcosa di molto più naturale rispetto, per esempio, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. A me piace il fatto che tu possa girare con un telefonino.
Il telefonino ha ormai una qualità di ripresa talmente alta da essere una macchina da presa adeguatissima. Poi sarà il montaggio a fare la differenza, e le musiche, ma soprattutto la storia che hai deciso di raccontare, i dialoghi, i silenzi che hai scelto di catturare. Quello darà la vera profondità al tuo lavoro, e quello è perfettamente giudicabile da una giuria.
Ti faccio questa domanda perché volevo collegarmi al discorso dei premi, che sono una componente molto importante per un festival come questo. Il Premio Raffaella Carrà, il Premio Panalight — che prevede 8.000 euro in attrezzatura — sono incentivi concreti, una rarità in Italia, dove i festival raramente si muovono in questa direzione. Sul fronte della produzione indipendente: pensi che il problema principale in Italia sia la mancanza di supporto nella fase iniziale, anche finanziaria, oppure è la distribuzione il nodo più critico?
Diciamo che sono due problemi che coesistono. La bellezza del Pop Corn Festival sta proprio in quello che dici: chi ha girato con uno smartphone, tenendo bassi i costi, potrebbe vincere il Premio Panalight e trovarsi a disposizione strumenti professionali per il cortometraggio successivo. Questo salto è enorme. A me piace molto l’idea di un festival che accompagna davvero dei giovanissimi autori nella realizzazione delle loro opere, permettendo loro di crescere con mezzi e qualità maggiori.
Quando me l’hanno proposto — mi sembra circa sei anni fa — ho saputo che c’era il Premio Raffaella Carrà, e questo ha significato molto per me, perché ho avuto la fortuna di lavorare con lei come autore: l’ho avuta come conduttrice nel 1990, ero molto giovane e ho imparato tantissimo da lei, ho vissuto con lei momenti importanti della mia formazione professionale.
Vedere che anche in questo contesto lei aveva immaginato di premiare dei giovani che si distinguessero per entusiasmo, creatività e voglia di raccontare — esattamente come faceva lei nei suoi numeri televisivi, nella sua risata, nella sua energia contagiosa — mi ha colpito profondamente. Quando siediamo in giuria, io e gli altri cerchiamo sempre di chiederci: cosa avrebbe scelto Raffaella? Questo festival mi piace perché è generoso, si mette davvero a disposizione degli autori emergenti. E naturalmente, il passo successivo sarebbe costruire anche un percorso distributivo: sarebbe bellissimo, come accadeva in passato, vedere i cortometraggi tornare in sala come apertura dei lungometraggi.
La giuria è composta da professionisti molto diversi tra loro: il montatore Spolettini, il critico Griseri, e l’esperta di marketing e distribuzione Manuela Rima di 01 Distribution. Quanto conta, nella valutazione di un cortometraggio, l’occhio di chi lavora nella distribuzione? E come gestite le tensioni tra chi privilegia l’aspetto artistico e chi quello commerciale?
Ci sono delle piccole grandi battaglie, molto divertenti, perché ognuno porta la propria prospettiva. Io mi concentro sulla storia e sulla semplicità del racconto; Spolettini esamina la parte tecnica, come il film è stato costruito; Rima valuta le potenzialità distributive; Griseri verifica se il cortometraggio è davvero in linea con il tema dell’edizione. Sono angolature diverse, ma è proprio questa ricchezza che rende interessante il confronto: il dialogo tra di noi spesso porta qualcuno a rivedere la propria posizione, grazie a un ragionamento che non aveva considerato. Alla fine riusciamo sempre a trovare una scelta condivisa che rispetta i criteri che riteniamo giusti e onesti per valutare ogni singolo lavoro.
E poi la varietà dei corti che arrivano — animati, internazionali, di generi diversissimi — rende tutto ancora più stimolante e a volte sorprendente. Può capitare che un corto mi emozioni profondamente perché tocca qualcosa che ho vissuto in prima persona o che ho raccontato nei miei libri, mentre un altro giurato lo guarda con più distacco. Il cinema funziona così: lo stesso film visto in momenti diversi della propria vita può produrre reazioni completamente opposte.
Da giurato ti trovi a valutare il lavoro di autori giovanissimi, spesso senza una formazione accademica completa. Quanto conta la tecnica rispetto all’istinto? E cosa cerchi prima di tutto in un cortometraggio?
Quando c’è un’eccessiva dimostrazione tecnica — la camera che si muove troppo, i virtuosismi che sembrano voler gridare "guardate cosa so fare" — mi dà fastidio.
Diventa un esercizio di stile…
Esatto. E soprattutto mi distrae: se mi accorgo che il regista sta mostrando i muscoli invece di raccontare una storia, perdo il contatto con il film. Per me è bellissimo, al contrario, quando entro nella storia quasi senza accorgermi della camera: non sento i movimenti, ma vedo le atmosfere, gli occhi, gli sguardi, i silenzi. Sono quelli che producono emozione, che mi fanno sentire il dolore o la gioia di un personaggio.
Un rispetto dei tempi, quindi…
Assolutamente. E qualcosa di più istintivo. Il miglior cinema ti dimentica la macchina da presa.
Facciamo un passo indietro sul tuo percorso. Prima di affermarti come scrittore hai lavorato a lungo in televisione: I Ragazzi della Terza C, Ciao Darwin, Domenica In. La televisione di quegli anni era probabilmente una scuola straordinaria di racconto popolare. Cosa ti ha dato che la letteratura da sola non avrebbe potuto darti?
La cosa che più mi ha arricchito è stata la possibilità di incontrare persone completamente diverse da me e di ascoltare storie che non avrei mai sentito restando nel mio ambiente. Quando sei abituato a frequentare sempre gli stessi salotti, gli stessi luoghi, finisci per sentire sempre le stesse cose e lo stesso punto di vista. La televisione mi ha costretto a uscire da quel perimetro. La vera contaminazione con la gente comune — persone di estrazione diversa dalla tua, in ogni senso — ti apre la mente in modo straordinario. Credo che grazie a quell’esperienza sia migliorata enormemente anche la mia scrittura.
Ho avuto la fortuna, e lo devo a Carlo e Enrico Vanzina, di esordire giovanissimo come sceneggiatore ne I Ragazzi della Terza C, una serie dal successo incredibile. Poi ho scritto con Lorenzo Castellano e Simone Cesario Quelli del Collegio, il seguito televisivo, che ha avuto anch’esso grande riscontro. E poi c’è stato Ciao Darwin: la prima edizione, nel 1998, la facemmo in pochi — io e Marco Luci come autori principali, perché poca gente credeva davvero nel progetto. Andammo contro Raffaella Carrà con Caramba che sorpresa e riuscimmo a reggere il confronto con un programma di quella forza. Da lì si capì che Ciao Darwin avrebbe avuto vita lunga — sono seguite più di dieci edizioni.
Quello che rendeva tutto così vitale erano i provini in tutta Italia: trovavi le persone più impensabili, con i lavori più assurdi. Le categorie che scelglieva Paolo Bonolis erano aperte, divertenti, costruite sulle contrapposizioni più estreme — "il diavolo e l’acqua santa" — e quella era la vera chiave del programma, insieme alla straordinaria intesa tra lui e Luca Laurenti.
Tre Metri sopra il Cielo è stato scritto nel 1992, ma è esploso solo nel 2002-2004. Cosa è successo in mezzo?
Il libro, che nessuna casa editrice aveva voluto, l’ho pubblicato attraverso una piccola casa editrice a pagamento che si chiamava Il Ventaglio. Giravo con la mia Vespetta, portavo le copie da Aldo, il libraio di Piazza Jacini, e gli chiedevo di metterlo in vetrina. Dopo qualche settimana mi ha chiamato: "Guarda, le venti copie che mi hai portato sono finite, portamene altre, perché il libro piace un sacco." Sono tornato all’editore, ma nel frattempo aveva chiuso: allora non esistevano gli ebook, i costi di stampa erano altissimi, e se le copie non si vendevano andavano al macero.
Quello che non sapevo era che il libro aveva cominciato a girare in fotocopia tra i ragazzi. Era il 2002 quando Riccardo Tozzi, produttore di Cattleya, si trovò ad aspettare in una copisteria vicino a Via Giulio Cesare mentre il figlio finiva un lavoro scolastico. In un angolo vide una pila di fotocopie con scritto sopra Tre Metri sopra il Cielo. Chiese al proprietario cos’era. "È un libro che riproduciamo perché i ragazzi del liceo e dell’università continuano a chiederlo." Tozzi si fece dare una copia e se la portò a casa.
Qualche giorno dopo, sua nipote Margherita andò a cena da lui e appena lo vide esclamò: "Hai Tre Metri sopra il Cielo? È un libro bellissimo, ho sottolineato tutte le frasi d’amore. Devi assolutamente farne un film." Tozzi mi cercò sulle pagine gialle — esistevano ancora — e lasciò un messaggio in segreteria. Lo richiamai, andai da lui a Via della Frezza, e mi disse che voleva portare il libro sul grande schermo. Poi aggiunse: "Prima di uscire con il film, proviamo a rimettere in circolazione anche il libro: gli darà visibilità."
A quel punto, improvvisamente, diverse case editrici che anni prima non avevano voluto saperne trovarono il libro perfetto — senza che fosse cambiata una virgola. Io scelsi la Feltrinelli, l’unica alla quale non avevo mai mandato il manoscritto, perché nel ’92 la ritenevo fuori dalla mia portata. Il libro uscì di giovedì: la domenica erano già esaurite 30.000 copie. Ogni settimana arrivavano ordini per 50.000 o 60.000 copie. In totale, 850.000 copie vendute in Italia. Una follia. L’estate del 2004, passeggiando sulla spiaggia all’Argentario, non c’era un ombrellone in cui qualcuno — il padre, la madre, la figlia, un ragazzo — non stesse leggendo Tre Metri sopra il Cielo. E i genitori stessi non capivano: "Com’è possibile? Mia figlia legge un libro — non ha mai letto niente in vita sua."
L’hanno letto tutti. Tu eri pronto a tutto questo?
Mi sono sentito tre metri sopra il cielo. (ride) È stato bellissimo. Ed è vero che lavoravo già in televisione da anni con ottimi risultati — ma c’è una differenza. Lo sceneggiatore, come tanti altri ruoli fondamentali nelle produzioni, rimane sempre un po’ nell’ombra. La maggior parte del pubblico che va al cinema ricorda il titolo e gli attori, ma spesso non sa nemmeno chi ha diretto il film, figuriamoci chi ha scritto la sceneggiatura. Avere il proprio nome su un libro che leggevano tutti, in spiaggia, sui mezzi, a letto fino alle quattro di notte — quella è stata un’altra cosa.
Nel 2023 ti sei laureato in Lettere Moderne con una tesi che metteva a confronto il tuo stile con quello di Jack London. Come mai proprio London?
Jack London è stato il mio primo grande narratore. Da ragazzo mi colpì Martin Eden — la storia di un marinaio che, per amore, diventa scrittore. Mi piacque così tanto che pensai: "Voglio fare lo stesso." Quel libro mi ha spinto a scrivere. Nel corso degli anni il suo influsso non è mai scomparso, tanto che nel mio ultimo romanzo ci sono alcune parole molto simili al finale di Martin Eden: un omaggio consapevole, un modo di dire quanto London sia stato importante per la mia formazione. La tesi mi ha permesso di riflettere su questo legame: confrontare come lui parlava d’amore e come poi io, a distanza di decenni, avendo assorbito quella lezione, ho sviluppato un mio linguaggio diverso.
Un lavoro molto introspettivo, quindi…
Sì. La tesi è stata apprezzata dal professor Arnaldo Colasanti, e mi ha fatto piacere che capisse l’intelligenza — e non la presunzione — che c’era dietro la scelta di parlare di me stesso. Alcune persone sui social hanno commentato che questa dovrebbe essere la "vera tesi", e in un certo senso è giusto: di solito una tesi accademica non fa altro che attingere a fonti già esistenti, senza aggiungere nulla di nuovo. Invece io ero la fonte: nessuno se non io poteva dare quelle informazioni. È qualcosa di autenticamente originale.
Netflix ha prodotto Summertime ispirandosi alla tua saga, e nel 2021 il romanzo è uscito negli Stati Uniti. Trent’anni dopo la prima pubblicazione, Tre Metri sopra il Cielo continua a trovare nuove generazioni di lettori. Riusciresti ancora a scrivere Step e Babi oggi, o sarebbero inevitabilmente personaggi diversi?
Ci sono storie che attraversano i tempi. Penso all’Odissea di Nolan, in uscita il 16 luglio: non fa altro che riprendere un testo che studiavo al liceo, eppure ogni nuova versione trova il suo pubblico, perché le grandi storie sanno rinnovarsi rimanendo fedeli a sé stesse. Tre Metri sopra il Cielo funziona allo stesso modo.
Tanti miei amici con figli di quattordici anni mi mandano fotografie del ragazzo o della ragazza che ha trovato il libro nella libreria di casa e lo legge con entusiasmo — finendolo in pochi giorni, perché quando un libro ti prende davvero non lo molli: vuoi tornare a letto per sapere come va a finire, e ti ritrovi a fare le quattro di notte senza accorgertene. Credo che Tre Metri sopra il Cielo abbia dentro di sé emozioni che appartengono al primo amore — e il primo amore, per quanto il mondo cambi, i social evolvano, le forme di comunicazione si trasformino, rimane qualcosa di universale. Quelle emozioni sono intatte, generazione dopo generazione.
Per chiudere, torniamo al festival. Se fossi un giovane filmmaker alle prime armi e dovessi presentare un corto al Pop Corn Festival, di che storia parleresti?
Mi piacerebbe molto raccontare la famiglia. Ho rivisto di recente Father, Mother, Sister, Brother di Yarmush — un film di qualche anno fa che racconta con grande sensibilità i rapporti tra genitori e figli, e il modo in cui fratelli e sorelle scoprono i propri genitori come persone vere, con le loro zone d’ombra. Mi ha colpito molto l’idea che una famiglia riesca sempre a sorprenderti con quello che non sai, con quello che non ti aspetti.
Questo mi piacerebbe raccontare, perché sono sempre stato affascinato dai miei genitori, da mio padre, da mia madre, dalle mie due sorelle — dalla loro vita al di là del ruolo che avevano per me. I familiari sono prima di tutto uomini e donne con le loro fragilità, le loro difficoltà, i loro segreti. C’è anche un bellissimo romanzo di Irwin Shaw, L’amico di famiglia, che mi ha ispirato molto in questo senso. Cercherei di raccontarlo in modo semplice, senza virtuosismi di camera: mostrare che ognuno in quella famiglia ha qualcosa che vorrebbe dire e non riesce a dire, e che spesso gli altri già lo sanno — pur fingendo di non sapere.
È sottile, ma molto profonda come storia…
Sì, e soprattutto, se ci pensi, tra luci e ombre sarebbe perfetta. Non ci avevo pensato in modo consapevole, ma nel momento in cui me l’hai chiesto ho capito che è qualcosa che sto coltivando da tempo. La trovo una storia attualissima.
Chissà che non la faccia davvero, un giorno — e che nelle prossime interviste dica: "Sai come mi è venuta l’idea? Ne avevo parlato con Andrea". Tutto sommato me l’hai suggerita quasi tu.
Ultima domanda: cosa diresti al giovane Federico Moccia degli anni ’90 se potessi parlargli adesso?
Non ti preoccupare. Credi in quello che fai, abbi passione in quello che scrivi — perché se è davvero un bel libro, sono sicuro che avrà successo.
