Fast & Furious non è una saga di auto: come l'assurdità ha salvato la "famiglia" di Vin Diesel

Tra personaggi che risorgono come nelle soap opera e auto lanciate nello spazio, la saga di Vin Diesel ha un'unica eccezione di dolore vero.

Andrea Aurora

Andrea Aurora

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fast and furious x Streaming

Con l’ultimo capitolo finalmente arrivato anche in streaming su Prime Video, oggi è possibile guardare l’intera saga di Fast & Furious in un’unica maratona, dal primo film del 2001 fino a Fast X. E guardarla tutta di fila, invece che film dopo film nel corso di due decenni, fa emergere una cosa che normalmente si nota poco. Questo franchise ha sì superato i sette miliardi di dollari di incassi complessivi a suon di cavalli e corse al limite del credibile, ma ha costruito la propria identità attorno anche a un’altra idea: la morte è sempre negoziabile. Purtroppo però, tutti lo ricordiamo come se fosse ieri, tranne una volta… l’unica che contava davvero.

Han Lue di Fast & Furious, il personaggio più "veloce" della morte

Prendiamo il caso più clamoroso, quello di Han Lue, interpretato da Sung Kang. Han muore – o meglio, sembra morire – in Tokyo Drift del 2006, ucciso in un incidente d’auto orchestrato da Deckard Shaw per vendicare il fratello Owen. Dom Toretto ne raccoglie persino i resti e li seppellisce, in una scena mostrata anni dopo in Furious 7. Eppure Han torna vivo e vegeto in F9, e la spiegazione ufficiale del regista Justin Lin è, in sostanza, che il personaggio era troppo amato dal pubblico per restare morto. Punto. Non so voi cosa ne pensiate, ma ricorda molto la soap opera Beautiful. Il regista poteva almeno provare qualche acrobazia insieme allo sceneggiatore invece di limitarsi al riconoscere che, in questo franchise, l’affetto del pubblico per un personaggio vale più della logica narrativa.

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E poi, visto il che il lupo perde il pelo ma non il vizio, il meccanismo si è ripetuto più volte nella saga. Pensiamo a Letty, data per morta e poi ritrovata viva con l’amnesia, o a Gisele, il cui destino è stato riscritto più volte tra un film e l’altro – al punto da diventare quasi un meme ricorrente tra i fan: a Fast & Furious, semplicemente, non si muore. O meglio: si muore, ma solo temporaneamente, in attesa che qualcuno decida che sei troppo prezioso per restare fuori dai giochi.

Perché "famiglia" non è solo una parola ripetuta troppe volte (Toretto docet)

Uno dei probabili motivi dietro questa insistenza quasi ostinata nel non lasciar andare nessuno potrebbe essere spiegato attraverso quella parola che i fan della saga sentono ripetere talmente tante volte da esserne diventati bersaglio in tutto il mondo: famiglia. A partire da Fast 5, nel 2011, il franchise ha operato una svolta che oggi appare chiaramente decisiva per la sua sopravvivenza: da racconto di corse clandestine per adolescenti scapestrati è diventato una saga di eroi improbabili, uniti da un legame più forte del sangue, capaci di rapinare banche, far cadere aerei militari e – nel nono capitolo – persino portare un’auto nello spazio. Con questa escalation di assurdità fisica, sempre più lontana da qualunque plausibilità scientifica, l’unico collante rimasto per tenere insieme la storia è diventato il rapporto tra i personaggi. E un rapporto di famiglia, per definizione, non ammette perdite definitive: ecco perché nessuno, in questo universo, può davvero sparire per sempre. Semmai si allontana, si nasconde, finge di essere morto – ma prima o poi, come un parente che si ripresenta al pranzo di Natale dopo anni di assenza, torna.

Il 30 novembre 2013, e la scena che ha cambiato tutto

Poi, però, è successo qualcosa che nessuna sceneggiatura poteva riscrivere. Il 30 novembre 2013, mentre erano ancora in corso le riprese di Furious 7, Paul Walker è morto in un incidente stradale. Purtroppo non un incidente di scena, non un colpo di scena narrativo: un lutto vero, improvviso, che ha colpito una troupe intera nel bel mezzo della lavorazione di un film che, ironicamente, di incidenti automobilistici ne inscena a decine. La produzione si è trovata davanti a una scelta: fermare tutto, oppure trovare un modo per completare il film rispettando la memoria dell’attore.

Hanno scelto la seconda strada, riscrivendo la sceneggiatura attorno alle scene già girate e utilizzando i fratelli minori di Walker, Cody e Caleb, come controfigure per il volto ricostruito digitalmente nelle scene mancanti. Il risultato è stato un finale che resta, ancora oggi, uno dei momenti più sinceramente commoventi mai realizzati dentro un blockbuster action: Dom e Brian che si separano su due strade diverse, con un montaggio che mescola inquadrature del film ad altre tratte dai capitoli precedenti, mentre in sottofondo scorre "See You Again". Non era solo un addio al personaggio di Brian O’Conner. Era, apertamente, un addio a Paul Walker.

Perché quella scena ha funzionato e non è sembrata solo una mercificazione

Non è affatto scontato che un’operazione del genere funzioni. Il cinema è pieno di tentativi di onorare attori scomparsi durante le riprese che sono finiti per sembrare forzati, opportunistici, quasi imbarazzanti nel loro tentativo di monetizzare il dolore. Furious 7, invece, ha centrato il bersaglio, e non a caso è diventato il capitolo di maggior incasso di tutta la saga, superando il miliardo e mezzo di dollari a livello globale – un risultato che gli analisti dell’epoca attribuirono esplicitamente all’intensità emotiva legata proprio al tributo per Walker. Il motivo per cui ha funzionato, credo, è proprio il contrasto con tutto quello che abbiamo raccontato finora: in un universo dove ogni singolo personaggio, prima o poi, trova il modo di tornare dalla morte, l’unica assenza che il franchise non ha mai osato riscrivere è quella di Brian O’Conner.

Nonostante le pressioni dei fan e persino l’apertura della famiglia Walker a un possibile ritorno del personaggio tramite CGI, la produzione ha sempre scelto di lasciarlo andare per davvero. È l’unica eccezione a una regola non scritta ma evidentissima, ed è proprio quell’eccezione a rendere il resto della saga, con tutta la sua leggerezza nel trattare la morte come un dettaglio rimandabile, più sopportabile e persino più tenero agli occhi di chi la segue da vent’anni.

L’assurdità come sistema immunitario contro l’invecchiamento del franchise

C’è poi un altro livello di lettura che vale la pena considerare, ed è quello che riguarda l’evoluzione stilistica della saga nel tempo. Il primo film, uscito nel 2001, era un action poliziesco a basso budget su corse clandestine, con incassi onesti ma non straordinari per gli standard di oggi. È stato proprio l’allontanamento progressivo da quel realismo (che io francamente ho sempre preferito) – l’introduzione di rapine miliardarie, agenti governativi, treni deragliati a mani nude, sottomarini nucleari sotto il ghiaccio – a trasformare la saga in un fenomeno da miliardi di dollari.

Ogni critico che si diverte a elencare le scene più assurde e fisicamente impossibili della saga (e ce ne sono a decine, ormai diventate un genere di articolo a sé) coglie un punto vero, ma manca quello più interessante: quell’assurdità crescente non è un difetto di scrittura, è la strategia che ha impedito al franchise di invecchiare come tanti altri prodotti action degli anni Duemila. Un film di corse clandestine con protagonisti sempre più anziani sarebbe diventato ridicolo nel giro di pochi capitoli. Una saga di supereroi mascherati da piloti, uniti da un legame familiare che nessuna fisica può spezzare, può invece continuare all’infinito, capitolo dopo capitolo, proprio perché ha smesso da tempo di doversi giustificare con la realtà.


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